Il confronto tra Stati Uniti-Cina e il Memorandum per l’assistenza all’Italia

«La realtà è che il mondo non sarà più lo stesso di prima dopo il Coronavirus». A sostenerlo è Henry Kissinger in un suo recentissimo articolo sul Wall Street Journal. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex-segretario di Stato americano, alcuni (pochi) osservatori stanno – giustamente – avanzando qualche preoccupazione sul fatto che la realtà interna agli Stati, ossia le regole e le istituzioni che fino a qualche settimana fa regolavano la vita dei loro cittadini, potrebbe non ritornare a essere la stessa di un tempo. 

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Soprattutto per le democrazie, le scelte imposte dalla necessità di far fronte al Covid-19 rischiano di agire come una terribile onda che investe una spiaggia. Quando si ritira, la spiaggia è sempre lì, ma alcune delle sue caratteristiche sono ormai state alterate. Si tratta sicuramente di uno dei rischi che corriamo, vista la facilità con cui i governi di molti Paesi hanno di fatto sospeso libertà civili e diritti politici, neutralizzando non solo i Parlamenti ma anche – e questo lascia veramente stupiti – le opinioni pubbliche nazionali. Non è un caso che sono stati proprio gli Stati Uniti e il Regno Unito, ovvero i Paesi tradizionalmente “promotori” delle libertà individuali, ad aver indugiato maggiormente nel prendere decisioni simili. E, verosimilmente, avrebbero fatto altrettanto anche se l’inquilino della Casa Bianca fosse stata Hilary Clinton e quello di Downing Street Keir Starmer (si ricordi che il Partito Laburista ha eletto il suo nuovo leader in piena emergenza lo scorso 4 aprile). 

A destare uguale preoccupazione sono anche gli effetti di questa “mareggiata” a livello internazionale. Il riferimento non è solo al disastro economico che si potrebbe materializzare di qui a breve. Piuttosto, si pensa soprattutto ai possibili effetti sui rapporti di forza tra le grandi potenze. Come già in molti hanno notato, gli “sfidanti” dell’ordine a guida americana sembrano aver intravisto negli spazi aperti dall’emergenza Coronavirus un momento in cui possono essere colte molte opportunità, sia in termini materiali che immateriali. In particolare, sembra averlo fatto la Repubblica Popolare Cinese (RPC), che pur essendo all’origine della pandemia sia materialmente (l’ormai stranoto mercato di Wuhan) che politicamente (le meno attenzionate reticenze sulla denuncia della diffusione del virus da parte di Pechino e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) sembra stia uscendo rafforzata da questa fase. 

D’altronde, sebbene sia vero che la crescita economica cinese conoscerà un forte rallentamento nel 2020, lo stesso effetto si abbatterà con ancor più violenza sui Paesi occidentali. Alcuni tra questi – Italia in testa – registreranno probabilmente percentuali in negativo. Si ricordi, tuttavia, che ciò che conta nelle relazioni internazionali non sono i vantaggi assoluti (quanto ho guadagnato la Cina nel 2020), ma quelli relativi (quanto ha guadagnato la Cina rispetto agli altri Stati nel 2020). Inoltre, gli eventi in corso stanno offrendo l’irripetibile opportunità a un Paese energivoro – oltre che indifferente alle questioni ambientali – di incamerare enormi quantità di petrolio e gas ai prezzi più bassi che si ricordino. Questi potranno essere utilizzati per far ripartire la produzione cinese a prezzi comunque concorrenziali, anche in una condizione di recessione globale, e rimpinguare le riserve strategiche nazionali. Il tutto mentre l’industria dello shale oil americana sta vivendo una fase critica, al netto dell’enorme sforzo profuso dalla Casa Bianca nella mobilitazione delle major del settore a suo sostegno e nel rilancio del dialogo tra Paesi OPEC (Arabia Saudita in testa) e non-OPEC (Russia e Messico, su tutti) per il taglio sulla produzione mondiale di greggio (raggiunto proprio in questi giorni). 

Allo stesso modo (e ancor più inaspettatamente), la RPC sta sfruttando l’occasione per migliorare la sua immagine internazionale. Come fatto da altri “sfidanti” dell’ordine internazionale a guida americana, ma con molto più vigore e successo, ha lanciato un’operazione di soft power su scala globale. Il suo modello politico, infatti, sembra trarre giovamento dalla crisi Coronavirus. E non solo perché – come da tradizione del Partito Comunista Cinese – è stato utilizzato per far fuori dirigenti politici ormai sgraditi al gruppo dirigente di Xi Jinping (e il presidente lo sa bene, in quanto suo padre fu vittima della Rivoluzione culturale). Infatti, è riuscito a farsi percepire da buona parte dell’opinione pubblica occidentale come più efficiente degli altri nella lotta al virus sia all’interno dei suoi confini, dove ormai i nuovi casi di contagio si contano sul palmo di una mano (almeno secondo le fonti ufficiali), sia al suo esterno, dove ha abilmente orchestrato una campagna di aiuti all’estero. Di conseguenza, in molti cominciano a pensare che un regime che nega ogni genere di diritto politico e quasi tutte le libertà civili (tranne quella di arricchirsi) non sia così tanto male in termini pratici e forse neanche così lontano dalla democrazia in termini politici (siamo tornati al dibattito su democrazia procedurale e democrazia sostanziale?!?!?). Si ricordi, solo a titolo di esempio, che il sindaco di Milano Giuseppe Sala in un’intervista ha definito la Cina «un Paese non pienamente democratico». 

L’attivismo cinese rappresenta ovviamente una sfida alla leadership globale degli Stati Uniti. Nella prima fase della crisi Covid-19 questi ultimi sono sembrati poco “empatici” con i Paesi che stavano facendo fronte al primo impatto con il virus. Bisogna ricordare, tuttavia, che anche all’inizio della Grande Guerra e della Seconda guerra mondiale furono titubanti sul da farsi, ma poi assunsero il ruolo che tutti ricordiamo in entrambi i casi (e anche tra il 1945 e il 1946 nuovi dubbi sorsero sul futuro impegno americano). Proprio per questo, tuttavia, alleati, partner e clienti degli Stati Uniti sono stati abituati a una leadership decisa, a prendersi poche responsabilità e, quindi, a sobbarcarsi ancor meno costi. Questa condotta – talvolta al limite del free riding (come disse Barack Obama in una nota intervista su The Atlantic) – rischia di renderli più vulnerabili alle sirene degli aiuti delle potenze sfidanti dell’ordine liberale, come avvenuto nel nostro Paese con la surreale vicenda dei materiali sanitari “donati” (in realtà venduti) dalla RPC e delle conferenze stampa dei nostri dirigenti politici e sanitari con le equipe di medici cinesi. 

Tale condizione, tuttavia, finisce per rendere l’Italia un Paese ancor più rilevante per gli Stati Uniti, come ribadito anche dal segretario di Stato Mike Pompeo in una recente intervista al Corriere della Sera, similmente a quanto era avvenuto durante la Guerra fredda. Probabilmente anche per tale ragione, il primo grande atto dell’Amministrazione Trump volto a riaffermare la leadership americana al cospetto della crisi internazionale in corso riguarda proprio il nostro Paese. Si fa naturalmente riferimento al Memorandum on Providing COVID-19 Assistance to the Italian Republic del 10 aprile. Non a caso, l’incipit del decreto conferma espressamente l’obiettivo di riaffermare la leadership americana e far fronte alle campagne di disinformazione lanciate dalla Cina e dalla Russia. In secondo luogo, declina il piano di sostegno americano alla luce del paradigma dell’America first, ribadendo a più riprese che le politiche sono attuate senza sottrarre le risorse necessarie agli americani. Inoltre, ricorda che, nonostante il governo americano si occupi prioritariamente della salute dei suoi cittadini, l’Italia è uno dei più stretti e antichi alleati degli Stati Uniti. Pertanto, questi ultimi vogliono contribuire a combattere il COVID-19 e mitigare l’impatto della crisi nel nostro Paese. Tale scelta, peraltro, è presentata come nell’interesse degli stessi Stati Uniti, perché funzionale a prevenire una seconda ondata di infezioni dall’Europa e a preservare la catena di approvvigionamento critico (i famosi beni pubblici che una potenza egemone fornisce agli altri Stati). 

Il memorandum, quindi, chiede al segretario di Stato e al direttore di USAID:  

  • di identificare le organizzazioni governative e non governative (incluse quelle religiose) che sono impegnate a sostenere la popolazione italiana nella crisi in corso; 
  • di facilitare i contatti tra autorità italiane e aziende americane; 
  • identificare i materiali in eccesso negli Stati Uniti e trasferirli in Italia; 
  • identificare i canali più efficienti per la distribuzione di questi materiali; 
  • incoraggiare società e ONG americane presenti in Italia e disponibili a donare attrezzature e materiali medici.  

Alla luce dei 30.000 tra soldati e funzionari americani presenti in Italia, chiede al Dipartimento della Difesa: 

  • di fornire servizi di telemedicina per gli ospedali; 
  • trasportare e montare ospedali da campo e altri equipaggiamenti forniti da istituzioni americane non statali; 
  • agevolare trasporto di forniture, carburante e cibo; 
  • trattare pazienti italiani non COVID-19. 

Infine, chiede al Dipartimento della Salute di assistere il Ministero alla Salute italiano nella risposta all’emergenza COVID-19 e al segretario di Stato, al direttore di USAID e al presidente dell’Import-Export Bank degli Stati Uniti di utilizzare la loro autorità a sostegno della ripresa dell’economia italiana.  

La maggior parte dei risultati di questo memorandum, ovviamente, sarà tangibile solo tra qualche mese, quando il mondo potrebbe non essere più del tutto identico a quello che conoscevamo prima secondo la previsione di Kissinger. Tuttavia, per la sicurezza di un Paese investito in misura così profonda dalla crisi sarà importante che gli Stati Uniti riaffermino la loro volontà di esercitare la leadership e il memorandum qui riportato sembra confermarlo. Lo è perché quando l’onda del COVID-19 si ritirerà sarà auspicabile che il nostro rapporto più profondo continui a essere quello con una democrazia solida come quella americana, interessata anche a farci notare eventuali contraddizioni interne, piuttosto che con Paesi contraddistinti da regimi autoritari e totalitari, tradizionalmente disinteressati al livello di libertà civili e diritti politici dei Paesi con cui fanno affari. D’altra parte, il rilancio dell’Italia sarà più agile all’interno di un contesto internazionale rimasto inalterato nei suoi elementi costitutivi. Viceversa, lo sforzo di progettualità politica richiesto alla nostra classe dirigente rischia di essere ancor maggiore di quanto non lo dovrà essere di per sé.  

Infine, è evidente che il memorandum del 10 aprile non è paragonabile al Piano Marshall. Similmente, occorre anche ricordare che – nonostante quello che la maggior parte dei media italiani si ostini a ripetere come un mantra – neanche l’emergenza Coronavirus è paragonabile a una guerra (e tanto meno alla Seconda guerra mondiale). 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma