Il Caucaso fra Europa, Asia e Italia

L’articolo che segue è liberamente tratto dalla tavola rotonda che si è tenuta il 12 marzo scorso presso l’aula magna del Rettorato dell’Università degli Studi Roma Tre. Nel corso del convegno è stato presentato l’ultimo libro di Marco Valigi dal titolo “Il Caspio -Sicurezza, conflitti e risorse energetiche (Laterza, 2014)” e sono state affrontate le questioni più rilevanti connesse alla situazione attuale dei paesi dell’area caucasica.

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L’evento è stato aperto dai saluti del Rettore dell’Università Roma Tre Mario Panizza e del Prorettore alla didattica Francesca Cantù. Successivamente, il direttore del Dipartimento di Scienze politiche, Professor Francesco Guida ha presentato il volume curato da Marco Valigi e illustrato i principali risultati scientifici raggiunti nell’ambito del progetto di collaborazione triennale tra il Dipartimento di Scienze politiche e l’Ambasciata dell’Azerbaigian. Infine, il Dott. Valigi, docente di Studi Strategici presso l’Università Roma Tre, ha moderato una vivace tavola rotonda nella quale sono intervenuti Vaqif Sadiqov, Ambasciatore dell’Azerbaigian; Sonia Lucarelli, docente dell’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna; Paolo Calzini, docente SAIS John’s Hopkins University e Marta Dassù, direttore della rivista Aspenia, già sottosegretario agli Affari Esteri durante il governo Letta.

Dopo l’introduzione di Marco Valigi sulle principali questioni di sicurezza che riguardano l’area il primo tema a essere trattato è stato quello relativo al regime giuridico del Mar Caspio e a come la disputa tra i paesi rivieraschi condizioni i piani di sfruttamento delle risorse fossili della zona. Nel primo degli interventi, Sadiqov spiega infatti che, a differenza della sponda settentrionale in cui il confine fra Russia e Kazakistan non è messo in discussione, sul quella meridionale troviamo una situazione di incertezza nel confine con l’Iran, che si protrae dai tempi della rivoluzione iraniana, quando l’Ayatollah Khomeini rifiutò il precedente trattato sui confini siglato nel 1921 con l’URSS. Le repubbliche di Azerbaigian, Uzbekistan e Tagikistan hanno ereditato questa situazione, ed al momento le proposte sono essenzialmente due, cioè fissare i confini marittimi sulla linea di equidistanza dalla costa, come sostiene l’Azerbaigian, oppure assegnare ad ognuno dei Paesi rivieraschi una parte uguale della superficie del Caspio, come sostiene l’Iran. A parte il fatto che nella seconda ipotesi l’Iran avrebbe assegnata una superficie maggiore, l’elemento di contesa è soprattutto nel fatto che il confine marittimo con le tre repubbliche ex sovietiche sarebbe spostato verso nord, lasciando quindi all’Iran diversi campi di estrazione di risorse fossili. Inutile dire che finché non si riuscirà a dirimere le dispute sulla giurisdizione non sarà possibile procedere all’estrazione delle risorse situate nelle zone contese.

Ciò e tanto più vero se si pensa anche al problema dello status giuridico del Caspio stesso: lago o mare? Se è mare sarà regolato dal diritto internazionale e quindi anche la via di accesso, rappresentata dal canale che unisce Volga ed Ural permettendo l’ingresso dal mare d’Azov, ricadrà sotto il diritto internazionale. Se invece è considerato lago, allora ricadrà sotto le giurisdizioni dei Paesi rivieraschi e dunque il canale di accesso sarà disciplinato dalla legge russa. Altra questione di non poco conto, se si considera che gli investimenti in gioco valgono decine di miliardi di euro l’uno ed hanno bisogno di condizioni più che certe perché si decida di mettere in moto tutta la complessa macchina necessaria ad implementarli.

Infine, a tutto ciò si aggiunge la tendenziale instabilità politica della regione, che si protrae ormai dal giorno della dissoluzione dell’Unione sovietica: si pensi ai conflitti nel Nagorno-Karabakh, nell’Ossezia, in Abcasia, Cecenia, Daghestan… Considerato che sono tutte regioni in cui passano o devono essere sviluppate infrastrutture per il trasporto di idrocarburi e gas naturale, si può ben comprendere come l’attuale situazione costituisca un ulteriore freno agli investimenti esteri. (Inserire cartina)

Si pone ora il problema di quale superpotenza – o per meglio dire potenza regionale – possa a ragione porsi come punto di riferimento per pacificare e dare incentivo alla cooperazione economica nell’area.

L’Unione europea – sostiene nel suo intervento la professoressa Lucarelli – finora ha sempre giocato un ruolo che a molti è sembrato ambiguo e comunque non all’altezza dell’effettivo potenziale di intervento nella regione: pesa, forse, il fatto che l’Europa occidentale sia ormai da tempo pacificata e quindi nella sua linea politica sottovaluti l’importanza dei “conflitti congelati”, ritenendo preminente l’interesse economico come fonte naturale di pacificazione, in modo analogo a come si comporta nei confronti dei propri Stati membri. Forse anche per questo motivo, la politica per il vicinato era in origine rivolta ad un “vicinato astratto”, e solo in seguito è stata scissa in politiche tagliate su misura per l’area mediterranea da un lato e per l’Europa orientale dall’altro. Per l’Asia centrale, invece, è attiva anche la strategia Horizon 2020, che prevede cooperazione in materie economiche ed energetiche, ma anche l’avvicinamento culturale mediante la promozione del pluralismo, dei diritti umani e dell’Erasmus. Anche così, però, si pongono diversi problemi: l’area è ancora troppo grande per essere trattata in modo omogeneo, comprendendo Bielorussia Ucraina e Caucaso; al momento la politica è sempre stata condotta a livello di accordi bilaterali e non di area, non potendo beneficiare, fra l’altro, della partecipazione della Russia (forse peccando un po’ di presunzione nel ritenere che Mosca sarebbe stata felice di farsi dettare l’agenda da Bruxelles che potrebbe essere un suo quartiere); questo ha fatto sì che si creasse una cooperazione “a doppio scartamento” con Paesi che si sono aperti di più all’Unione europea ed altri meno, anche perché richiedere l’adesione al noto acquis communautaire per l’avvio dei programmi di sviluppo ha finito per porre una barriera all’ingresso per tutti quei Paesi che non potevano permettersi facilmente la riforma del proprio apparato istituzionale, i quali hanno preferito rafforzare la cooperazione con la Russia, cui sono più simili (si veda per esempio l’Armenia); un altro punto a sfavore è la mancanza di una politica energetica comunitaria, che contribuisce ad aggiungere incertezza sulle azioni da intraprendere dando dell’Unione europea un’immagine poco affidabile agli occhi dei Paesi della regione.

Veniamo allora al problema della Russia, visto che in buona sostanza tutti i progetti di cooperazione che abbiamo descritto, promossi dall’Unione europea, si svolgono in quello che è il “giardino di casa” russo dai tempi degli zar.

Forse – prosegue il professor Calzini – l’esempio più tragicamente adatto a rivelare quella che è la vera natura dei rapporti tra UE e Russia è fornito dalla crisi ucraina, che rappresenta il risultato di due decenni in cui le potenziali implicazioni cui inevitabilmente sarebbe giunta l’Ostpolitik europea sono state sistematicamente trascurate, forse in nome dell’approccio economicista che ha sempre caratterizzato le politiche di integrazione dell’UE.

Si sono quindi trascurati degli elementi emotivi che hanno pesantemente distorto la percezione che le parti in gioco hanno della crisi ucraina, e che hanno spinto la Russia ad intervenire militarmente in Crimea: anzitutto, essa ha percepito un rischio di natura geografica e strategica ed ha voluto garantirsi, comunque vada a finire la vicenda, il mantenimento delle proprie basi navali e l’accesso al mar Nero. Inoltre, ha percepito un rischio di natura politica rappresentato dalla potenziale diffusione di ideologie filo-europee nel proprio territorio, cui però ha saputo rispondere, sul terreno ideologico, ergendosi a difesa delle minoranze etniche contro la repressione operata dal governo di Kiev, dipinto come traditore degli storici valori di tolleranza ed integrazione che da sempre guidano la politica imperiale russa.

Nel Caucaso l’azione russa si esplica in modo sostanzialmente diverso, non potendo contare su una forte minoranza russofona come in Crimea (che qui è invece poco più del 2%). L’unica ideologia capace di destare un certo consenso è quella eurasiatica, tuttavia per il momento la Russia è ancora riluttante a sollevare certe questioni. Sta di fatto che rimane fondamentale assicurare i collegamenti fra la Transcaucasia, la Ciscaucasia ed il Medio Oriente, ovviamente non solo in termini di trasporti ma soprattutto in termini di unità d’intenti dei vari attori che operano nell’area.

Ciò – conclude Marta Dassù – è un’ulteriore motivo d’attrito se si pensa che proprio su questa area, fra le altre, l’Europa sta cercando di fare affidamento per ridurre la dipendenza dalle forniture di gas russo. Questo fra l’altro è un progetto che ha coinvolto direttamente il nostro Paese, portando alla luce tutte le debolezze del federalismo fiscale nell’affrontare l’implementazione di infrastrutture come il TAP, che dovrebbero collegare, tramite l’Italia e la Turchia, la rete europea del gas ai giacimenti del Caucaso e dell’Asia centrale. Sembra dunque che il futuro d’Europa si giocherà molto più sulla Heartland che non nel mar Mediterraneo.