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NotizieIl Cile verso una svolta storica?

Il Cile verso una svolta storica?

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Dopo un anno di proteste, emergenza sanitaria e rinvii, il Cile è finalmente pronto per il referendum che dovrà decidere se confermare la Costituzione in vigore, approvata durante il regime di Augusto Pinochet, o sancire la necessità di una nuova Carta. Gli interessi in gioco sono molti e, come dimostrato dagli scontri degli ultimi giorni, lo scenario politico e sociale del Paese sembra ancora lontano dalla stabilità.

Domenica 25 ottobre sarà un giorno storico per la storia recente del Cile. Infatti, ad un anno dalle proteste innescate dall’aumento del biglietto della metropolitana di Santiago, i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere se confermare o meno la Costituzione attualmente in vigore. Tale Carta costituzionale, sebbene abbia avuto delle modifiche nel corso degli anni, è un lascito del regime militare di Augusto Pinochet, essendo stata introdotta nel 1980. Al referendum costituzionale parteciperanno 14 milioni di persone, chiamate per l’appunto a scegliere se accettare la stesura di una nuova Carta (Apruebo) o se intendono rifiutare un nuovo percorso costituzionale (Rechazo). Gli elettori avranno, inoltre, la possibilità di specificare se preferiscono un’Assemblea Costituente composta interamente dalla cittadinanza (Convención Constitucional) o mista (Convención Mixta), per metà composta da membri del Parlamento.

Alle porte della tanto attesa tornata elettorale, però, la situazione politica e sociale non sembra affatto distesa. Il malcontento che aveva dato il via alle proteste dello scorso anno, infatti, si è ripresentato in modo virulento nei giorni scorsi. La manifestazione di domenica 18 ottobre a Santiago, a un anno esatto dall’inizio delle contestazioni, ha provocato degli scontri tra una parte dei manifestanti e la polizia. A margine dei tafferugli sono state bruciate due Chiese, la Parroquia de la Asunción, già colpita nel 2019, e la Iglesia de San Francisco de Borja, luogo di culto spesso utilizzato dalle forze di polizia per le proprie cerimonie. Il Ministro dell’Interno, Victor Perez, ha provato a calmare gli animi accusando i manifestanti violenti di impedire ai cittadini cileni “di risolvere i loro problemi con mezzi democratici” ma, allo stesso tempo, facendo un plauso alla maggioranza delle persone scese in piazza per manifestare pacificamente.

L’anno di emergenza sanitaria ed economica che il Cile, come il resto del mondo, continua a vivere non ha fatto che aumentare le problematiche presenti, accrescendo il risentimento di una parte della società nei confronti del governo guidato dal Presidente di centrodestra Sebastian Piñera. Come un anno fa, i principali nodi irrisolti sono le disuguaglianze socio-economiche, gli alti costi dell’assistenza sanitaria e lo scarso finanziamento dell’istruzione. Secondo un rapporto della Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC) del 2019, l’1% della popolazione detiene il 26,5% della ricchezza totale, mentre il 50% dei meno abbienti ne possiede solo il 2%. L’istruzione, d’altro canto, risulta tra le più costose di tutta l’America Latina; ne è conseguenza che solo l’11% degli studenti delle classi sociali più povere riesce ad ottenere un diploma di laurea, in contrapposizione all’84% dei loro colleghi più agiati. Infine, la salute pubblica è tutelata solo parzialmente, essendo prevista una copertura delle prestazioni solo parziale; in questo modo è sempre più frequente il ricorso ad assicurazioni private, di certo non accessibili a tutti.

Le disuguaglianze emergono in modo particolarmente evidente nei confronti dei popoli nativi, basti pensare che l’attuale Costituzione non riconosce i cittadini indigeni, non garantendo loro quindi alcun diritto. Il voto referendario potrebbe essere quindi un punto di svolta per una parte consistente della popolazione cilena, considerando che, secondo il censimento del 2017, il 13% della stessa si è definita indigena. I detrattori del pieno riconoscimento dei popoli nativi, per supportare la loro tesi, fanno ricorso all’attuale previsione costituzionale che enuncia che la sovranità spetta alla nazione cilena. Il loro timore è che la piena tutela dei popoli indigeni possa rappresentare un pericolo per l’assetto unitario dello Stato. Nonostante ciò, la questione indigena sta guadagnando un forte sostegno tra i cittadini e potrebbe essere una delle questioni più rilevanti in caso di stesura di una nuova Carta costituzionale.

A chiedere che tutte le operazioni di voto siano caratterizzate da un clima pacifico è stato il Comitato Permanente della Conferenza Episcopale del Cile (CECh), attore molto influente nel Paese dato che, come riportato dall’Oficina Nacional de Asuntos Religiosos (ONAR), il 60% circa della popolazione si professa cattolica. Secondo i vescovi, infatti, “è necessario salvaguardare il diritto di espressione pacifica e, allo stesso tempo, garantire il rispetto delle norme sanitarie. Non apriamo spazi alla violenza, che porta solo più dolore e, paradossalmente, una spirale infinita di violenza”. Il Comitato Permanente, allo stesso tempo, ha voluto rimarcare l’importanza dell’esercizio della responsabilità civica, utile per “la promozione della giustizia e della solidarietà per superare i divari socio-economici e culturali e per garantire la protezione dei gruppi più vulnerabili”.

I sondaggi parlano di una vittoria abbastanza netta della mozione “Apruebo”, dal momento che anche una parte del governo ha deciso di supportare un cambiamento radicale per l’ordinamento cileno. Laddove fosse così verrebbe decretata la fine della transizione democratica,mai completata fino in fondo.

Stefano Di Giambattista,
Geopolitica.info

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