Il covid-19 regge le sorti del futuro della democrazia in Israele

Le immagini sono il simbolo della nostra epoca. Nei tempi complessi di una pandemia globale, le immagini sono diventate l’unico modo in cui, per il momento, possiamo vedere cosa succede nel resto del mondo. Non c’è dubbio che una delle immagini più potenti e suggestive di questo periodo sia una fotografia scattata a Tel Aviv lo scorso 19 aprile, che ritrae oltre duemila persone scese in piazza per protestare contro il primo ministro Benjamin Netanyahu nel rispetto delle norme per il distanziamento sociale. La democrazia ai tempi del covid-19. 

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Una coalizione inaspettata 

A tre mesi dalla diffusione del virus su scala globale, il COVID-19 continua a monopolizzare le prime pagine dei quotidiani, cosi come le agende politiche dei vari governi. In alcuni paesi, l’emergenza sanitaria ha prodotto effetti politici del tutto inattesi, è il caso di Israele, dove il primo ministro Benjamin Netanyahu sta approfittando della crisi per sfuggire ai suoi problemi giudiziari e mantenere salda la sua influenza nel paese. Il 20 aprile, con una clamorosa ed inaspettata mossa giudicata opportunistica e sleale dall’opinione pubblica nazionale, l’attuale primo ministro e il suo rivale Benny Gantz (rappresentante della formazione Bianco Blu) hanno annunciato la nascita di un governo di unità nazionale di emergenza per fronteggiare la crisi creata dalla pandemia, mettendo così fine ad uno stallo politico logorante che andava avanti da oltre un anno. In questo lungo lasso di tempo in Israele si sono susseguite tre tornate elettorali, nelle quali nessuna coalizione è riuscita ad ottenere la maggioranza per formare un governo. L’esecutivo che nessun cittadino avrebbe mai accettato è stato alla fine formato frettolosamente con la scusa dell’emergenza. Dopo mesi in cui la formazione Bianco Blu ha lottato a denti stretti per impedire una rielezione di Netanyahu o la sua partecipazione in qualsiasi veste nel governo, Gantz ha voltato le spalle ai suoi alleati e elettori legittimando la leadership del premier, accusato di corruzione e conflitto di interesse e il cui processo dovrebbe aver inizio il prossimo 24 maggio. 

Sebbene la pandemia del nuovo coronavirus sia stata molto più clemente in Israele rispetto ai paesi europei o agli Stati Uniti, è stata presa molto seriamente dagli esponenti politici, i quali hanno pensato di dover fornire un governo più o meno stabile alla popolazione dopo un anno di incertezza politica. Di tutt’ altro avviso è stata l’opinione pubblica, che è scesa in piazza nel rispetto delle norme di sicurezza per protestare contro una compagine politica imposta senza riguardo alcuno delle richieste ripetute a gran voce nel corso dell’anno, espresse attraverso il voto a Gantz e alla sua promessa di “niente più Netanyahu”. Non la vede così nemmeno la stampa internazionale: Pierre Haski ha scritto su France Inter che “l’emergenza sanitaria ha avuto un effetto politico inatteso: salvare Benjamin Netanyahu. Si tratta di una svolta che avrà conseguenze cruciali in una regione particolarmente instabile”. Cercando di salvare la propria posizione, Gantz e Netanyahu hanno cercato un escamotage l’uno per continuare a governare, l’altro per iniziare. 

Cosa prevede l’accordo di formazione del nuovo governo 

Secondo quanto riportato dai media israeliani, Gantz ha concluso l’accordo per un governo di unità nazionale coinvolgendo il premier uscente nel nome della sicurezza del paese. Secondo il leader Bianco-Blu il Covid-19 ha messo in luce la necessità di porre fine allo stallo politico in atto dallo scioglimento del parlamento a fine 2018, evitando così la quarta elezione consecutiva in piena pandemia. 

Nei piani dei due politici e dei loro sostenitori, il governo avrà una durata di 36 mesi: nei primi 18 mesi resterà al comando dell’esecutivo Netanyahu, che otterrà così il suo quinto mandato senza il consenso degli elettori, mentre imperversa attorno a lui la bufera giudiziaria. I restanti mesi vedranno invece la leadership di Gantz, meno esperto e quindi incaricato del periodo che seguirà la fine dell’emergenza sanitaria. Questo governo sarà inoltre il più grande della storia di Israele: ben 32 ministri ne faranno parte, equamente divisi tra il Likud (il partito di Netanyahu) e la formazione Bianco Blu dell’ex capo di stato maggiore Gantz. Proprio questa divisione e l’assetto proposto sono stati oggetto di forti critiche da parte dell’opinione pubblica, consapevole che gli uomini vicini a Netanyahu godono di maggiore esperienza politica e saranno quindi avvantaggiati nell’esperimento di governo. Sebbene il quotidiano Haaretz abbia giudicato positivamente questa svolta come “la sostituzione del governo di ultradestra, xenofobo e nazionalista di Netanyahu con una coalizione di centrodestra basata sulla condivisione del potere”, è difficile non scorgere l’ombra del passato pronto a essere ristabilito. Governando nei primi 18 mesi, il primo ministro avrà il compito di nominare il nuovo Procuratore Generale. Tenendo a mente che proprio l’attuale Procuratore, Avichai Mandelblit, ha fatto partire le incriminazioni ai danni di Netanyahu, questi potrebbe approfittare del potere concessogli per piazzare una persona di fiducia in questo potentissimo ufficio. Il potere giudiziario, attraverso la Corte Suprema, è l’unico vero nemico del nuovo esecutivo: dovrà infatti pronunciarsi su alcuni ricorsi presentati da alcuni dei movimenti che sostengono che un premier condannato non possa effettivamente governare. 

L’annessione della Cisgiordania 

Come purtroppo la storia e la questione israelo-palestinese ci hanno insegnato, il prezzo più alto della riconferma di Netanyahu lo pagherebbero i palestinesi della Cisgiordania occupata. L’accordo infatti include una clausola: l’annessione di parte della Cisgiordania.

Già durante la campagna elettorale, Netanyahu aveva giocato la carta dell’annessione per garantirsi il voto dei coloni che sono soliti votare a destra. Secondo quanto deciso a tavolino con Gantz, questi non avrà alcun potere di veto sull’argomento, sancendo una totale vittoria del premier in carica. Sfidando tutti, e soprattutto una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (n.242) che regola lo statuto dei territori in questione, Netanyahu annetterebbe un’area in cui sono già presenti degli insediamenti israeliani da molto tempo. Soddisfacendo le aspettative di una nuova fetta del proprio elettorato, “Bibi” riuscirà nel proprio intento di far capire a tutti che in Israele nulla è cambiato. Le potenze straniere hanno espresso la propria preoccupazione per l’eventuale realizzazione di questo piano, ma il supporto di Washington ha reso inefficace ogni tentativo di mediazione da parte degli altri stati. La decisione di affidare la prima tranche di governo al leader di Likud sembra anche una mossa astuta per permettere l’annessione mentre alla Casa Bianca c’è ancora Trump.