Il femminismo islamico come nuova frontiera del femminismo

L’elevato numero dei Paesi che ad oggi hanno ratificato le principali convenzioni internazionali ha condotto a quel fenomeno che Marx aveva già messo in luce rispetto alla Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, cioè al raggiungimento di un’uguaglianza prevalentemente formale, relegata alla sfera giuridica, a cui corrisponde una sostanziale diseguaglianza nell’ambito socio-economico. In questo modo gli individui, pur essendo diseguali nella società civile, si consolano ritenendosi uguali di fronte alle leggi. Da ciò, come ha sottolineato Brunella Casalini nel suo articolo “Universalismo e diritti delle donne”, può derivare un atteggiamento rinunciatario che disincentiva la ricerca di nuovi argomenti che portino alla reale applicazione di quanto sancito da carte e convenzioni. 

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Il raggiungimento dell’eguaglianza, dunque, finisce per risultare una mera illusione che viene immediatamente infranta se ci si sofferma su un’analisi più approfondita di determinate questioni, tra cui quella dei diritti delle donne quali diritti umani fondamentali. In questo ambito il documento di riferimento è la Convention on the Elimination of all Forms of Discrimination Against Women (CEDAW) che ha sancito l’impegno delle Nazioni Unite in difesa dei diritti delle donne. Essa, però, si è rivelata per molti aspetti uno strumento inefficace, soprattutto perché, pur essendo stata ratificata da 168 Stati membri dell’ONU, è stata recepita con un alto numero di riserve. Quest’ultime hanno riguardato principalmente la possibilità per i vari Paesi di applicare la convenzione nel rispetto delle proprie tradizioni culturali e religiose, impedendo in tal modo la realizzazione degli scopi principali della CEDAW stessa. Particolarmente rilevante è il caso dei Paesi islamici; non solo in pochi hanno ratificato la Convenzione, ma i pochi che l’hanno fatto si sono serviti della riserva per dare priorità ai principi della Sharia. 

È proprio a causa di queste problematiche che, in quella che Huntington nel suo libro “The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order” ha definito civiltà islamica, si è sviluppato, soprattutto negli ultimi decenni, un nuovo tipo di femminismo che viene generalmente definito – non senza suscitare dissenso – islamico o musulmano. La novità di questo movimento è quella di voler mantenere unita la lotta sociale all’ambito religioso; il femminismo islamico, infatti, ambisce a valorizzare il ruolo della donna e la parità tra i sessi, ma nel farlo si ispira alle fonti islamiche e cerca di darne una nuova ijtihād (interpretazione). L’attuale interpretazione dei testi sacri, come il Corano, è chiaramente patriarcale, ma ciò non significa che sia l’unica, anzi esistono altri movimenti, ad esempio il liberalismo musulmano, che affiancano il femminismo islamico propugnando interpretazioni più egualitarie. Tra le voci a favore di queste riletture vi è quella di Malika Hamidi che nel suo testo “Le Féminisme musulman en Europe” sottolinea come lo strumento dell’interpretazione in chiave femminile possa garantire “la libertà e il fiorire della donna all’interno stesso del suo proprio campo di riferimenti religiosi”. Un grande passo per raggiungere questo obiettivo è stato compiuto attraverso la creazione del Groupe international d’étude et de réflexion sur les femmes en Islam (GIERFI), una rete che mette in contatto intellettuali appartenenti a questo movimento al fine di collaborare per la rilettura dei testi sacri e creare un’identità ibrida che unisca femminismo e religiosità. 

Come anticipato, il femminismo islamico si serve anche di numerosi discorsi femministi occidentali, laici, o comunque non musulmani, mettendo in questione i rapporti sociali e le ineguaglianze di genere nelle società contemporanee. Tuttavia, questo movimento sta riscontrando una forte resistenza, soprattutto in termini di legittimità, proprio all’interno del ben più ampio movimento femminista globale di cui, invece, si considera parte integrante. In Occidente, infatti, esiste una tendenza femminista a considerare la donna musulmana come “l’Altra”, oppressa e inferiore, stereotipo utilizzato per giustificare un atteggiamento di superiorità in termini di progetto di emancipazione proprio da parte di quel movimento che si dichiara universalista. Il femminismo islamico, dunque, sta combattendo una duplice lotta: una interna per il riconoscimento della parità tra i sessi e una esterna contro le discriminazioni per arrivare ad inserirsi a pieno titolo nei movimenti femministi internazionali. 

La de-costruzione dei pregiudizi che il femminismo islamico sta portando avanti a livello internazionale rappresenta, come ha sostenuto anche Ṭāriq Ramaḍān nel suo libro “Les musulmans d’Occident et l’avenir de l’Islam”, uno strumento per ridefinire la questione femminile infondendo nuovo vigore a un movimento che appare oggi debole. Mettendo in discussione la normatività del femminismo occidentale e individuando valori comuni a tutte le donne potrebbe essere possibile raggiungere una nuova frontiera del femminismo, decolonizzato, anti-imperialista e soprattutto antirazzista, che si possa finalmente dichiarare a pieno titolo universalista e che rispetti le differenti strategie di liberazione.