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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl contesto geopolitico del conflitto israelo-palestinese

Il contesto geopolitico del conflitto israelo-palestinese

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L’ultimo atto del conflitto israelo-palestinese va oggi in scena tra le macerie di Gaza, raccontando una storia che non nasce il 7 ottobre 2023, ma che si dipana ormai da decenni. Per tratteggiare con metodo i possibili sviluppi futuri di questa crisi, occorre analizzare il contesto geopolitico in cui si è inserita.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha riportato alla ribalta l’eterno conflitto israelo-palestinese, a lungo sottaciuto dai media occidentali e parallelamente relegato a sporadici discorsi strumentali pronunciati dai leader del Medio Oriente. Lungi dall’essere una mossa estemporanea, tuttavia, l’Operazione Tempesta Al-Aqsa si inserisce in un contesto locale caratterizzato da sistematiche espropriazioni territoriali perpetrate dagli esecutivi israeliani, dalla frustrazione della collettività palestinese connessa allo scadimento della leadership alla guida dell’Autorità nazionale (Anp) e dal disinteresse di gran parte degli attori regionali per un’effettiva autodeterminazione della Palestina. Cavalcando rabbia, dolore e sofferenza, l’organizzazione terroristica ha così voluto legittimarsi agli occhi dei connazionali, tentando di esautorare al-Fatah dal controllo politico della Cisgiordania e proponendosi come l’unico baluardo in grado di lottare efficacemente contro l’occupazione israeliana. Tutto ciò, però, a discapito dell’incolumità di oltre due milioni di palestinesi abitanti la striscia di Gaza, un’enorme prigione a cielo aperto in cui la popolazione civile si trova attualmente schiacciata tra chi prova ad utilizzarla come “scudo umano” e chi la considera al pari di una mera “vittima collaterale”. 

Alle motivazioni di natura prettamente locale dietro la genesi dell’Operazione, si allaccia l’interesse geopolitico della Repubblica Islamica iraniana, principale patron di Hamas assieme al Qatar, intenzionata ad impedire l’imminente normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Arabia Saudita in seno agli Accordi di Abramo, pensati e benedetti dagli Stati Uniti proprio per suggellare l’isolamento dell’Iran dal contesto regionale. L’attacco sferrato dai miliziani palestinesi, dunque, deve leggersi anche alla luce della volontà di Teheran di provare a spezzare il fronte anti-persiano recentemente coagulatosi sotto l’ombrello securitario dello Stato ebraico, mettendone in imbarazzo le componenti arabe dinnanzi alle rispettive opinioni pubbliche ed incrinando al contempo la capacità di deterrenza israeliana. 

Un’azione motivata inoltre dai recenti avvenimenti nel Nagorno-Karabakh, dove l’avanzata azera sostenuta da Turchia ed Israele ai danni dell’Armenia ha aumentato sensibilmente la pressione ostile sulla provincia dell’Azerbaigian iraniano, con conseguente grande tormento della Repubblica Islamica per la stabilità del proprio fronte domestico. Discendenti diretti delle invasioni turche medioevali dell’altopiano persiano, infatti, gli azeri rappresentano quasi un quarto della popolazione totale che abita il territorio dell’Iran odierno, superando di gran lunga le dimensioni demografiche dei propri omologhi che vivono a Nord del fiume Aras (circa 15 milioni contro 10 milioni). Sebbene siano storicamente riconosciuti come l’etnia allogena maggiormente assimilata nella vita sociale e politica persiana, i travolgenti successi di Baku stanno provocando notevoli effetti destabilizzanti su gran parte degli azeri iraniani, sobillandone gli istinti nazionalisti e legandoli maggiormente alla causa panturanica. In aggiunta, Teheran deve oggi fare i conti con l’ingombrante presenza degli apparati securitari israeliani lungo il suo confine settentrionale, recente concessione dell’Azerbaigian allo Stato ebraico, al quale è stato consentito l’utilizzo di infrastrutture militari in cambio del supporto fornito nel Nagorno-Karabakh. 

Fattori, questi, che potrebbero aver alimentato il senso di urgenza della classe dirigente iraniana trasferito successivamente sull’ala militare di Hamas, affinché attaccasse Israele anche per spezzare il crescente soffocamento percepito dall’Iran, tanto nel Golfo quanto nel Caucaso. Uno scenario complesso ed impossibile da comprendere attraverso l’improbabile vulgata di un conflitto di religione nel Medio Oriente.

Cruciale al fine di delineare gli effetti a lungo termine di questa crisi è il momento storico in cui essa si colloca. I miliziani di Hamas, infatti, hanno scientemente deciso di colpire Israele mentre lo Stato ebraico si trovava paralizzato da uno scontro domestico relativo alla definizione della propria identità nazionale, manifestato dalle imponenti proteste che hanno affollato per mesi le piazze di Gerusalemme e Tel Aviv. Fondato da ebrei laici di provenienza prevalentemente europea durante la prima metà del Novecento, attualmente Israele deve la sua crescita demografica a cittadini di profonda cultura religiosa con origini maghrebine e mediorientali (mizrahi), a cui si sono aggiunte comunità ultraortodosse portatrici di una cifra identitaria estranea ai valori tradizionali del sionismo (haredim). In un peculiare capovolgimento antropologico, dunque, il futuro dello Stato ebraico risiede oggi nelle mani dei gruppi che sono giunti in Terra Santa dopo la dichiarazione di indipendenza o che rifiutano di riconoscersi nella matrice laica della classe dirigente. Un movimento tellurico che ha conseguentemente provocato notevoli scontri tra le diverse anime del Paese, di cui le proteste per la riforma della giustizia hanno rappresentato soltanto l’aspetto sovrastrutturale. Sintomi di una vulnerabilità interna alla collettività ebraica, astutamente tramutata in cuneo dai miliziani di Hamas.

Conscia del momento di debolezza del proprio rivale, l’organizzazione islamista ha così sfruttato la contingenza favorevole per sferrare un attacco dalla forte valenza simbolica, destinato a scatenare una reazione incontrollata da parte della compagine governativa israeliana. In tutta la sua efferatezza, un esempio da manuale di pura tattica terroristica, tipica di un soggetto che è consapevole di non poter sconfiggere il nemico con mezzi propri e decide dunque di sfruttarne l’emotività spingendolo verso atti suicidi. Attualmente lo Stato ebraico si ritrova infatti a combattere un avversario impossibile da estinguere tramite un’operazione militare su larga scala e che risiede solo parzialmente a Gaza, dal momento che la maggior parte delle menti, dei finanziatori e dei collegamenti logistici di Hamas vivono notoriamente al di fuori dalla Striscia. Inoltre, il fatto che sia venuto ampiamente meno il principio di proporzionalità della risposta e che sia iniziata l’incursione di terra nel dedalo di Gaza, sono elementi che probabilmente costringeranno Israele ad una guerra lunga, logorante, mediaticamente insostenibile e potenzialmente estendibile su più fronti. Non ultimo quello della diaspora ebraica, attualmente esposta a rinnovato antisemitismo.

Al di là delle aspettative, la necessità di trovare un compromesso duraturo alla crisi in Terra Santa è oggettivamente complessa. Da un lato per la forma geografica angusta di Israele e per il conseguente imperativo connesso alla ricerca di una maggiore profondità difensiva ai danni dello spazio limitrofo, alimentata negli anni dagli attacchi esterni che hanno inevitabilmente plasmato il senso di insicurezza della collettività ebraica. Dall’altro, per l’incipiente scivolamento della società israeliana verso una natura più religiosa e massimalista, intrinsecamente meno incline a negoziare con i palestinesi e viceversa maggiormente favorevole ad annettere ulteriori territori ammantati di mitologia biblica. Una deriva di impostazione mediorientale scolpita nella demografia del popolo ebraico, certamente più familiare al contesto di riferimento, ma oltremodo lontana dall’ostentata democraticità di stampo occidentale. 

Elementi, questi, che sembrano segnalare l’imminente concretizzarsi di un’insidiosa contingenza storica in cui Israele, pur di fronte ad un contesto regionale maggiormente favorevole, rischia oggi di allontanare da sé i Paesi arabi che hanno puntato sulla sua protezione ed attirare ulteriori attacchi sanguinosi nel prossimo futuro. Evitando di affrontare il grave dilemma demografico che ne muterà la società e non volendo immaginare una soluzione praticabile alla questione palestinese, infatti, lo Stato ebraico potrebbe dover fare i conti con scenari ben più esiziali nel medio periodo. 

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