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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaLe guerre oscurate: il Sudan sull’orlo dell’apocalisse

Le guerre oscurate: il Sudan sull’orlo dell’apocalisse

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“Questa non è una guerra tra due generali”, si afferma con forza in un webinar del Center for Middle East Development della UCLA di Los Angeles. Questa asserzione evidenzia la complessità del conflitto in Sudan, che va ben oltre la lotta tra due leader militari.

Contesto del conflitto

A partire dai primi scontri nel mese di aprile 2023, l’attenzione delle notizie si è concentrata principalmente sul ruolo dell’esercito sudanese, sui suoi maggiori esponenti e sulle influenze politico-economiche nella regione del Nilo Bianco e del Corno d’Africa. Gli scontri hanno causato numerose vittime e feriti, raggiungendo livelli di allarme tali da provocare l’evacuazione di civili e personale verso numerosi Paesi contigui come il Ciad, il Sud Sudan e l’Egitto.

Le fazioni in conflitto

I combattimenti tra le due principali fazioni, le Forze Armate Sudanesi (SAF) guidate dal generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan (1960) e le Forze di Supporto Rapido (RSF) condotte da Mohamed Hamdan Dagalo (1973), noto in arabo come “Hemetti”, proseguono incessantemente. Gli Emirati Arabi Uniti forniscono armamenti alla fazione di Dagalo, che a sua volta sostiene l’Arabia Saudita in Yemen. Gli aiuti umanitari, invece, sono in gran parte organizzati dalle comunità locali, in particolare da quelle femminili.

Radici storiche e economiche del conflitto

Il conflitto in corso ha radici profonde nella gestione cleptocratica e corrotta del potere da parte delle leadership politico-militari locali, nella divisione del Paese in due Stati, che ha lasciato la maggior parte dei giacimenti petroliferi all’interno dei confini del Sud Sudan, e nelle alleanze fluide che coinvolgono attori politico-economici e religiosi. All’indomani dell’indipendenza del Sud Sudan il 9 luglio 2011, la Cina ha riconosciuto che i suoi investimenti sarebbero stati divisi tra i due Stati, stringendo così rapporti diplomatici con il Sud.

Impatto ambientale e sanitario della produzione petrolifera

La produzione di petrolio ha avuto un impatto devastante sui residenti e sull’ambiente. Gli abitanti delle zone vicine ai pozzi petroliferi soffrono di malattie gravi come leucemia, cancro, insufficienza renale ed eruzioni cutanee. Le morti improvvise e gli aborti spontanei sono frequenti. Il bestiame, che beve l’acqua inquinata, viene macellato e consumato, causando ulteriori problemi di salute.

Conflitti interni e società pastorali

Il bestiame ha un alto valore simbolico, religioso ed economico in Sudan. La difficoltà di mantenere lo stile di vita pastorale di fronte ai cambiamenti in atto ha intensificato i conflitti interni con rivendicazioni di alcune aree del Sahel da sempre prive di confini politico-territoriali per le realtà pastorali. Questi conflitti sono alimentati dalla circolazione di armi leggere, alti livelli di disoccupazione giovanile e dall’enorme divario tra l’aspettativa di vita post-indipendenza e la realtà complessa del territorio.

Interferenze internazionali e sfruttamento delle risorse

Il gruppo paramilitare russo Wagner è coinvolto nello sfruttamento delle miniere d’oro di Meroe, trafficando oro per aggirare le sanzioni imposte a causa della guerra contro l’Ucraina. A maggio 2024, con un innalzamento della temperatura fino a 45 gradi, la situazione in Sudan rimane altamente instabile, con continui scontri tra le forze armate sudanesi e le RSF. La stessa identità del Paese è a rischio, con la distruzione di istituzioni, musei, ricchezze monumentali e università.

Crisi umanitaria e interventi internazionali

Migliaia di donne sono state stuprate e vendute come schiave, mentre otto milioni di persone sono fuggite dalle proprie case. Circa 25 milioni, metà della popolazione del Sudan – al 2023, il Sudan ha una popolazione stimata di circa 48,1 milioni di abitanti -, necessitano di assistenza salvavita, soprattutto a El Fasher, la capitale del Nord Darfur. Il 70% degli ospedali non è funzionante. Nonostante vari tentativi di mediazione internazionale, inclusi sforzi da parte dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite, un cessate il fuoco duraturo non è ancora stato raggiunto. L’Unione europea ha promesso 2 miliardi di euro per l’emergenza in Sudan, che necessita di almeno 3,8 miliardi secondo le stime delle Nazioni Unite. La crisi in Sudan rappresenta un saccheggio del passato, del presente e del futuro del Paese, richiedendo urgenti interventi internazionali per alleviare la sofferenza della popolazione e stabilizzare la regione.

Prof.ssa Beatrice Nicolini Ph.D., Storia e istituzioni dell’Africa

Facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, Milano

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