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Il caso Protasevich e le sanzioni europee contro la Bielorussia: strumento di pressione politica o condanna simbolica?

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Dopo il dirottamento del volo che trasportava il dissidente Roman Protasevich, il dossier bielorusso è giunto di nuovo all’attenzione del Consiglio Europeo, che nell’ultimo anno è già intervenuto più volte in merito alle contestazioni post-elettorali seguite alla riconferma di Lukashenko, condannando le azioni repressive nei confronti dei contestatori. Le riunioni del Consiglio Europeo, tenutesi nei mesi di agosto e di ottobre 2020, hanno inoltre concordato delle sanzioni economiche nei confronti dei politici bielorussi responsabili della repressione e delle frodi elettorali. Alla luce dei fatti più recenti e dei blandi legami politico-economici tra Bruxelles e Minsk, l’efficacia delle sanzioni finora adottate sembra aver avuto un valore poco più che simbolico sul governo di Minsk.

A seguito delle contestate elezioni che hanno portato di nuovo Lukashenko alla presidenza della Bielorussia, le istituzioni europee hanno deciso di introdurre delle sanzioni economiche mirate nei confronti di alti esponenti del governo di Minsk, ritenuti responsabili dei brogli elettorali e della repressione delle proteste in piazza. Le sanzioni in questione, aventi per larga parte carattere economico, hanno portato al congelamento dei beni esteri posseduti dagli individui sanzionati, ai quali è stato fatto anche divieto di viaggiare verso gli Stati membri dell’Unione europea. I nominativi dei soggetti nel mirino delle autorità europee non erano stati in ogni caso resi noti nell’immediato, dal momento che i Ministri degli Esteri dell’UE non avevano trovato un accordo unanime nel merito, rimandando pertanto l’individuazione dei soggetti target delle sanzioni alla successiva riunione del Consiglio Europeo. A pesare sulla possibilità di raggiungere una tempestiva intesa europea sulla bozza contenente le sanzioni da approvare ha contribuito anche la tacita volontà di mediazione portata avanti da Bruxelles, che intendeva esercitare pressioni su Minsk lasciando al contempo aperti degli spiragli di dialogo con il leader bielorusso, sempre più vicino alla Russia dopo la breve parentesi di apparente apertura al dialogo con l’Unione Europea. 

Al fine di lasciare aperto un canale diplomatico, nella lista dei destinatari delle sanzioni non è stato almeno inizialmente aggiunto il nome di Aleksandr Lukashenko, il quale, a dispetto di ciò, è rimasto saldo nel suo proposito di restare al potere e, per mantenere tale proposito, continua a contare sull’appoggio politico e sul sostegno materiale offerti dal Cremlino. Da un punto di vista formale, Mosca non si è mai espressa chiaramente in merito all’esito delle elezioni in Bielorussia, ma si è affrettata sin da subito a condannare qualsiasi ipotesi di ingerenza straniera, dichiarando al contempo di esser pronta a fornire assistenza per mantenere l’ordine nello Stato limitrofo. Gli apparati di sicurezza russi stazionanti vicino al confine tra i due Paesi, sono infatti sempre pronti ad un eventuale intervento in territorio bielorusso, nell’ipotesi in cui la situazione politica e sociale interna alla Bielorussia dovesse volgere a sfavore del regime di Minsk. Bruxelles, invece, dopo la mozione del Parlamento Europeo che disconosceva l’esito delle consultazioni tenutesi nel Paese slavo, ha condannato la repressione dei manifestanti, procedendo con l’adozione di sanzioni economiche mirate, così come richiesto da una mozione del Parlamento Europeo

In un tale contesto geopolitico, il dirottamento che ha interessato il volo sul quale viaggiava il dissidente Roman Protasevich, il cui canale Telegram, denominato “Nexta”, è uno dei principali mezzi di comunicazione che ha permesso di organizzare le proteste degli ultimi mesi, ha contribuito a riacutizzare le tensioni mai sopite nello spazio post-sovietico. A seguito di questo episodio, infatti, gli accenni di dialogo tra il Segretario di Stato americano Blinken e il Ministro degli Esteri russo Lavrov rischiano di far cadere nel vuoto i tentativi di riappacificazione tra le due potenze, coinvolte a vario titolo nelle tensioni che nei mesi scorsi hanno interessato l’Ucraina. La mossa messa a segno dagli apparati di sicurezza bielorussi, unita all’inasprimento delle misure repressive disposte da Lukashenko nei confronti dei dissidenti, fa balenare la possibilità, seppure alquanto remota, di ulteriori tensioni che potrebbero penalizzare Mosca, sancendo la perdita di controllo su un territorio che per il Cremlino rappresenta tuttora un importante spazio di proiezione strategica. La Bielorussia è infatti un Paese gravitante nell’orbita di Mosca, la quale mantiene stretti legami politici ed economici con Minsk anche in virtù del valore geostrategico che questo territorio riveste per la sicurezza della Russia.

Date tali premesse, nel contesto geopolitico attuale si rivela assai improbabile un ipotetico scenario in cui l’inasprimento delle sanzioni economiche europee e la recente decisione di predisporre una no-fly zone possano avere un impatto tale da portare il leader bielorusso al tavolo delle trattative senza aver prima ricevuto garanzie specifiche circa il proprio futuro, garanzie che Mosca sembra invece intenzionata ad assicurargli. Al di là delle ipotesi circa i possibili effetti futuri del pacchetto di sanzioni, occorre considerare anche l’altro fattore chiave per l’evoluzione di questo dossier, vale a dire la posizione dell’apparato di sicurezza bielorusso, compattamente schierato in difesa dello status quo con la garanzia seppure implicita di un sostegno esterno da parte del Cremlino in caso di rivolgimenti politici. In ogni caso, la delegittimazione internazionale di portata avanti da USA e Unione Europea sembra spingere sempre di più il leader bielorusso nell’orbita di Mosca, l’unico attore politico in gioco che pare in grado di assicurargli un’uscita controllata dalla vita politica nel caso in cui l’aumento del malcontento interno rendesse necessario il ritiro dalla scena pubblica dell’attuale presidente. 

La diplomazia europea, dal canto suo, pur senza sbilanciarsi nel riconoscere apertamente la candidata dell’opposizione Svetlana Tikhanovskaja quale vincitrice delle consultazioni tenutesi nell’agosto del 2020, si è schierata a fianco dei membri dell’opposizione bielorussa sin dall’inizio delle proteste, offrendo una legittimazione politica alle manifestazioni di piazza. L’opposizione potrebbe tuttavia non riuscire a capitalizzare tale legittimazione sul piano interno, visto che l’ipotesi di avvicinamento all’Occidente non è mai stata finora un’istanza seriamente contemplata dall’opposizione in quanto poco sentita dalla società civile. L’evoluzione più probabile di questo dossier nel breve-medio periodo potrebbe quindi vedere uno scenario cristallizzato in cui l’attivismo dell’opposizione, pur godendo del sostegno internazionale, non riesce a mutare in maniera significativa lo status quo sul piano interno.

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