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Il Fondo per la difesa europea è realtà, ma cosa farne?

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Il parlamento europeo ha ratificato la creazione del Fondo solo di recente, pensato nel 2016 dall’Alto Rappresentante Mogherini e il Presidente Juncker nell’ottica di dare nuova linfa vitale ai discorsi riguardanti la sicurezza e la difesa dell’Unione. Dal 2016 ad oggi ci si è impegnati con due progetti preparatori, il PARD (Prepare Action for Defence Research) e l’EDIDP (European Defence Industrial Development Programme). Questi programmi hanno avuto come scopo quello di creare un terreno dal quale far partire l’EDF (European Defence Fund) con la creazione di tecnologie europee e programmi di ricerca pensati per raggiungere in breve tempo la fase sviluppo. In questo processo step-by-step, grazie all’EDF saranno disponibili 7,9 miliardi per finanziare la fase la creazione e poi produzione delle nuove tecnologie ed assetti europei. 

Al fine di individuare quali progetti siano di maggiore priorità tra i diciassette del programma PESCO e le varie decine di altri condivisi tra EDA, OCCAR (Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement / Organisation for Joint Armament Co-operation) e multilaterali tra i vari Stati membri, l’Unione ha disposto la CARD (Coordinated Annual Review on Defense) come guida agli sforzi programmatici e monetari delle singole nazioni. Una bussola che dà il senso di quali progetti potrebbero avere più facilmente accesso all’EDF. Nella prima versione definitiva della CARD 2020, si individuano come fondamentali i progetti di sorveglianza, protezione e ricognizioni aerea e spaziale, la creazione di nuove linee, moderne e aggiornate, di Main Battle Tank e fregate polifunzionali e più avanzati strumenti di protezione per i soldati.

Il Fondo sarà utile a finanziare un primo esercito europeo?

Non proprio, la questione del fantomatico esercito europeo non è prioritaria in quanto analogamente alla formazione del mercato unico europeo, il processo di armonizzazione richiede svariati anni, se non decadi, nel tentare di sincronizzare i cicli di produzione e di vita degli assetti europei. Inoltre è necessario provvedere quanto prima ad una formazione più omogenea tra le forze dei vari Stati prima di farle cooperare, prevedendo una catena di comando e controllo condivisa a livello europeo. Allo stesso tempo è di primaria importanza raggiungere la tanto ambita autonomia strategica che sommariamente significa produrre tutti i principali assetti in Europa senza per forza aver necessità di comprarli all’estero, tematica che, com’è facilmente evincibile, mette molti in disaccordo e richiama all’attenzione gli Stati Uniti, partecipi in diverse commesse che vanno a soddisfare la domanda del vecchio continente. In sintesi, il progetto dell’esercito rimane un miraggio fino a che non verranno sciolti nodi dal punto di vista tecnico, solo dopo potranno crearsi i presupposti politici per parlare del tema.

l’EDF è a vantaggio di pochi?

Seppur ci sia un 8% del Fondo destinato esclusivamente a piccole e medie imprese, è logico pensare che i grandi poli industriali delle principali nazioni europee saranno quelle che più facilmente accederanno e svilupperanno i progetti rilevanti per l’UE. Il punto più importante è cominciare a far lavorare questi poli in sinergia e permettergli di sviluppare le tecnologie insieme, come già avviene per il gruppo Airbus che gestisce la produzione di mezzi aerei tra Francia, Germania, Spagna e altri Stati. Il modello da seguire per i progetti PESCO è quello della corvette polivalente di nuova generazione, la fregata verrà prodotto tra Francia, Italia, Spagna e Grecia e vedrà coinvolti Fincantieri, Naval Group e Navantia in una prima storica cooperazione per quello che sarà l’assetto principale della sorveglianza marittima europea.

Principali dubbi e criticità

La prima critica volta al Fondo è la sua esigua “potenza di fuoco” come si direbbe tra economisti. L’EDF avrebbe dovuto avere pre-pandemia il doppio della liquidità a disposizione per il settennio ‘21-‘27 ma per cause di forza maggiore si è deciso di drenare maggiori disponibilità a favore del Next Generation EU. Questa minor liquidità non farà altro che concentrare gli investimenti e rendere la corsa a questi miliardi ancora più agguerrita per i progetti che riusciranno ad accedervi. In generale, difficilmente otto miliardi potranno fungere da propellente per maggiori investimenti di consorzi pubblici o privati nel settore della difesa se non a fronte di evidenti ricadute nel mercato civile. In pratica, rischiano di essere spinti dagli Stati membri solo i progetti con il maggior moltiplicatore economico generato da potenzialità dual-use, lasciando quelli più tecnici ai margini. 

Dobbiamo rimandare a oltre il 2027 probabilmente la maggior parte dei progetti per l’industria della difesa europea, nel mentre i cicli vitali dei veicoli pesanti da terra di molti Stati membri volgono al termine ed è possibile si trovino accordi industriali fuori dal mantello europeo. Altri settori strategici e remunerativi come spazio e sorveglianza troveranno invece relativamente pochi fondi rispetto quelli preventivati rischiando che nella corsa spaziale del nuovo millennio l’UE parta dalle retrovie. Per progetti dal sapore più euro-atlantico come la Military Mobility il futuro è ancora nebbioso, seppur quest’ultima abbia un budget scorporato dall’EDF, prima di muoversi sul punto di vista infrastrutturale saranno necessarie riforme sul piano legislativo che ancora stentano a partire. Il rischio è che gli eventi possano muoversi più velocemente dei piani dell’Unione e senza una autonomia strategica nel medio periodo ci si ritrovi a livello geopolitico sempre più ai margini dello scacchiere globale. 

Edoardo Del Principe
Geopolitica.info

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