Il costante ricorso alla guerra per procura: i casi di Libia e Siria

Durante la Guerra Fredda la possibilità di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha a lungo terrorizzato l’opinione pubblica e monopolizzato il dibattito politico dell’epoca. La causa principale era l’introduzione dell’arma atomica e della sua sconvolgente potenza. Fortunatamente, un simile scenario non si è mai verificato e non è avvenuto alcun confronto diretto tra le due superpotenze, che non hanno però rinunciato a scontri indiretti, alimentando così il fenomeno della “guerra per procura”.  

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Nel secondo decennio del XXI secolo la Guerra Fredda sembra un lontano ricordo per i più anziani (e preistoria per i più giovani) e la paura di un Armageddon nucleare derubricata a fantapolitica, se non proprio fantascienza, ma la guerra per procura è rimasta una costante. Tale fenomeno oggi vale tanto per le grandi potenze quanto per quelle medie o regionali. Esempi lampanti sono i due conflitti che più hanno occupato le prime pagine dei quotidiani negli ultimi anni: la guerra in Siria e quella in Libia (anche se sarebbe opportuno citare anche quella in Yemen).

Entrambe trovano la loro origine in quella che è stata definita dalla stampa occidentale come la “primavera araba”, una serie di proteste e sommosse avvenute nei Paesi Arabi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Nella narrazione occidentale di tali eventi, queste rivoluzioni trovavano fondamento nel desiderio di libertà e democrazia dei popoli sottoposti a regimi autoritari e oppressivi. La Siria e la Libia, col loro decennio tutt’ora in corso di guerra civile e sofferenza, hanno smontato tale narrazione e squarciato il velo di Maya che ancora celava la realtà dei fatti.

Primo scenario: la Siria.

Qui un regime tutto sommato forte e basato sull’autorità della dinastia degli Assad è diventato il teatro degli interessi confliggenti di potenze globali e regionali contrastanti. Se all’inizio sembrava infatti rientrare nel piano di esportazione della democrazia americana che aveva precedentemente interessato, con risultati più o meno deludenti, Iraq e Afghanistan, si è trasformato, col tempo, in un palcoscenico di attori desiderosi di recitare la loro parte e godere dei frutti del caos. 

La storia ci insegna che l’anarchia non produce altro che lotta per il potere, poiché in assenza di esso nuovi attori cercheranno di riempire gli spazi lasciati vuoti. È così che quello che per anni è stato definito come lo Stato Islamico, principale minaccia alla pace e sicurezza globale fino a poco tempo fa, ha trovato modo di proliferare e prosperare indisturbato o, addirittura, supportato da attori esterni. Quando la minaccia è diventata reale e tangibile si è deciso di unire le forze ed eliminarla alla radice (oggi operazione quasi del tutto riuscita), onde evitare spiacevoli conseguenze. Quello che però non si è eliminato è lo scontro tra potenze per il controllo di un’area strategica.  

Agli Stati Uniti, primo sponsor regionale del regime change e dei “ribelli”, si è presto opposta la Russia, da sempre vicina alla famiglia Assad e desiderosa di mantenere la sua influenza in un Paese che avrebbe potuto garantirle uno sbocco sul Mediterraneo. A quelle che un tempo erano rivali nella Guerra Fredda, si sono presto affiancati altri Stati molto più prossimi in quanto a distanza e interessi, vale a dire Turchia e Iran.

Il caso libico

In Libia la storia ha ricalcato un copione tutto sommato simile, seppur con differenze marcate in una prima fase (pensiamo alla diversa postura tra quelli che dovrebbero essere, almeno sulla carta, alleati, vale a dire Italia e Francia, e che invece hanno sostenuto rispettivamente il governo di Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar). Dopo quasi un decennio dalla caduta di Gheddafi il Paese continua ad essere dilaniato da una lotta intestina per il potere. Anche qui gli attori direttamente coinvolti nel conflitto sono sostenuti e sponsorizzati da potenze esterne che negli anni si sono succedute nel tentativo di espandere la loro influenza. 

Fin tanto che al-Sarraj aveva il sostegno delle Nazioni Unite, e quindi degli Stati Uniti, si era pensato che un governo di unità nazionale potesse essere possibile sotto questa nuova figura di sintesi, ma quando i suoi sponsor, tra cui l’Italia, hanno deciso di disimpegnarsi da questo scenario, Haftar ha avuto la meglio, grazie anche al sopraggiunto supporto di RussiaEgitto e Arabia Saudita, e ha avviato la sua offensiva volta alla conquista della Libia e che lo ha portato alle porte di Tripoli, sede del suo rivale nel controllo del Paese. 

Un anno fa, data di inizio della spedizione su Tripoli, sembrava che Haftar avesse ormai la vittoria a portata di mano dovuta, più che alla sua abilità come condottiero, alla mancanza di sponsor da parte del suo sfidante. Nel momento in cui però la Turchia è scesa in campo, come aveva precedentemente fatto con la Siria, il rapporto di forze in campo è di nuovo mutato e il governo di Tripoli ha trovato nuova linfa e riconquistato parte del territorio perduto.

Se oggi sembra che Haftar abbia perso il suo momentum, nonostante o, forse, anche in base alle recenti dichiarazioni del generale autoproclamatosi leader dell’intera Libia, ciò si deve al ruolo giocato dalla Turchia, potenza esterna alla Libia, sebbene ad essa interessata fin dai tempi dell’Impero Ottomano. Non va però dimenticato che se Haftar è stato in grado di condurre la sua avanzata nei mesi scorsi lo si deve solo all’appoggio fornitogli dai suoi sponsor esterni.

Ciò evidenzia come la guerra per procura sia uno degli aspetti caratterizzanti le relazioni internazionali nel nuovo millennio e riguardante non solo le grandi potenze ma anche quelle medie, o aspiranti tali, che preferiscono coinvolgere attori locali o mercenari piuttosto che esporsi direttamente in un conflitto dal quale rischiano di non uscire, se non al costo di lunghi anni di sforzi e sofferenze e senza un esito certo. Sembra infatti che, almeno in questi scenari, le grandi potenze abbiano appreso la lezione enunciata dal politologo Andrew Mack nel suo saggio del 1975 dal titolo significativo “Why Big Nations Lose Small Wars”. Qui si esamina a fondo la dottrina della guerra asimmetrica che vede la contrapposizione tra una grande potenza e degli insorti. Nonostante la significativa discrepanza nella forza convenzionale delle due parti in causa alla fine gli insorti riescono ad avere la meglio poiché, come sosteneva Kissinger nel 1969: “We fought a military war; our opponents fought a political one. We sought physical attrition our opponents aimed for our psychological exhaustion in the process, we lost sight of one of the cardinal maxims of guerrilla warfare: the guerrilla wins if he does not lose. The conventional army loses if it does not win”. Il costo della guerra asimmetrica, unito alla sempre maggior avversione dell’opinione pubblica delle grandi potenze per le perdite, ha quindi incentivato e incentiverà sempre più la guerra per procura negli anni a venire.