Il conflitto Iran – Arabia Saudita: il caso yemenita

Le dinamiche interne della regione medio orientale non possono prescindere in alcun modo dalle vicende che vedono coinvolti due importanti attori quali l’Arabia Saudita e l’Iran. I rapporti interconnessi tra questi due paesi mostrano come da una iniziale amicizia si possa passare ad una fase di tensione, destinata a produrre effetti geopolitici negli anni a venire e che già sta mostrando segni di tensione interne negli stati vicini.

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Un esempio di “conflitto per procura” tra Iran e Arabia Saudita è sicuramente quello che ancora oggi incorre nello Yemen, paese situato a sud della Penisola arabica riunitosi agli inizi degli anni ’90 e governata fino alle “Primavere arabe” da Ali Abdullah Saleh.

Conflitto e ruolo arabo-iraniano

Nell’agosto del 2014, a seguito della richiesta del FMI, il governo interrompe i sussidi per il carburante determinandone un forte aumento dei prezzi. I ribelli houthi, gruppo sciita sostenuto dall’Iran, guidarono una protesta che ben presto degenerò in scontro armato. I ribelli conquistarono gran parte del paese, compresa la capitale Sana’a, evento che obbligò il presidente MansurHadi alla fuga nel sud del paese. Nel marzo del 2015 una coalizione di paesi del Golfo guidata dall’Arabia Saudita, e con il successivo supporto dell’Egitto, lancia una campagna militare contro gli houthi e nonostante i diversi “cessate il fuoco” è tutt’ora in corso.Elemento di maggior destabilizzazione del conflittofu l’uccisione dell’ex presidenteSaleh, avvenuta nello scorso anno, reo di aver tradito la famiglia al Houti appoggiando la coalizione saudita, e quindi il presidente Hadi suo successore, in cambio di aiuti umanitari e della fine dei bombardamenti.

Questo caso è interessante in quanto rispecchia la durezza del conflitto tra Arabia Saudita e Iran, quest’ultima accusata di appoggiare con armi e addestramento i ribelli houthi, non ritenuti tecnologicamente avanzati nella costruzione o perfezionamento del materiale bellico utilizzato. Il coinvolgimento iraniano sembra però essere del tutto incerto, anzi viene respinto in quanto finalizzato allo scopo di perpetuare una politica di ostilità internazionale nei confronti di Teheran.Sia la coalizione a guida saudita sia l’Iran mirano dunque a stabilire il proprio controllo nel paese aumentandone di conseguenza l’influenza sciita o sunnita nella regione, inoltre data la posizione strategica, riveste una particolare importanza in ambito commerciale.Ad oggi stiamo vivendo il più grosso processo di scomposizione e ricomposizione geografica che andrà a colpire il quadrante medio orientale e nord africano dei prossimi anni. Tutti i paesi che sono un artificio della storia sono destinati a scomparire e a far posto a nuove entità statali, è impossibile non citarea tal proposito il caso dello Stato Islamico che non ha fatto altro che occupare un vuoto geografico venutosi a creare al confine tra Siria e Iraq, e che proprio nelle dinamiche del conflitto yemenita potrebbe trovare terreno fertile. Gli Stati che manterranno il loro assetto territoriale saranno ovviamente quelli che non sono un artificio della storia: Iran, Arabia Saudita, Egitto e Turchia.Nel momento di ricomposizione questi attori vorranno avere la parola ed è in questa ottica che bisogna vedere la vicenda del nucleare iraniano. Possedere l’arma nucleare significa avere un potere maggiore al tavolo delle contrattazioni, in quanto dalla Guerra fredda ad oggi è ancora lo strumento più simmetrico e convenzionale che esista, ricoprendo un peso enorme nella definizione degli equilibri tra potenze.

Purtroppo, ad oggi il conflitto yemenita non sembra avere una risoluzione immediata. Sono notizie recenti l’operazione da parte saudita del 13 giugno scorso volta alla riconquista del porto di Hodeidah considerato punto di ingresso fondamentale della maggioranza degli aiuti umanitari. Al riguardo le Nazioni Unite, attraverso l’inviato Martin Griffiths ha avviato una serie di dialoghi, sia con i ribelli sciiti che con il governatore di Sa’da, al-Houthi, ritenuti un passo avanti per il termine del conflitto che, secondo i dati dell’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, è costato circa 10 mila civili morti e una crisi umanitaria che coinvolge oltre 22 milioni di persone.