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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoIl cordone sanitario anti-Iran. La politica di Israele nel...

Il cordone sanitario anti-Iran. La politica di Israele nel Caucaso e l’operazione al-Aqsa Flood

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La guerra lampo del 19-20 settembre in Nagorno Karabakh, che ha portato alla riconquista da parte dell’Azerbaijan dei distretti rimasti in mano separatista ed al crollo della repubblica armena dell’Artsakh, sta causando sconvolgimenti importanti nell’assetto geopolitico del Caucaso meridionale.

Dalla blitzkrieg azera sono emerse (o riemerse) alcune questioni fondamentali che non possono essere tralasciate e che determineranno il futuro prossimo di un’area che ha una valenza strategica essenziale anche per Paesi lontani come l’Italia.

L’esodo dei cittadini armeni cristiani dall’Artsakh alla confinante Armenia, le azioni di pulizia etnica e culturale (sulle quali l’Onu dichiara di non avere comunque prove concrete) e lo sfuggente ed ambiguo ruolo dei peacekeepers russi sul campo hanno dato prova delle difficoltà della Russia di incidere sulle scelte politico-militari di Baku ed Erevan rispetto a qualche anno fa.

Ferma restando l’integrità territoriale dell’Armenia, garantita ed accettata da Usa, Nato, Russia e, persino, Turchia, l’Azerbaijan ha comunque saputo costruire un equilibrio di potenze nuovo nel Caucaso, sancendo la sua ascesa tra i Paesi da tenere in considerazione per chiunque voglia dire la propria nella regione.

Secondo molti analisti armeni, il crollo dell’Artsakh sarebbe stato determinato da un accordo tra Mosca e Ankara, o comunque da un “non nocet” di Putin ad Aliev, rispolverando il vecchio patto tra l’Urss e la Turchia di Kemal datato 1921 che tracciò i confini del Caucaso moderno, affidando il Nagorno-Karabakh agli azeri, comunque inseriti nell’esperienza unitaria della Repubblica socialista federativa sovietica (RSFS) Transcaucasica fino al 1936. 

La vittoria azera in Artsakh è stata considerata come la ripresa di un “prolungato processo di disintegrazione imperiale”, come ha notato lo storico ucraino Igor Torbakov, che studia le trasformazioni post-imperiali russe ed ottomane. La linea di faglia armeno-azera è un classico esempio di “zona di frantumazione imperiale”, come ce ne sono tante in Medio Oriente, nei Balcani ed in altre aree del Caucaso, e che ha ripresentato le stesse problematiche di convivenza forzata, mescolanza ostile e guerra aperta tra popoli, espressione dello sfaldamento dei multietnici imperi zarista e sovietico. 

La Turchia di Erdogan, che dell’Azerbaijan è grande sponsor, vede in Baku la possibilità di ricostruire un’area imperiale, molto più radicata della normale “influenza”, nel Caucaso per il Türk Dünyası. Per parte loro, gli azeri vedono nei “fratelli etnici” turchi il trampolino di lancio per accreditarsi nel mondo come interlocutori importanti. Qualcosa in più dell’immagine dell’Azerbaijan come hub energetico. 

Questo “qualcosa in più” può passare anche per la influente comunità ebraica azera. Erede dei locali ebrei Juhuro caucasici e degli aschenaziti provenienti dai territori europei dell’Impero russo, gli ebrei azeri hanno mantenuto buoni rapporti con il governo di Aliev ed oggi, per Israele, l’Azerbaijan è uno dei principali mercati per la propria industria della difesa, ma anche uno dei principali fornitori di energia, con il 65% del fabbisogno di gas dello Stato ebraico garantito da Baku.

Nel 2020, al tempo della seconda guerra del Nagorno Karabakh, Tel Aviv ha fornito a Baku missili TBM “Lora”, droni “Harop” e supporto dell’intelligence. Un sostegno importante quanto quello della Turchia di Erdogan. 

La politica filo-azera di Netanyahu risponde alle esigenze di contenere l’Iran da nord, allargando il “cordone di sicurezza” contro Teheran e, contemporaneamente, migliorare i propri rapporti bilaterali con la Turchia, anche nel solco – pur tenendo presenti le naturali rivalità interne alle potenze dell’Islam – degli Accordi di Abramo.

Anche Israele sta cercando, infatti, come altri attori coinvolti nel “grande gioco” del Caucaso, di sfruttare le occasioni che emergono dalle “zone di frantumazione imperiale”, prima russo-zarista e turco-ottomana, poi russo-sovietica, come quella armeno-azera. Entrare a gamba tesa nelle questioni aperte del Caucaso significa per gli israeliani poter ampliare il terreno di confronto con gli ayatollah di Teheran e porre sulle loro teste una “spada di Damocle” difficilmente contrastabile.

Non è, parimenti, escluso che alle azioni di guerra aperta condotte da Hamas oltrefrontiera non sia arrivato il sostegno – anche se non ufficiale – della Siria di Assad, mentre l’Iran ha già espresso il proprio apprezzamento per i blitz contro gli insediamenti israeliani.

Da mesi avvengono provocazioni reciproche tra israeliani ed Hamas, e l’operazione Al-Aqsa Flood ne è solo l’ultimo tassello. Sostegno ad Israele è arrivato, chiaramente, dall’Occidente ed anche dall’Ucraina, mentre la Russia ha chiesto di valutare la possibilità di una tregua. Tuttavia, non si può escludere l’ipotesi secondo cui certe ali dell’estremismo palestinese abbiano come obiettivo il sabotaggio dei negoziati con l’Arabia Saudita ed il progetto di “cordone sanitario” anti-iraniano di Tel Aviv.

Gli israeliani non hanno, infatti, una politica estera concentrata esclusivamente sul proprio “estero vicino”, ed anche le azioni compiute dalle parti della Striscia di Gaza, pur con riflessi locali, hanno la funzione di influenzare alcune scelte dello Stato ebraico e delle potenze regionali del Medio Oriente.

Quella che Israele lancerà su Gaza, e di cui si vedono già i primi effetti, sarà una tempesta di fuoco con massicci bombardamenti aerei. Sarebbe la più “naturale” – sotto il profilo squisitamente militare – risposta all’avanzata oltre confine dei miliziani di Hamas.

I combattimenti tra IDF e milizie palestinesi a Re’im e Kfar Aza hanno permesso agli israeliani di recuperare posizioni perse il primo giorno sull’onda della “sorpresa” sfruttata dal nemico. Ad Ofakim la situazione è diversa, perché lì le truppe di Tel Aviv mirano a fermare una avanzata in profondità di Hamas. 

Se in territorio israeliano si deve per forza combattere via terra, l’ingresso in forze di fanteria e corazzati con la Stella di David nella Striscia di Gaza significherebbe rischiare di impantanarsi nel dedalo di strade e tunnel della città. La densità di popolazione a Gaza non aiuta, con 6.000 abitanti per chilometro quadrato e due milioni totali di persone che vi risiedono. Condurre una estenuante battaglia urbana non è un rischio calcolabile ma una certezza.

Certo, il premier israeliano Netanyahu – su cui i giornali israeliani, a cominciare da Haaretz hanno lanciato pesanti accuse sulle responsabilità profonde di quella che ieri è stata considerata a tutti gli effetti una sconfitta militare – dovrà comunque valutare i contraccolpi politici nel mondo musulmano di un bombardamento a tappeto su Gaza o di un ingresso in forze nei territori della Striscia.

Del resto, non è da escludersi che la violenza dell’attacco di Hamas serva proprio a scatenare una reazione dell’artiglieria e dell’aeronautica di Tel Aviv, tale da amplificare il sostegno per l’iniziativa di Hamas. Questo mentre verso nord si registrano scambi di colpi d’artiglieria tra IDF e Hezbollah.

L’apporto dello Stato ebraico alla vittoria dell’Azerbaijan nella guerra lampo dell’Artsakh ha messo in evidenza alcuni programmi proattivi di Israele sulla mezzaluna geografica levantino-persiano-caucasica. Iniziative che, certo, non sono passate inosservate a Teheran e che hanno contribuito, tra le altre, a spingere Hamas a dichiarare apertamente guerra ad Israele con l’inizio dell’operazione Al-Aqsa Flood

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