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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl fallimento dell’intelligence israeliana

Il fallimento dell’intelligence israeliana

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Il brutale attacco lanciato a sorpresa da Hamas negli scorsi giorni si è rivelato non solo un colossale fallimento per i servizi di sicurezza israeliani, colti impreparati da una simile offensiva, ma anche un’umiliazione senza precedenti per l’intero establishment politico-militare. Persino il sistema antimissilistico Iron Dome, considerato tra i più avanzati al mondo, non è stato in grado di intercettare gli oltre 4.000 razzi lanciati dalla Striscia di Gaza e di impedire che essi provocassero centinaia di morti e feriti. Ecco, quindi, che Israele si trova a dover fare i conti da un lato con la portata della sua inevitabile rappresaglia, dall’altro con le vulnerabilità che Hamas ha saputo sapientemente sfruttare a suo vantaggio. 

Una pesante sconfitta

Per capire la rilevanza dell’attacco sferrato è fondamentale considerare non solo il suo costo in termini di vite umane, ma anche le sue conseguenze sul piano psicologico. Sebbene Hamas non possa competere con la netta superiorità militare israeliana, l’organizzazione terrorista palestinese è riuscita a pianificare e condurre una complessa operazione offensiva, preparata nel dettaglio, verosimilmente da tempo, con il supporto, diretto o indiretto, di diversi alleati (verosimilmente Iran ed Hezbollah). La facilità con cui i miliziani sono penetrati in profondità nel territorio israeliano, prendendo in ostaggio o uccidendo centinaia tra civili, militari e membri delle forze speciali nemiche, è destinata a lasciare una cicatrice molto profonda, dal quale Israele impiegherà diverso tempo per riprendersi. Innanzitutto, la data dell’attacco non è affatto casuale. Al contrario, rimanda forte e chiaro all’ultimo grande fallimento dell’intelligence israeliana: l’impreparazione dimostrata durante la fase iniziale della guerra dello Yom Kippur, combattuta contro Egitto e Siria tra il 6 ed il 25 ottobre 1973. I servizi segreti israeliani, peraltro, hanno sempre goduto della fama di una delle organizzazioni d’intelligence più micidiali, efficienti e vendicative al mondo. Lo dimostra chiaramente l’Operazione Ira di Dio, organizzata sotto il governo di Golda Meir per eliminare sistematicamente i vertici di Settembre Nero, organizzazione terroristica responsabile dell’attentato a Monaco (1972). L’operazione al-Aqsa Flood ha intaccato profondamente il prestigio dello Shin Bet, del Mossad e delle Forze Armate israeliane, mostrando al mondo intero quanto siano ben più vulnerabili di quanto si ritenesse inizialmente.  

Questa umiliazione diventa ancora più evidente analizzando le performance ben al di sotto delle aspettative del fiore all’occhiello dell’industria bellica israeliana, ovvero il suo ben noto sistema d’arma mobile per la difesa antimissile, Iron Dome. Sviluppato dalla RAFAEL per operare in qualsiasi condizione climatica e dichiarato pienamente operativo nel marzo 2010, Iron Dome è in grado di identificare razzi e colpi d’artiglieria da 150 mm in un raggio compreso tra i 4 ed i 70 km. Il sistema sfrutta complessi algoritmi per calcolare con accuratezza la traiettoria e la pericolosità dei missili nemici, dirigendo in pochi secondi gli intercettori TAMIR di ciascuna batteria (dal costo stimato intorno ai 100 milioni di dollari) verso il bersaglio designato. In seguito a due importanti operazioni contro Hamas, Pillar of Defence e Protecting Edge, il governo israeliano aveva stimato l’efficacia complessiva di Iron Dome intorno al 95%, percentuale ben più bassa di quella che sembra emergere dai dati attualmente disponibili sul conflitto recentemente scatenatosi. Sembra infatti che il sistema si sia sovraccaricato di fronte all’elevato numero di razzi lanciati da Hamas, peraltro diversi e più pesanti da quelli impiegati in operazioni precedenti. Questo avvalorerebbe la tesi di Theodore Postol, professore emerito dell’MIT che già nel 2014 aveva evidenziato quanto Iron Dome fosse di gran lunga meno efficiente di quanto dichiarato ufficialmente: la sua analisi ne aveva addirittura stimato un tasso di successo pari al 5%, anche se va sottolineato quanto fosse basata esclusivamente su filmati diffusi online. 

Politica ed intelligence: un rapporto complicato

Se pensiamo agli attentati dell’11 settembre, o a Pearl Harbour, solitamente i servizi segreti vengono considerati alla stregua di un caprio espiatorio, al quale attribuire interamente la responsabilità della mancata prevenzione di serie minacce alla sicurezza nazionale. In realtà, si tratta di un approccio quantomeno semplicistico e parziale. È vero, lo scopo ultimo dell’intelligence è quello di analizzare ed elaborare informazioni sensibili, massimizzando quindi la situation awareness del decisore politico: va da sé che un’analisi incompleta o superficiale risulti in decisioni non sempre ottimali, se non disastrose. Allo stesso tempo, però, è importante ricordare che anche il decision-maker è soggetto a tutta una serie di bias, pregiudizi, e fattori condizionanti. Per questo motivo, la responsabilità dell’accaduto va attribuita tanto al comparto di sicurezza quanto all’èlite politica. In altre parole, la sottovalutazione della minaccia rappresentata da Hamas ha a che fare con dinamiche sia domestiche che internazionali: si pensi alle accese contestazioni della recente riforma della giustizia, alle trattative tra Israele ed Arabia Saudita promosse dall’amministrazione Biden, e all’estrema fiducia riposta dal ceto politico in Iron Dome, tutti elementi che hanno sicuramente contribuito all’ignorare gli indizi di un possibile attacco a sorpresa di Hamas. In ultima analisi il fallimento è imputabile, prima ancora che all’inadeguatezza dell’intelligence israeliana, alla convinzione di avere sufficienti capacità in termini di deterrenza: Israele ha insomma “abbassato la guardia” in quanto ha riposto un’eccessiva fiducia nelle proprie capacità militari, sentendosi relativamente al sicuro da attacchi nemici, quando in realtà la situazione era ben diversa. 

Infine, alcune considerazioni vanno fatte in merito alla reazione di Israele e alla possibile risposta di Hamas. Come già sottolineato in precedenza, la maggior parte degli analisti non ha dubbi sul fatto che Israele risponderà duramente all’aggressione, tanto con raid aerei in Palestina quanto con tanks, forze di terra e corpi speciali. Proprio in queste ore, Israele ha letteralmente preso d’assedio la Striscia di Gaza, precludendole l’accesso a diversi servizi di base e bombardando vari campi profughi. Reazione che, al di là di considerazioni morali, va necessariamente sottoposta ad un’analisi di più ampio respiro. In particolare, sebbene la situazione sia ancora ascrivibile a dinamiche locali, non è possibile escludere il rischio di escalation. I portavoce di Hamas hanno ad esempio dichiarato che intendono uccidere un ostaggio al giorno per ogni raid israeliano che li colpirà, il che complica fortemente una situazione già di per sé caratterizzata da una profonda instabilità di base. A ciò si aggiungono le considerazioni delle intelligence occidentali, anch’esse colte alla sprovvista dall’attacco. Un’eventuale escalation del conflitto andrebbe ad aggravare ulteriormente i focolai di crisi in Africa e Medio Oriente, nonché di Taiwan ed Ucraina, costringendo dunque UE e NATO a doversi confrontare simultaneamente con essi. Se consideriamo che l’industria della difesa europea è già fortemente sotto pressione, e che l’opinione pubblica dei singoli stati sembra cominciare a manifestare apertamente la sua riluttanza verso nuovi rifornimenti a Kiev, non è difficile immaginare quanto le rivalità arabo-israeliane possano potenzialmente avere effetti a catena imprevedibili. Ad esempio, l’Unione Europea ha manifestato il suo pieno supporto a Israele, ma non può escludere che, qualora la situazione peggiorasse nei prossimi mesi, si possa verificare una nuova ondata di terrorismo all’interno dei propri confini, proprio come successo lo scorso decennio in città come Parigi e Bruxelles. Non si tratta di fare allarmismo, ma di prendere in considerazione diversi scenari più o meno probabili, proprio come un operatore d’intelligence dovrebbe fare. 

In conclusione, c’è da sperare che Israele non venga accecata dal fallimento del suo sistema di early warning e dalla sete di vendetta,commettendo gli stessi errori degli USA all’indomani degli attentati alle Torri Gemelle. Quel che è certo è che intelligence e difesa hanno subito un profondo shock, e che possiamo aspettarci un processo di adattamento estremamente significativo nell’immediato futuro. Questo avrà conseguenze tanto per Israele, quanto per Hamas. 

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