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Il confine sud e la questione migratoria negli Stati Uniti: come si è arrivati alla crisi

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Fra i vari dossier sul tavolo di Joe Biden, la questione migratoria è senza dubbio uno dei più scottanti, nonché il principale tallone d’Achille del presidente in vista delle elezioni di novembre. In questa prima parte cerchiamo di riassumere le cause principali della crisi, soprattutto le peculiarità del fenomeno migratorio attuale e il sistema anacronistico in vigore negli Stati Uniti per il trattamento delle richieste di asilo, prima di concludere con una breve panoramica delle politiche ereditate dal presidente Biden dall’amministrazione precedente.

PRIMA PARTE

Nell’ultimo decennio i flussi di migranti che attraversano illegalmente verso nord il confine fra Messico e Stati Uniti sono aumentati esponenzialmente, dando vita a una crisi umanitaria, logistica e politica che non sembra avere soluzioni facili. Nell’attuale clima politico statunitense, particolarmente infuocato in vista delle elezioni presidenziali di novembre, è facile dimenticare che per molto tempo la migrazione irregolare era ben lontana dall’essere considerata un problema prioritario dai due principali partiti, le cui preoccupazioni lungo il confine sud riguardavano principalmente i traffici di droga e la criminalità organizzata dei cárteles. Fino agli anni Duemila la grande maggioranza della migrazione irregolare verso nord era costituita da persone, soprattutto uomini, di nazionalità messicana, in cerca di lavoro temporale o stagionale. Questo tipo di migrazione non aveva come obiettivo la permanenza nel Paese, ed era fra l’altro ben accetta da molti settori negli Stati Uniti come l’agricoltura, la gastronomia o la cantieristica. Gli attraversamenti avvenivano quindi in luoghi remoti o in grandi zone urbane condivise fra i due Paesi, ad esempio El Paso-Ciudad Juarez in Texas o San Diego-Tijuana in California, in cui era facile confondersi fra la popolazione al di là del confine. Di assoluta importanza era evitare gli agenti federali del Border Patrol, il cui lavoro consisteva nell’arrestare i migranti irregolari e prevenire gli attraversamenti illegali. 

Intorno al 2014 avviene un cambio profondo nel tipo di migrazione che da sud arriva al confine statunitense. Aumentano infatti significativamente le persone provenienti da Paesi dell’America centrale in preda alla violenza e all’instabilità, soprattutto Guatemala, El Salvador e Honduras. Due caratteristiche principali li distinguono dai tradizionali migranti stagionali messicani: anziché singole persone iniziano ad arrivare intere famiglie, necessitanti di assistenza umanitaria immediata; di conseguenza, invece di evitare le forze dell’ordine, i nuovi migranti cercano, non appena varcato il confine, di incontrare il Border Patrol il prima possibile, per presentare la domanda di asilo negli Stati Uniti. Intorno al 2020 la situazione si complica ulteriormente, con l’arrivo di sempre più persone provenienti da Venezuela, Nicaragua, Cuba, ed Haiti, in fuga da crisi politiche, securitarie o economiche. Ancora più di recente, il confine sud è diventato un vero e proprio crocevia internazionale in cui si contano migliaia di persone provenienti da continenti diversi da quello americano, attirati dalle possibilità economiche di un paese nel quale si parla una lingua, l’inglese, largamente conosciuta in tutto il mondo. Nel 2023, per la prima volta, meno della metà degli attraversamenti irregolari del confine sono stati compiuti da persone provenienti da Messico, Honduras, Guatemala ed El Salvador.

Una volta presentata la richiesta, le persone si trovano ad interagire con il sistema di asilo statunitense, la cui inadeguatezza è la principale causa interna della crisi attuale. Il meccanismo che dovrebbe ricevere le domande, svolgere le indagini, e finalmente garantire o negare l’asilo, è ormai anacronistico, completamente inadatto a fronteggiare il fenomeno migratorio nella sua forma attuale. La base è ancora una legge del 1996, la Illegal Immigration Reform and Immigrant Responsibility Act (IIRIRA), redatta in un’epoca in cui la maggior parte delle richieste di asilo avveniva quasi esclusivamente all’interno degli aeroporti, e il cui volume era decisamente inferiore a quello odierno (circa 128,000 contro le quasi 500,000 del 2023). In generale, le persone possono fare richiesta di asilo entro un anno dalla loro entrata negli Stati Uniti. Nei casi che prevedrebbero la rimozione forzata dal Paese, i migranti che fanno richiesta di asilo vengono ricevuti da un “asylum officer” e, se viene stabilito che esiste un “timore credibile” (“credible fear”) di persecuzione nel Paese d’origine, vengono rilasciati all’interno del territorio statunitense, con un ordine di apparire in futuro di fronte a un tribunale migratorio che giudicherà il loro caso. Il problema è che il sistema delle immigration courts non possiede risorse lontanamente sufficienti ad affrontare i numeri attuali delle richieste, e i tempi d’attesa tendono ormai a prolungarsi per diversi anni. Da ottobre 2021 a settembre 2022, per esempio, le corti hanno concesso l’asilo in 22,000 casi e l’hanno rifiutato per altri 26,000. A fine anno, intanto, erano 800,000 i casi in attesa di processo. Inoltre, per legge, i richiedenti asilo devono aspettare 180 giorni per ottenere un permesso di lavoro. Nella pratica, anche questi tempi d’attesa sono spesso lunghi almeno un anno. Anno in cui le possibilità per i migranti di contribuire all’economia ed integrarsi nella società statunitense sono quindi decisamente limitate. 

Fino alla metà del decennio scorso le modalità di gestione del confine sud, e l’allocazione di risorse sempre più abbondanti per la sua sicurezza, godevano del consenso “bipartisandei due principali partiti. Basti pensare che nel 2006 il Secure Fence Act dell’amministrazione Bush, che prevedeva la costruzione di oltre 1000 chilometri di recinzioni, ricevette il sostegno di gran parte dei democratici, fra cui l’allora senatore Barack Obama. La presidenza di Donald Trump ha però cambiato le regole del gioco. Per la prima volta un Presidente degli Stati Uniti definisce la migrazione dal confine sud (e non solo) non come un problema amministrativo o di ordine pubblico, ma come una vera e propria minaccia per la sicurezza nazionale. L’amministrazione Trump tenta quindi un approccio estremamente punitivo. Nel corso della prima settimana alla Casa Bianca, Trump emana un ordine esecutivo per la costruzione del muro al confine col Messico, ad oggi mai completato, e il cosiddetto “Muslim Ban”. I quattro anni successivi vedono poi il tentativo della politica di “tolleranza zero”, la cui conseguente confusione burocratica porta alla tristemente nota separazione delle famiglie. Si registra inoltre un cambio radicale nelle relazioni di vicinato con vari Paesi dell’America Latina, che, minacciati con tariffe commerciali e tagli ai fondi per lo sviluppo, accettano accordi di cooperazione bilaterali per limitare i flussi di migranti verso gli Stati Uniti. L’accordo con il Messico porta al programma noto come Remain in Mexico che, costringendo i richiedenti asilo ad aspettare la data del processo negli USA rimanendo nel territorio messicano, tenta di rimuovere l’incentivo più forte per l’attraversamento del confine, cioè poter vivere e lavorare negli Stati Uniti durante l’attesa. 

Nonostante le politiche dell’amministrazione Trump, la quantità di migranti irregolari al confine sud continua a salire, arrivando quasi al milione nell’anno fiscale 2019 (cioè da ottobre 2018 a settembre 2019). Solo la pandemia frena, e di molto, gli arrivi, che crollano a 458,000 nel 2020. L’amministrazione di Joe Biden, alla Casa Bianca da gennaio 2021 tenta una strategia diversa, mirata a ridurre il caos al confine tramite l’ampliamento delle vie legali per richiedere asilo negli Stati Uniti a distanza. Se ancora è troppo presto per una valutazione complessiva di tale approccio, ciò che è certo è che gli arrivi al confine sono intanto aumentati ancora più vertiginosamente, arrivando a quasi due milioni e mezzo nell’anno fiscale 2023. Una sfida estremamente complessa per Biden, che, in vista delle elezioni, non riceverà favori da un Congresso la cui camera bassa è a maggioranza repubblicana, e che, inoltre, deve fare i conti con un discontento sempre più diffuso fra gli amministratori locali del suo stesso partito.

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