Il Fezzan “anarchico”, la crisi libica e l’Italia

Il Fezzan, quel vasto territorio desertico che costituisce la regione meridionale della Libia, è sempre stato messo in secondo piano nell’ambito delle analisi sulla guerra che dal 2011 si combatte ininterrottamente – al di là delle differenziazioni giornalistiche e storiche – nella nostra ex “Quarta Sponda”. Eppure il Fezzan, per la sua posizione strategica, è una delle “chiavi di volta” della guerra civile libica; gli equilibri fluidi, che quasi giornalmente portano a ridefinire strategie ed alleanze, tra quelle dune desertiche influiscono sugli scontri militari e politici lungo la fascia costiera e su questioni di stretta attualità anche per l’Italia come il traffico di esseri umani e, di conseguenza, l’emergenza immigrazione.

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Da un punto di vista squisitamente geografico, il Fezzan è l’anello di congiunzione tra la fascia costiera libica ed il Sahel, di conseguenza è la tappa obbligata per i traffici di armi, droga ed esseri umani provenienti dall’intera fascia saheliana. Tali traffici costituiscono l’unica fonte di reddito per le diverse tribù della regione in lotta tra loro, in particolare Tuareg, Tebu e Awlad Suleiman. Le rivalità tra clan si innestano al tronco della guerra tra i gruppi politici e militari di Tripolitania e Cirenaica. A seconda della pressione a vario titolo esercitata dai macroblocchi politico-militari costieri sugli attori minori del Fezzan, nella regione si accende o si affievolisce lo scontro. Nel febbraio scorso, il maresciallo di Libia Khalifa Haftar ha tentato la conquista del Fezzan nell’ambito della più ampia offensiva contro Tripoli che però si è arrestata a sud della capitale sotto i colpi delle milizie misuratine. Nel Fezzan le truppe di Haftar hanno combattuto contro miliziani ciadiani e sudanesi, contro gruppuscoli locali della galassia jihadista e, cosa importante, contro le milizie Tebu i cui leader politici hanno accusato i soldati di Tobruk di condurre un’opera sistematica di pulizia etnica volta a favorire le tribù rivali.

La rivalità tra le tribù del Fezzan è sostanzialmente legata al controllo dei traffici illeciti. Gheddafi aveva concesso alle varie etnie la possibilità di gestire, in totale – ma vigilata dall’occhio attento di Tripoli – libertà i racket della frontiera shaeliana. Solo così Gheddafi aveva potuto tenere a freno il potenziale eversivo insito negli equilibri del Fezzan. Nel 2011, all’inizio della guerra civile, il colonnello aveva offerto ai signori della guerra tribali soldi ed armi per combattere sotto la bandiera della Jamāhīriyya; tornati nel Fezzan i capitribù puntarono i fucili contro le truppe lealiste. Le offerte gheddafiste, se da una parte potevano risultare vantaggiose, dall’altra avevano la pecca di poter minare la tradizionale autonomia del Fezzan e dunque il potere politico-criminale delle entità tribali della regione. I Tebu ed i Tuareg, messa da parte la tradizionale rivalità, combatterono la guerra contro Gheddafi insieme, portando avanti operazioni militari di fatto scollegate da quelle condotte sul fronte principale, quello costiero, dalle truppe del Consiglio Nazionale di Transizione.

A pochi mesi dalla morte di Gheddafi le tribù, liberate dall’ingombrante presenza del dittatore e nella fluida situazione seguita alla “pace armata”, sono tornate su fronti opposti. Mentre i Tebu, originari delle montagne del Tibesti, hanno la loro tradizionale zona d’insediamento lungo il confine tra il Ciad e la Libia sud-orientale; i Tuareg hanno i loro nuclei principali nell’estremo ovest del Fezzan ed una presenza sparsa tra Mali, Algeria e Niger. Le aree d’influenza delle due tribù hanno il loro spartiacque lungo la linea frastagliata tra la città di Awbari e Sebha; centri strategici all’imbocco del passo di Salvador, che collega Libia e Niger a pochi chilometri dalla frontiera algerina. Controllare queste due città significa avere un ruolo preminente nei traffici illegali diretti verso il Mediterraneo; inoltre Awbari e Sebha (controllata dalla tribù Awlad Suleiman, alleata dei Tuareg) sono snodi essenziali della presenza minoritaria – in notevole crescita nelle fasi maggiormente critiche – jihadista che si raccorda con le sigle del terrorismo islamico attive nel Shael. Sono presenti nella zona, tra le altre, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e la sua costola salafita al-Mourabitoun.

Awbari è l’epicentro del conflitto tra Tuareg e Tebu esploso dopo la caduta di Gheddafi. Vicino alla città sorge l’importante impianto petrolifero di Sharara, di proprietà della joint venture Akakus (che riunisce la compagnia statale libica NOC, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), che ha interrotto la produzione di petrolio dal 1 agosto 2019 ma che, a pieno regime, è in grado di produrre 315.000 barili al giorno. Alla morte del raìs i Tebu hanno estromesso i Tuareg dalla frontiera orientale del Fezzan ed hanno anche conquistato Sharara e dunque “ipotecato” Awbari. L’impianto fu pacificamente occupato dalle milizie dei Tebu, previo accordo con quelle di Zintan – all’epoca gruppo forte della rivoluzione contro Gheddafi – che lo avevano occupato nelle ultime fasi del conflitto. Nel febbraio 2019 l’impianto è caduto nelle mani dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar ma è stato poi riconquistato dalle milizie di Misurata fedeli a Tripoli. La guerra a bassa intensità per il controllo di Awbari è ufficialmente terminata nel 2015 ma ha tutt’ora strascichi connessi anche alla diversa collocazione delle tribù rivali nell’ambito dei “macroblocchi” tripolino e cirenaico, anch’essa estremamente fluida, basti pensare che all’inizio dell’offensiva di Haftar dello scorso febbraio i Tebu avevano imbracciato le armi assieme all’ENL per poi denunciare Tobruk per la tentata “pulizia etnica”. Allo stesso modo i Tuareg hanno sostenuto gli sforzi militari delle milizie di Misurata solo ed esclusivamente in funzione anti-Tebu e non perché fedeli alleati del governo di al-Sarraj.

Ancora più emblematico in tal senso risulta essere il caso della città di Sebha, investita dalle truppe di Haftar ma già teatro, tra il 2012 ed il 2014 dello scontro che vedeva contrapporsi i Tebu ed i Qadhafa (la tribù natale di Gheddafi) da una parte ed i Tuareg alleati agli Awlad Suleiman dall’altra. Le milizie di Misurata, inviate con funzione deterrente, hanno sfruttato la situazione a loro vantaggio sostenendo gli Awlad Suleiman contro i Qadhafa. L’Operazione Dignità lanciata da Haftar ha mischiato nuovamente le carte in tavola con Tobruk che ha sposato la causa dei Tebu per poi, una volta conquistata Sebha, attaccarli così da poterli indebolire e spingendoli tra le braccia di Tripoli con il conseguente ribaltamento delle alleanze anche da parte dei Tuareg.

Le relazioni politiche dei “macroblocchi” costieri con le tribù del Fezzan sono sempre state orientate, fin dall’inizio del conflitto, ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: l’obiettivo è la penetrazione nella regione – non la sua stabilizzazione – e si può ottenere solo ed esclusivamente fomentando le rivalità tra i gruppi tribali. Il vecchio adagio del “divide et impera” sembra essere particolarmente azzeccato per la storia politica e militare recente del Fezzan; zona considerata endemicamente ingovernabile e che perfino gli italiani avevano posto – un unicum nella storia coloniale del nostro Paese – sotto diretto controllo amministrativo del Regio Esercito con il nome di Territorio Militare del Sud.

L’accordo di pace firmato a Roma nel 2017 sotto gli auspici dell’allora ministro dell’Interno Minniti non è mai stato rispettato e di fatto mette in chiaro quanto sia difficile trovare un accordo che soddisfi tutti gli attori del conflitto. La visione “securitaria” e più attenta alle questioni di politica interna (emergenza immigrazione) che a quelle di politica estera che l’Italia ha maturato sul dossier Libia impedisce alla gran parte della classe dirigente di Roma di vedere nel Fezzan un’area importante tanto quanto la Tripolitania e la Cirenaica nello scacchiere libico. Affidarsi agli umori mutevoli delle tribù del Fezzan per intavolare trattative equivale a non avere mordente né credibilità politica; è uno sbaglio d’interlocutori che pesa sulla strategia italiana in Libia. L’accordo del 2017 puntava – e da qui l’influenza del Viminale era particolarmente evidente – a creare un “tappo” in Libia contro l’immigrazione clandestina, avvalendosi del dialogo ed in contrasto con l’interpretazione muscolare che Stati Uniti e Francia hanno delle soluzioni per la Libia: basti pensare che le due Potenze tengono sotto contollo i traffici del Fezzan dalle basi di Madama (in Niger) e al-Wigh (in Libia).

Il Fezzan è la cartina al tornasole di un approccio sostanzialmente sbagliato dell’Italia alla questione libica, legato al “soft power” del dialogo con le tribù senza però andare a fondo, comprendere cioè quali siano le ragioni reali che infiammano lo scontro ed animano il dissenso tra le varie etnie che popolano una fascia desertica che non è mai stata importante e centrale per gli equilibri strategici dell’Africa settentrionale come oggi.

Per avere un ruolo più importante – quello che storicamente spetterebbe proprio al nostro Paese – in Libia, occorre abbandonare definitivamente l’approccio securitario-internista e trattare il conflitto libico come un più ampio problema di politica estera italiana; dunque affrontarlo come tale con gli strumenti che un approccio rinnovato metterebbe a disposizione dei decisori. Il travagliato cammino per la risoluzione del conflitto libico e per la ricostruzione dell’area d’influenza italiana nella regione, crollata assieme al regime di Gheddafi e con la complicità interessata della Francia, passa attraverso il Fezzan.