Il Coronavirus come punizione contro l’Occidente. La prospettiva del terrorismo islamico

La più grande emergenza sanitaria dei nostri tempi ha modificato le priorità politiche e mobilitato l’attenzione dei media mondiali. Il fondamentalismo islamico, che fino a qualche tempo fa era al centro del dibattito politico e pubblico, è passato in secondo piano e le organizzazioni terroristiche volgono a proprio vantaggio questa crisi. In che modo il Covid-19 irrompe nella loro propaganda? Come cambiano le modalità di reclutamento durante il lockdown globale? Quali sono le prospettive future?

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Il Coronavirus nella nuova narrazione jihadista

Oltre ad aver già provocato un numero allarmante di vittime, modificato la vita quotidiana di milioni di persone e rallentato l’attività economica globale, il Coronavirus ha anche distolto l’attenzione dalla minaccia del fondamentalismo islamico che ne approfitta per consolidare la propria ideologia e guadagnare consenso.

La pandemia si inserisce nella propaganda islamista come “punizione di Dio” contro le ingiustizie e i soprusi perpetrati nei confronti dei musulmani e si trasforma in un richiamo all’Islam. Daesh e Al Qaeda seguono e commentano gli sviluppi legati alla diffusione del Covid-19 sin dal principio. Nel suo editoriale al-Naba, Daesh descrive il Covid-19 come “soldato di Dio” che vendica le persecuzioni del governo cinese nei confronti della minoranza musulmana degli Uiguri. Al Qaeda invece nel comunicato “The Way Forward: a Word of Advise on the Coronavirus Pandemic” delinea un vero e proprio vademecum per il contenimento della diffusione del virus. Direttive sanitarie non diverse da quelle rilasciate dai nostri governi, invitano alla cura dell’igiene personale e a evitare spostamenti da e verso le zone particolarmente colpite. Nel numero 225 di al-Naba, anche lo Stato Islamico pubblica la sua guida anti-contagio che esorta a coprire la bocca quando si tossisce e si starnutisce e lavare frequentemente le mani. L’ISIS, che incita i seguaci a non avere pietà e ad organizzare attacchi contro un occidente ormai indebolito, invita a considerare la crisi come un’opportunità per riconoscere l’importanza della preghiera, mostrare timore di Dio (ad esempio indossando il niqab che garantisce una maggiore protezione rispetto ad una semplice mascherina) e riflettere sulla debolezza umana. Inoltre, citando gli ḥadīth del profeta, i jihadisti rassicurano i credenti: se per volontà divina dovessero essere contagiati, verranno ricordati come martiri.

Nuove modalità di reclutamento

Benché, come riportato dal Global Terrorism Index 2019, il terrorismo mieta meno vittime rispetto al passato, la piaga del jihād globale colpisce sempre più stati. Lo confermano gli attentati rivendicati dall’ISIS nell’isola di Java, nelle Maldive, in Mozambico, nelle Filippine e in Afghanistan, tutti nel solo mese di Ramadan. Il fenomeno terroristico sfrutta la componente tecnologica e ha nel web, più che nei luoghi di aggregazione, il principale canale di reclutamento e radicalizzazione. La dimensione potenzialmente mondiale del fenomeno è ben rappresentata dall’uso di diverse lingue oltre all’arabo e all’inglese e recentemente si riscontra un aumento dei contenuti in spagnolo, tedesco e indonesiano.

“La gente è chiusa in casa e trascorre molto più tempo online- afferma il coordinatore antiterrorismo dell’UE Gilles de Kerchove intervistato da Reuters– e questa diventa l’occasione perfetta per raggiungere coloro che trascorrono tutto il giorno davanti al computer”. Difatti, l’isolamento estremo e la crescente presenza sui social media accrescono la possibilità di esporsi a contenuti estremisti che potrebbero portare alla radicalizzazione. Nelle ultime settimane, Michael Krona, studioso dei media e della propaganda dello Stato Islamico, ha osservato un considerevole incremento dei canali dedicati alla pandemia. Ad oggi l’ISIS, una vera e propria macchina della propaganda, vanta centinaia di canali ufficiali e affiliati su molteplici piattaforme come Hoop, RocketChat e Riot, ma la favorita rimane Telegram. La propaganda islamista non risparmia nemmeno i più giovani per i quali sono state create versioni riadattate di famosi videogames come Call of Duty e Minecraft.

Prospettive future

Il terrorismo rappresenta una minaccia concreta sul piano globale e ha trovato nel Coronavirus un nuovo alleato. I combattenti fī sabīl Allāh “per il bene di Dio” hanno dimostrato una notevole capacità di adattamento intensificando la loro presenza online. Il loro modus operandi è mutato sulla base dei divieti di assembramenti in vigore in tutta Europa che hanno ridotto i loro target e dell’aumento dei controlli che impediscono lo spostamento di merci e persone. Gli attentati avvenuti finora sono limitati e non eccessivamente letali e presumibilmente nei prossimi mesi si assisterà solo ad attacchi di questo tipo anche al di fuori della regione mediorientale.  Ma ciò non deve far credere che il jihadismo stia perdendo potere. In Iraq ad esempio, dove il Covid-19 rappresenta soltanto l’ennesimo fattore destabilizzante, l’incubo del ritorno dell’ISIS non sembra così irrealizzabile. Una cronica instabilità economica esacerbata dalla diminuzione del prezzo del petrolio, i cui proventi costituiscono il 90% del bilancio di stato, potrebbe ulteriormente mettere in ginocchio il paese.

Un altro allarme lanciato dagli esperti riguarda la radicalizzazione giovanile che potrebbe subire un incremento soprattutto durante la fase post-crisi. Quando la curva epidemica comincerà a segnare un numero non più preoccupante di contagi e di decessi, si dovranno fare i conti con le gravi ripercussioni sociali ed economiche che il virus porterà con sé. Il timore è che il terrorismo possa sfruttare il malcontento, il disorientamento e l’ansia giovanile.

Le organizzazioni terroristiche potrebbero anche approfittare del fatto che diverse potenze occidentali, in seguito alla pandemia, abbiano interrotto molte operazioni contro lo Stato Islamico e ritirato le truppe di stanza in Iraq e in Siria. Oltre a una risposta coordinata a livello internazionale sulla salute pubblica, i governi dovrebbero conservare, se non addirittura rafforzare, la cooperazione internazionale al fine di vigilare l’estesa rete di attività online ed evitare futuri attentati.       

Jessica Pulsone,
Geopolitica.info