Il Fiume Mekong e la “Guerra dell’acqua”

Negli ultimi decenni il fiume Mekong si è presentato come una regione sempre più cruciale nella zona dell’Indo-Pacifico. Solo di recente però tale regione si è trovata ad essere oggetto di crescenti tensioni, che hanno portato gli analisti a parlare di “guerra dell’acqua”.

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Il fiume Mekong, con una lunghezza di più di 4.000 km, è il più lungo corso d’acqua del sud-est asiatico. Dalla sua sorgente nell’altopiano del Tibet, scorre verso il Mar Cinese Meridionale attraversando paesi quali il Myanmar, Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam. La regione Mekong figura come un elemento geopolitico fondamentale nella zona dell’Indo-Pacifico; tra le caratteristiche che rendono interessante l’area, la componente geostrategica è senza alcun dubbio la più influente, come possiamo notare ad esempio dalla vicinanza geografica a punti cruciali come il Mar Cinese Meridionale, nel quale il fiume stesso sfocia, e lo Stretto di Malacca. Il fiume Mekong nel dibattito internazionale, e specialmente nel contesto italiano, ha spesso ricoperto un ruolo marginale; di recente però l’attenzione degli analisti e della comunità internazionale si è rivolta a tale area, cerchiamo dunque di comprendere quali sono gli elementi che determinano un sempre maggior interesse per la regione.

Un dettagliato studio condotto da Eyes on Earth, e pubblicato lo scorso aprile, ha evidenziato come la Repubblica Popolare Cinese stia trattenendo enormi quantità di acqua nella parte superiore del fiume, favorendo in tal modo l’aumento della siccità negli altri paesi in cui esso scorre. La ricerca analizza le attività cinesi di costruzione di infrastrutture, in particolare dighe, prendendo dati di studio dal 1992 al 2019. L’edificazione di tali strutture ha inizio negli anni ’90, con la costruzione nel 1993 della prima diga Manwan; ad oggi sono state realizzate 11 dighe: Manwan (1993), Dachaoshan (2002), Jinghong (2008), Xiaowan (2009), Nuozhadu (2012), Gongguoqiao (2012), Miaowei (2017), Huangdeng (2017), Dahuaqiao (2018), Lidi (2018), Wunonglong (2018). Possiamo dunque notare come negli ultimi anni, e specificatamente dal 2017, l’edificazione di tali strutture sia sostanzialmente aumentata.

Eyes on Earth riscontra però nel 2012, anno che coincide con la realizzazione della diga Nuozhadu, un cambiamento cruciale per le condizioni ambientali dell’area. Le sei dighe costruite dopo la Nuozhadu hanno fortemente contribuito ad alterare il flusso naturale del fiume; nella ricerca si legge pertanto che “una delle maggiori conseguenze si è verificata nel 2019, quando nel Mekong inferiore si è registrato per gran parte dell’anno uno dei più bassi livelli del fiume di sempre”.

Lo studio condotto da Eyes on Earth è senza alcun dubbio cruciale per comprendere la profonda crisi ambientale della regione del Mekong. Ciò che viene messo particolarmente in evidenza dai dati è che nella porzione di fiume cinese, nel 2019, è stato rilevato un flusso naturale superiore alla media; è possibile riscontrare la causa diretta del fenomeno nell’attività di Pechino di trattenere abbondanti quantità d’acqua, la quale ha pertanto provocato enormi problematiche non solo inerenti alla già citata siccità ma anche ingenti difficoltà economiche negli Stati in cui il fiume stesso scorre. E’ dunque cruciale mettere l’accento sull’importanza che il Mekong ha per tali Stati; Il Laos ad esempio, secondo un documento pubblicato dal Parlamento Europeo nel novembre del 2019, si affida considerevolmente al corso d’acqua soprattutto per sfruttarne l’energia idroelettrica che costituirà in futuro uno degli elementi più influenti nel PIL del paese. Per Stati come la Cambogia invece il discorso è differente poiché Phnom Penh dipende dal fiume soprattutto in relazione all’attività agricola e di pesca. 

Ciò che però risulta interessante, soprattutto per chi si interessa di politica internazionale, è l’implicazione geopolitica di tale ricerca. Gli analisti sono concordi nel sottolineare il cruciale potenziale strategico espresso dal fiume, tanto da definire la delicata condizione della zona con il termine “guerra dell’acqua”. Tale espressione deriva principalmente dalla consapevolezza della totale capacità della Repubblica Popolare Cinese di poter fermare il corso dell’acqua verso il Mekong inferiore, causando così ingenti complicazioni economiche ed ambientali nei paesi nei quali esso scorre. Si parla a questo proposito di un possibile utilizzo di tale capacità di “egemonia idrica” come un mezzo per aumentare la deferenza degli Stati della regione Mekong stessa, utilizzando pertanto la potenziale minaccia della chiusura del flusso d’acqua per affermare una sempre maggiore influenza nell’area.

È cruciale analizzare come l’interesse cinese per tale zona non sia limitato esclusivamente agli elementi sopracitati, ma riguardi anche il commercio e le rotte commerciali. Abbiamo già menzionato la vicinanza strategica ad alcuni punti di tensione, quali lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. Bisogna tuttavia aggiungere come vi sia l’intenzione cinese di poter rendere il fiume navigabile anche da grandi navi mercantili. Il Mekong è un fiume accessibile e navigabile nell’alta stagione dallo Yunnan cinese alla Cambogia meridionale; la volontà cinese è dunque quella di espandere le capacità del fiume per renderlo navigabile in tutte le stagioni e poter garantire l’accesso anche a grandi navi. Il fiume Mekong rappresenta inoltre un aspetto di non poca rilevanza per il progetto della Belt and Road Initiative (BRI) in quanto viene considerato come un ingresso strategico verso l’Indocina.

A rimarcare l’importanza strategica rappresentata dal fiume Mekong vi sono le molteplici politiche di cooperazione messe in atto dai vari Stati, soprattuto da coloro che si trovano ad avere un passato militare nella regione, come ad esempio gli Stati Uniti e il Giappone; fra tali attività di cooperazione annoveriamo la “Lower Mekong Initiative” (LMI), lanciata dall’amministrazione Obama nel 2009, la creazione dei “Japan-Mekong Summits”, il cui primo incontro si è tenuto anch’esso nel 2009 più come risposta alla LMI americana, e la “Lacang-Mekong Cooperation”, sviluppata invece da Pechino.

Possiamo dunque affermare che l’area del Mekong è una regione il cui potenziale strategico si sta palesando in maniera sempre più evidente nel corso degli anni, e sta diventando un hotspot geopolitico cruciale nell’area dell’Indo-Pacifico al quale nelle analisi non si può più riservare un ruolo marginale.