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Il fragile equilibrio in Karakalpakstan e le risposte di Bishkek

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Il Karakalpakstan è una Repubblica autonoma dell’Uzbekistan che prende il nome dai karakalpaki, popolo nomadico di lingua turcica tutt’ora presente nella regione. Questa, a causa del prosciugamento del lago d’Aral, sul quale si affacciava sulla sponda meridionale, si ritrova ad essere oggi prevalentemente desertica, cercando di fare i conti con una sempre più forte crisi climatica. Tuttavia, recentemente, la Repubblica è stata anche teatro di una crescente tensione tra il governo uzbeko ed il popolo karakalpako, il quale ha scatenato due giorni di scontri dopo l’annuncio del governo di voler modificare la Costituzione in modo tale da privare la Repubblica del diritto di indire un referendum sull’indipendenza dall’Uzbekistan

All’indomani del crollo dell’URSS, infatti, era stato raggiunto un accordo tra il governo dell’Uzbekistan e quello del Karakalpakstan: al secondo veniva concessa la possibilità di ottenere l’indipendenza, tramite referendum, dopo un periodo di transizione di 20 anni; il tutto venne regolato dalla Costituzione uzbeka del 1992 negli articoli dal 70 al 75, i quali garantivano una limitata autonomia, ulteriormente mitigata da altri articoli del testo costituzionale. Nonostante l’accordo raggiunto al momento dell’indipendenza non sorprende che, allo scadere del termine prefissato, non si trovò un compromesso per indire il referendum, fomentando un crescente dissenso sfociato nei disordini di luglio 2022, in seguito all’annuncio di voler privare completamente la Repubblica della facoltà di potersi rendere indipendente.

I fatti di luglio 2022 portarono a due giorni di scontri, in seguito dei quali si contarono 21 morti e 516 arresti. La violenza perpetrata dalle forze di sicurezza, condannata anche da Human Rights Watch il successivo novembre, non rimane impunita e dopo un anno dai fatti tre agenti vengono condannati, nonostante la mancanza di trasparenza portata avanti nel corso delle indagini. L’obiettivo dei manifestanti, infine, venne raggiunto ed il Presidente ritirò i controversi emendamenti, accusando forze esterne ostili di aver innescato i disordini. Lo stesso termine relativo alle “forze esterne” è stato usato dal Cremlino per i disordini avvenuti in Kazakhstan a gennaio 2022. Non è dato sapersi in questo caso se ci si riferisca alla diaspora karakalpaka o ad altre potenze esterne. Nonostante la dialettica governativa, tuttavia, il motivo dello scoppio dei disordini va ritrovato anche nella situazione socioeconomica ed ambientale in cui il Karakalpakstan, ed in generale il Paese, riversano.

L’Uzbekistan, difatti, si trova a dover affrontare sfide ambientali quali la desertificazione, un incremento della temperatura media della regione di 1,5° C, ossia il doppio della media globale, ed un decremento delle riserve acquifere per abitante. Come sottolineato dal Presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev in sede di Assemblea Generale dell’ONU il 19 settembre 2023, il futuro della stabilità socioeconomica della regione si basa sul prendere misure tempestive ed efficaci. Una delle zone più colpite del Paese è proprio il Karakalpakstan, dove il governo ha già preso qualche iniziativa per mitigare gli effetti della crisi climatica, tra cui la creazione di 1,7 milioni di ettari di aree verdi con piante resistenti alla siccità sul letto di quello che era il lago d’Aral. 

I disordini nella Repubblica autonoma, tuttavia, hanno permesso di creare le basi per mettere in atto una vasta operazione volta ad arrestare attivisti karakalpaki, giudicando in absentia varie figure di spicco della diaspora karakalpaka, tra cui Aman Sagidullayev, leader del movimento indipendentista Alga Karakalpakstan, il quale risiede con la sua famiglia in Norvegia dal 2012, e Neitbay Urazbayev, a guida del centro etno-culturale karakalpako “Allayar Zholy”, in Kazakhstan, dove risiede. Nonostante i due attivisti siano figure di spicco della comunità karakalpaka, secondo Steve Swerdlow, Professore Associato dell’Università della Carolina del Sud, questi non avrebbero avuto la capacità di organizzare i disordini di luglio 2022. 

I processi, definiti come “parte di una campagna volta ad intimidire i karakalpaki all’estero” da Aqylbek Muratbai, altro attivista karakalpako residente in Kazakhstan, hanno visto la collaborazione delle autorità kazake che, a settembre 2022, hanno arrestato cinque attivisti residenti nel Paese. Nonostante le richieste di estradizione delle autorità uzbeke, Astana ha continuato a mantenerli sotto la sua custodia, permettendo comunque alle autorità di Tashkent di interrogarli. 

Il motivo di tanto interesse da parte delle autorità uzbeke verso la diaspora karakalpaka ha origine nel 2014, quando, in seguito all’annessione della Crimea da parte della Russia, Aman Sagidullayev pubblicò una lettera aperta al Presidente russo, chiedendogli supporto nella causa indipendentista, attirando dunque l’attenzione del governo uzbeko. La situazione fu aggravata dalla sua dichiarazione secondo cui tutti i membri della diaspora non erano altro che cellule sotterranee di sostenitori della secessione dall’Uzbekistan, mettendoli tutti in pericolo.

Ad un anno dall’arresto dei karakalpaki in Kazakhstan, il 4 ottobre 2023, le autorità di Astana hanno liberato quattro dei cinque prigionieri sotto la loro custodia. Lo stesso giorno, il Parlamento Europeo, tramite una risoluzione sull’Uzbekistan, manifestava la sua preoccupazione relativamente alla repressione transnazionale del popolo karakalpako in diaspora all’indomani delle proteste del luglio 2022 e condannava, tra le altre cose, arresti e persecuzioni di giornalisti, blogger, detrattori del governo e difensori dei diritti umani accusati di aver partecipato ai disordini, richiedendone il rilascio. 

Il governo uzbeko non agisce per semplice ostilità politica, il suo è un timore crescente che si trascina dal giorno dell’indipendenza: la possibilità che, un giorno, una vasta area del suo territorio, possa staccarsi. È un rischio concreto, soprattutto alla luce degli sviluppi che stanno sconvolgendo i territori che un tempo erano parte dell’URSS. Le caratteristiche che legano i Paesi centroasiatici quali i confini passibili di contestazioni da parte della popolazione, le enclavi, il nazionalismo più marcato di alcuni Paesi, la crisi climatica e le economie ancora fragili li rendono particolarmente vulnerabili a rivendicazioni territoriali e disordini interni. È innegabile che l’influenza del Cremlino e l’ombra dell’Euroasiatismo di Dugin vengano viste con timore da parte dei governi centroasiatici; tuttavia, le teorie che vedrebbero delle somiglianze con la Crimea inficiano una più profonda analisi. Difatti, il caso in questione vede un gruppo etno-linguistico più vicino ai kazaki che ai russi, in un Paese in cui tra l’altro l’influenza russa è minore rispetto ad altri dove il Cremlino ha rapporti più stretti. Nonostante ciò, gli esempi di regioni e Paesi con lingua diversa che hanno visto un intervento russo sono vari -tra gli altri, l’Ossezia del sud-, ma i contesti erano diversi ed i paragoni risultano forzati. Dunque, le speculazioni relative ad una possibile destabilizzazione del governo uzbeko per mano russa dovrebbero essere considerate come tali e non lasciare spazio a decisioni o dichiarazioni avventate.

I paragoni, nelle relazioni internazionali, non possono essere fatti alla leggera: fatti; motivi e risorse cambiano da contesto a contesto ed occorre dunque fare un’attenta analisi di ogni caso e non lasciarsi influenzare dalle similitudini. Il governo uzbeko, in questo caso, ha fatto l’opposto, prendendo decisioni avventate ed estirpando sin da subito ogni rischio, senza andare ad ammettere i reali motivi del disagio del Karakalpakstan: una crisi idrica che si trascina da decenni, esasperata dalla situazione climatica in continuo peggioramento ed una fragile situazione socioeconomica.

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