Il Coronavirus e le migrazioni del futuro

Tra gli impatti più importanti che ha avuto l’epidemia di Covid-19 in questi ultimi mesi vi è stato il radicale cambiamento della mobilità degli individui in tutto il mondo. Questa alterazione della dinamica degli spostamenti umani non ha solo mutato lo stile di vita di tutti i giorni ma ha profondamente influenzato tutte le direttrici di spostamento mondiale incluse le rotte migratorie. 

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Il Covid-19 e le migrazioni 

La pandemia non ha solo ridotto al minimo la massa di persone che effettua una migrazione ma ha relegato questo fenomeno sullo sfondo di un contesto internazionale oggi focalizzato sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Uno studio del CSIS ha cercato di comprendere come i processi migratori potrebbero essere influenzati dalla diffusione del Coronavirus e, soprattutto, delle possibili problematiche che potrebbero emergere nel medio e lungo periodo. 

Uno dei motivi della preoccupazione sulle ripercussioni a medio/lungo termine è dato dai moderni flussi migratori che vedono, abitualmente, lo spostamento di milioni di persone lungo tratte consolidate. La sospensione di quasi ogni possibilità di circolazione sia interna agli stati sia internazionale si presenta come un fenomeno sostanzialmente inedito e del tutto nuovo per la società odierna in cui i fenomeni migratori hanno assunto un ruolo di rilievo nelle economie avanzate come in quelle in via di sviluppo. Se le migrazioni sono parte dell’economia globale e sono alla base di molte delle sue attività il blocco odierno della circolazione delle persone assume quindi una prospettiva ancora più negativa. Sono quindi stati ipotizzati diversi scenari che provano a gettare luce su come l’attuale pandemia di Coronavirus possa influenzare il futuro dei flussi migratori. 

Possibili impatti sul futuro delle migrazioni 

Il primo prospetto riguarda un possibile radicale mutamento del mercato del lavoro basato sui migranti che sono la forza lavoro base di diverse attività produttive. Ad oggi il blocco coinvolge anche chi si mette in viaggio per motivi lavorativi impedendo a molti di potersi procurare una fonte di reddito. Questo elemento va a creare delle criticità in primis negli ambiti familiari, infatti va ricordato come molti individui non siano in grado di poter tornare alle proprie famiglie o di non poter più garantire loro un sostegno economico con tutte le conseguenze che questo comporta. Ai problemi familiari si aggiungono quelli economici dato che soprattutto gli stati in via di sviluppo hanno una quota importante di capitale in entrata derivata dalle rimesse di chi è migrato, i flussi delle rimesse infatti vanno in parte a compensare la perdita di capitale umano o finanziario derivato dalla partenza degli individui. Sempre riguardo a questo aspetto è opportuno fare ulteriori precisazioni. L’ammontare di questi flussi dipende non solo dal numero di emigrati ma anche dalla loro retribuzione che, in paesi avanzati è mediamente più alta. L’attuale pandemia è andata a colpire più duramente proprio quei paesi che, sempre in via generale, garantiscono introiti maggiori (Europa e Nord America) e di conseguenza il loro lockdown va a tradursi nella chiusura di una fonte importante di capitale. I gruppi sociali vedono così complicarsi la loro situazione economica che di conseguenza si va a ripercuotere non solo sulla possibilità di aspirare ad un migliore tenore di vita (ad esempio un maggiore livello di scolarizzazione delle nuove generazioni) ma soprattutto la possibilità di accedere ai servizi sanitari di base e ad una sufficiente quantità di viveri. La questione della Food and Health Security è particolarmente delicata proprio in quelle aree in via di sviluppo dato che nel settore della produzione alimentare è rilevante la quota di lavoratori stagionali. Se questi lavoratori sono impossibilitati a spostarsi dalle loro zone di origine o entrano a contatto con ambienti che favoriscono il diffondersi del virus si potrebbe avere un crollo della produzione di beni essenziali con conseguenze disastrose per intere popolazioni. 

Queste dinamiche tuttavia vanno a coinvolgere anche i paesi più sviluppati dato che alcuni settori produttivi hanno quote rilevanti di lavoratori stagionali. Più in generale la presenza di un ingente numero di migranti, che siano stabili o temporanei, in questi paesi potrebbe creare problemi al momento della fine della crisi sanitaria in quanto, come afferma E. Yaboke (Deputy Director and Senior Fellow nel Project on Prosperity and Development e nel Project on U.S. Leadership in Development del CSIS): “when jobs do become available [molti governi] will undoubtedly encourage businesses to hire citizens over migrantsSuch decisions will have lasting effects on migrant workers, their families, and their communities.” Per poi concludere: “The inability of labor to move efficiently—or at all—will impact future global output while putting migrant families themselves under greater financial strain. This will, in turn, increase global inequality.” Queste prospettive gettano un’ombra sulle sfide future che dovranno essere affrontate dopo la fine di questa pandemia. 

Un secondo scenario, correlato al primo, vede l’aumento delle disparità a livello globale. Come già anticipato questo aumento si lega alle conseguenze di medio/lungo periodo sulle migrazioni di tipo economico. Ancora una volta tornano utili i dati sui flussi di rimesse verso le aree in via di sviluppo. Nella regione Asia-Pacifico nel 2018 il flusso totale delle rimesse era di 148 miliardi di dollari con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Di questi, 34 miliardi erano destinati alle sole Filippine mentre impressionante è la crescita del 25% degli introiti del 2018 destinati all’Indonesia. Altro dato interessante è quello dato dall’Africa sub-sahariana che ha visto nello stesso periodo una crescita regionale del 10% guidata da Liberia, Zimbawe, Ghana e Nigeria. Al 2018 i flussi totali delle rimesse nei paesi in via di sviluppo hanno raggiunto un valore totale di circa 529 miliardi di dollari. (Qui i dati per i singoli paesi) Le cifre mostrano quindi la fondamentale importanza che i flussi migratori hanno assunto in molti stati sia a livello nazionale sia a livello sociale, garantendo quindi il proseguire dello sviluppo di molte aree geografiche insieme ad una trasformazione delle rispettive società. 

Un terzo scenario deriva dai possibili risvolti politici futuri. Il grande dubbio che si ha riguardo il futuro è che, se le misure restrittive adottate contro il Covid-19 hanno un carattere temporaneo, alcune di esse potrebbero essere estese ben oltre le necessità da governi che già prima della crisi si erano mostrati insofferenti al fenomeno migratorio. In questo caso l’esempio ungherese, che ha visto assegnati i pieni poteri al presidente V. Orbán, si dimostra un efficace modello in quanto l’Ungheria già da prima della pandemia aveva di fatto chiuso le proprie frontiere all’immigrazione. Potrebbero essere sfruttate le misure odierne per adottare un regime ancora più restrittivo in futuro e, come l’Ungheria, molti altri stati sarebbero tentati di seguire questo percorso, soprattutto se si pensa ai risultati elettorali degli ultimi anni. La spinta avuta verso una maggiore chiusura e il progressivo avanzare di idee xenofobe non solo ha portato al governo partiti fautori di politiche restrittive ma l’arrivo della pandemia potrebbe innescare una meccanica per il consolidamento del loro potere. Quanto fatto per la salvaguardia del paese, a crisi passata, potrebbe infatti rivelarsi una potente arma elettorale. 

Un altro problema che è emerso e che potrebbe rimanere insoluto a medio termine è la questione dei Forced Migrants ovvero quella grande categoria di migranti in cui rientrano i richiedenti asilo, i rifugiati, gli sfollati e chiunque si veda costretto a migrare. Questa categoria di individui ha visto progressivamente ridursi le opzioni di viaggio e l’aumentare dei rischi dello stesso. Con la chiusura dei traffici di confine e un aumento dei controlli arrivare alla meta scelta risulta estremamente più complesso e in media più dispendioso, a questo si somma il rischio di rimanere bloccati in paesi ove i diritti umani non sono garantiti o in cui vi sono dei conflitti. Un caso che riguarda l’Italia e l’Europa da vicino è la condizione dei migranti che transitano per la Libia, con i flussi praticamente fermi chi si trova bloccato nel paese rischia non solo di venire trasferito nei centri appositamente predisposti ma anche di finire coinvolto nell’attuale conflitto. A tutto ciò ovviamente vanno sommate le condizioni igieniche che amplificano notevolmente i rischi sanitari non solo legati al Coronavirus e che mettono costantemente a rischio migliaia di soggetti in viaggio. 
Le stesse agenzie dell’ONU hanno sottolineato come questa possa diventare una situazione diffusa in tutto il mondo con migliaia migranti bloccati in campi sovraffollati o in aree urbane densamente popolate con difficoltà di accesso anche ai servizi sanitari di base. Le conseguenze sarebbero disastrose in quanto le probabilità dell’esplosione di nuovi focolai sono concrete e potrebbero comportare un ulteriore irrigidimento delle norme sulla circolazione ed una ulteriore proroga delle stesse. A livello sistemico il rischio è che i tempi di ritorno alla “normalità” potrebbero dilatarsi notevolmente. Quanto espresso da J. Konyndyk (Senior Policy Fellow del Center for Global Development) nel 2014 riguardo l’ebola risulta ancora valido: “[You] would have a hard time designing a more dangerous setting for the spread of this disease than an informal IDP settlement. You have a crowded population, very poor sanitation . . . very poor disease surveillance, very poor health services. This could be extraordinarily dangerous.” In questo contesto ha assunto rilievo anche un altro problema ovvero il fatto che attori non statali potrebbero cogliere questa occasione per esercitare pressioni verso governi già in gravi difficoltà e favorire la creazione di nuovi flussi irregolari più difficilmente rintracciabili con tutte le conseguenze del caso sulla sicurezza e la salute degli individui. 

Questo ultimo fattore apre la strada ad un possibile trend che potrebbe confermarsi nel futuro. Le migrazioni potrebbero entrare in una fase dove gli spostamenti irregolari sarebbero molto più diffusi. Le conseguenze della pandemia sopra elencate potrebbero portare un numero crescente di individui e gruppi familiari alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori e favorire così la nascita di un fiorente flusso sotterraneo di masse che spostandosi nell’ombra favoriscono il prosperare di organizzazioni illecite legate non solo al traffico di esseri umani ma più in generale alla criminalità organizzata locale ed internazionale. 

Breve sguardo al caso italiano 

L’Italia è già stata colpita molto duramente dalla pandemia e le conseguenze di questo periodo si potrebbero protrarre per lungo tempo anche dopo la soluzione del problema. L’evolversi della situazione futura potrebbe, in via ipotetica, presentare due problemi principali.  

L’Italia potrebbe essere tra i primi paesi a tornare ad uno stato di quasi “normalità” riaprendo alla libera circolazione degli individui. Questo tuttavia difficilmente corrisponderà con una riapertura analoga degli altri paesi e, considerando le zone di origine dei flussi migratori, questa situazione potrebbe anche durare per mesi. In questo caso i flussi potrebbero ridursi drasticamente ed assumere una forma più sotterranea ed ancora più illegale come si evidenziava nel paragrafo precedente. A questo si somma ovviamente il problema sanitario che obbligherebbe, come già è accaduto, a mettere in quarantena chiunque arrivi sul territorio correndo il rischio di sovraccaricare le già problematiche (e spesso non attrezzate) strutture di accoglienza. Il secondo problema è figlio del carattere delle migrazioni che passano per l’Italia, queste essendo principalmente di transito potrebbero creare notevoli criticità in caso i principali paesi di destinazione decidano di mantenere regimi più restrittivi per un tempo più lungo. In questo caso si potrebbero sostanziare situazioni analoghe a quanto visto negli anni precedenti lungo la Balkan Route, a Idomeni o a Calais. 
Questi possibili scenari combinati con un possibile ritorno di un ambiente politico turbolento proiettano un’ombra sul futuro italiano soprattutto nel caso le istituzioni non riuscissero ad adottare una strategia a medio/lungo termine per affrontare tutti i problemi che lascerà questa pandemia. Un elemento che spesso è stato assente nella programmazione politica italiana.