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TematicheAmerica LatinaIl Cile post referendum: risultati e possibili scenari

Il Cile post referendum: risultati e possibili scenari

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Sabato 15 e domenica 16 maggio si sono svolte le elezioni per i membri dell’Assemblea costituente che avrà il compito di redigere una nuova costituzione. Benché l’affluenza si sia attestata al di sotto dei livelli previsti (intorno al 40% degli aventi diritto), i risultati sono stati sorprendenti. La nuova Assemblea costituente vedrà come protagonisti tanti candidati indipendenti e sarà caratterizzata dalla ridotta influenza dei partiti tradizionali.

LA SCONFITTA DELLA POLITICA TRADIZIONALE

Alla fine del 2019, in Cile, migliaia di persone, soprattutto studenti, sono scese in piazza per protestare contro il rincaro del biglietto della metropolitana. Ben presto, però, la mobilitazione sociale ha assunto toni molto più ampi. I manifestanti, infatti, hanno iniziato una dura contestazione contro il governo Piñera, ma anche contro una serie di problemi sistemici della società cilena, regolati dall’attuale Costituzione (retaggio di quella ereditata dalla dittatura di Pinochet) tra cui le enormi disuguaglianze economiche e sociali presenti nel Paese, l’alto costo della vita e la riforma del sistema pensionistico. Da quel momento, il presidente in carica si è visto costretto ad incanalare le proteste e ad indire un referendum per redigere una nuova Carta costituzionale. I risultati, ottenuti ad ottobre 2020, hanno sostanzialmente confermato quello che era emerso dalle proteste del 2019: più del 78% dei cileni si è dichiarato favorevole a redigere una nuova costituzione.

Le votazioni che si sono tenute la scorsa settimana, dunque, sono il risultato di un percorso iniziato più di un anno e mezzo fa tra la società e la politica cilena. I risultati finali sono andati contro ogni previsione e offrono numerosi spunti di analisi.

Innanzitutto, il dato più significativo è quello della sconfitta della politica tradizionale cilena: sia la destra del presidente Piñera sia la coalizione di centrosinistra hanno subito una forte battuta d’arresto. Il partito di governo “Vamos por Chile” ha ottenuto appena 37 seggi, un risultato ben lontano dall’obiettivo prefissato di 52, considerato come il numero minimo per avere potere di veto. Discorso simile per l’alleanza di centrosinistra, che con la “Lista del Apruebo” (ex Concertación) ha ottenuto appena 25 seggi, numero persino inferiore (28) a quello ottenuto dalla neo-alleanza di sinistra più radicale, costituita dal Frente Amplio e dal Partito Comunista.

I vincitori di queste elezioni sono senza dubbio gli indipendenti che, contro ogni previsione e sondaggio, sono stati i protagonisti di questa storica tornata elettorale. I candidati senza un partito politico, infatti, hanno ottenuto 48 seggi su 155 disponibili, un numero altissimo se si paragona a quello raggiunto delle forze politiche più radicate nel Paese. L’esempio più significativo è quello della lista Apruebo Dignidad, nata dalle proteste del 2019, che ne ha ottenuti 24.

SCENARI FUTURI: NUOVA COSTITUZIONE ED ELEZIONI PRESIDENZIALI

La nuova Assemblea costituente inizierà i lavori a partire dal prossimo giugno e avrà 9 mesi a disposizione per presentare un nuovo testo costituzionale che dovrà essere nuovamente approvato dal popolo cileno tramite referendum. Tra i temi più importanti che verranno affrontati ci sono il sistema presidenziale considerato tra i più stabili della regione, la decentralizzazione dello Stato e i diritti delle comunità indigene totalmente assenti dall’attuale costituzione.

Le previsioni su possibili risultati sono, oltre che acerbe, anche poco affidabili, dal momento che dalle elezioni non è emersa alcuna coalizione o gruppo omogeneo che abbia ottenuto una solida maggioranza. Questo lascia aperta la porta per la creazione di nuove opportunità e proposte volte a riformare dal basso la società e lo Stato cileno, ed in questo senso la forte eterogeneità che caratterizza la nuova Assemblea potrà essere un vantaggio. Allo stesso tempo, tale eterogeneità pone diversi dubbi sulla capacità della neoeletta costituente di produrre una carta condivisa, che metta sufficientemente d’accordo tutte le forze politiche rappresentate.

I risultati delle elezioni, inoltre, aprono scenari interessanti e inediti in vista delle presidenziali che si terranno alla fine del 2021. Ad esempio, per quanto riguarda la sinistra, il candidato Daniel Jadue del Partito Comunista esce rafforzato e con una maggiore legittimità politica per candidarsi; dall’altra parte, le forze conservatrici starebbero già pensando ad un candidato presidente che non abbia legami con la politica tradizionale e che abbia un maggiore vicinanza con la base elettorale.


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Oltre al voto referendario, si sono svolte anche le elezioni provinciali e comunali, un utile indicatore per delineare i candidati presidenziali, gli equilibri di forza tra i partiti e le manovre elettorali da perseguire. In sostanza queste elezioni confermano la tendenza emersa in quelle costituenti, con il partito di Piñera ha perso importanti municipi, tra cui quello di Santiago (conquistato da Irací Hassler del Partito Comunista), quello di Viña del Mar e quello di Nuñoa.

Da un punto di vista regionale, le elezioni cilene si collocano in un contesto latino-americano sempre più imprevedibile e di crescente rifiuto verso le élites tradizionali. In Bolivia, il MAS di Evo Morales ha mostrato i primi segni di cedimento, in Ecuador il partito indigeno Pachakutik è risultato fondamentale nell’elezione del neoeletto presidente Guillermo Lasso e infine, in Perù, l’indipendente Pedro Castillo sfiderà Keiko Fujimori al ballottaggio del 6 giugno. In un clima caotico e con una serie di proteste sociali sempre più crescenti (il caso più attuale è quello della Colombia) aggravate dalla pandemia da COVID-19, l’esempio cileno, però, traccia la strada su come incanalare democraticamente le richieste provenienti dalla società, ma soprattutto indica quanto sia necessario (e possibile) per uno stato, e in particolar modo per quelli latinoamericani, sapersi rinnovare.

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