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Il confine sud e la questione migratoria negli Stati Uniti: i dilemmi di Biden in vista delle elezioni – parte 2

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Sin dalla campagna elettorale del 2020, Joe Biden ha tentato di distinguersi dal suo predecessore sul tema dell’immigrazione irregolare. La crisi del confine sud ha però costretto il Presidente a rivedere almeno una parte dei suoi piani. In questa seconda parte tentiamo di analizzare l’approccio di Biden e le difficoltà incontrate fra Congresso, opposizione repubblicana e malcontento di diversi governi locali a guida democratica.

SECONDA PARTE

Non è un’esagerazione dire che riguardo alla questione migratoria (e non solo) Donald Trump sia stato il Presidente più divisivo di sempre. È stato chiaro sin da subito, dunque, che il tema sarebbe stato fra i più spinosi sulla scrivania di Joe Biden al suo arrivo alla Casa Bianca. In campagna elettorale, il neo-presidente aveva promesso un cambio radicale, con politiche più attente ai diritti umani e che ristabilissero l’immagine degli Stati Uniti come un Paese aperto a rifugiati e richiedenti asilo. Nel corso delle prime settimane della presidenza, la politica migratoria di Biden si può effettivamente riassumere come un tentativo di rovesciare le misure dell’era Trump, fra cui la costruzione del muro (le cui parti già esistenti non vengono però toccate) o il programma noto come “Remain in Mexico”. Nel corso dei successivi 18 mesi una serie di cause legali e, soprattutto, l’aumento quasi costante degli attraversamenti illegali del confine, portano però a un cambio di rotta, visibile soprattutto in seguito alle elezioni midterms di novembre 2022, in cui i democratici, pur riportando un risultato al di sopra delle aspettative, perdono il controllo della Camera dei Rappresentanti. Biden tenta dunque una strategia diversa, mirata a facilitare le richieste di asilo negli Stati Uniti a distanza e, contemporaneamente, dissuadere gli attraversamenti illegali. A ottobre 2022 viene lanciato un programma che concede due anni di soggiorno a 30,000 venezuelani al mese, in base a determinati criteri e, soprattutto, a patto che le richieste siano state inviate dal Paese di origine. A gennaio 2023 lo stesso programma viene esteso a persone provenienti da Cuba, Haiti e Nicaragua. Dall’altro lato della medaglia c’è però la decisione di Biden di mantenere la politica trumpiana che obbliga teoricamente i migranti a richiedere asilo nel primo Paese sicuro di transito. Per chi non riuscisse a dimostrare che una richiesta di asilo sia già stata respinta da un Paese terzo, la pena sarebbe il rifiuto automatico di ammissione negli USA. Viene inoltre lanciata un’app tramite la quale i migranti sono obbligati a fissare un appuntamento ad un porto di entrata legale per attraversare il confine, anche se le eccezioni vengono concesse molto frequentemente. Contemporaneamente, costretta dalle norme del Congresso in tema di spesa pubblica, l’amministrazione Biden sta ampliando a malavoglia il muro voluto da Trump.

I tentativi di Biden di articolare una politica migratoria che prescinda dal precedente trumpiano e dall’emergenza in corso, sono quindi ancora un work in progress. Nel frattempo, l’approccio di Biden ha suscitato poco entusiasmo nel suo partito e un’opposizione accanita dei repubblicani. A livello federale, la questione del confine sud ha messo in pericolo non solo le iniziative del presidente in tema d’immigrazione, ma anche le priorità dell’amministrazione in politica estera, più precisamente il finanziamento dell’assistenza militare a due Paesi alleati quali Ucraina ed Israele. A novembre 2023, tentando di cooptare l’opposizione, Biden aveva presentato alla Camera, a maggioranza repubblicana, una proposta che legava l’assistenza agli alleati a un aumento di fondi diretti alla sicurezza del confine. Al contrario, ciò aveva invece galvanizzato i repubblicani, convincendoli che rimanendo fermi sulle loro posizioni avrebbero finalmente costretto il Presidente a scendere a compromessi. La posizione repubblicana, d’altronde, era già stata presentata in una proposta di legge estremamente repressiva in tema d’immigrazione, sul modello delle politiche della presidenza Trump, approvata dalla Camera a maggio 2023, ma senza alcuna speranza di poter ricevere il voto favorevole del Senato a maggioranza democratica, o comunque di sfuggire al veto presidenziale. Lo stallo che ne è risultato si è protratto per diversi mesi, scanditi da tentativi di negoziato falliti e colpi di teatro repubblicani, come il viaggio al confine di oltre 60 rappresentanti repubblicani a gennaio. Solo negli ultimi giorni, il 20 aprile, lo stallo si è risolto con l’approvazione dei finanziamenti a Ucraina e Israele da parte della House of Representatives, anche grazie a una coraggiosa evoluzione nelle posizioni dello Speaker repubblicano Mike Johnson, che spingendo verso un accordo potrebbe aver messo a repentaglio la sua presidenza della Camera.

La sfida più insidiosa lanciata all’amministrazione Biden sul tema migratorio non è però arrivata da Washington, ma dal confine stesso, o più precisamente, dal Texas di Greg Abbott. Dal 2021 il governatore repubblicano ha intrapreso diverse iniziative a forte impatto simbolico, che gli hanno permesso di costruirsi un’immagine da difensore delle comunità di confine, contro un governo federale distante e non disposto a gestire la migrazione irregolare. A marzo 2021, appena due mesi dopo l’insediamento di Biden alla Casa Bianca, Abbott lancia l’operazione “Lone Star, il cui obiettivo dichiarato è assicurare la sicurezza del confine tramite il dispiego di forze statali, “mentre il governo federale ignora questa crisi”. A tre anni dal suo lancio, l’operazione si è rivelata estremamente costosa (4.5 miliardi di dollari spesi fino a luglio 2023, e altri cinque stanziati fino al 2025) e poco efficace, mentre ha suscitato gravi preoccupazioni per le numerose violazioni di diritti umani verificatisi nel corso della sua esecuzione. Più di recente, il Texas ha alzato ulteriormente il livello dello scontro con Washington, approvando una legge che permetterebbe allo Stato di arrestare e mettere sotto accusa chiunque attraversi il confine illegalmente. La legge, che invade volutamente le competenze esclusive del governo federale, ha da poco ricevuto il via libera della Corte Suprema, prima di essere stata bloccata nuovamente da una corte d’appello federale. 

Almeno una delle iniziative di Abbott ha però avuto l’effetto desiderato, si tratti pur di un effetto lontano dal territorio texano. Nell’aprile del 2022 il governatore inizia ad inviare autobus pieni di migranti irregolari verso città prevalentemente a guida democratica, che si rivelano incapaci di gestire le decine di migliaia di persone in arrivo dal sud del Paese, spesso in condizioni estremamente vulnerabili e necessitanti di alloggio. Mentre cresceva il numero degli arrivi (oltre 160,000 nella sola New York fino a gennaio 2024), aumentava il malessere fra Casa Bianca, sindaci e governatori democratici. Dure critiche verso il governo, accusato di aver lasciato le amministrazioni locali senza un’adeguata coordinazione o fondi sufficienti, sono arrivate dal sindaco di New York Eric Adams, che ha anche polemizzato con la governatrice del suo Stato, Kathy Hochul. A ottobre 2023, una lettera congiunta dei sindaci di Houston, Chicago, Los Angeles, New York e Denver richiedeva con forza al governo federale di aumentare i sussidi ai governi locali per gestire l’emergenza. A dicembre, Biden è stato attaccato anche dalla governatrice democratica dell’Arizona Katie Hobbs per la sua decisione di chiudere temporaneamente il porto d’entrata di Lukeville. Dopo aver mobilitato la Guardia Nazionale, Hobbs ha dichiarato che “il governo federale sta[va] rifiutando di fare il suo lavoro, cioè garantire la sicurezza del confine e delle nostre comunità”.

In vista di novembre, la situazione al confine non può che preoccupare la Casa Bianca. Joe Biden si trova infatti a gestire una crisi, imputabile in gran parte a fattori esterni o strutturali, in un momento storico in cui la questione migratoria è più divisiva che mai. Si scontrerà poi alle elezioni con l’ex-presidente che più di tutti ha fatto del tema un cardine della sua identità politica. Infine, nonostante i tentativi di combinare apertura e pragmatismo, il Presidente deve affrontare la possibilità che, quando toccherà difendere i risultati dell’amministrazione in campagna elettorale, molti fra i rappresentanti del suo partito non si alzeranno ad applaudirlo.

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