Il caso Keystone XL

A poco più di un mese dall’insediamento, Joe Biden e la nuova amministrazione statunitense hanno iniziato a muoversi per combattere il climate change. Appena insediato, tra gli ordini esecutivi firmati, spiccano il reingresso negli Accordi di Parigi e lo stop all’oleodotto Keystone XL. L’intenzione di cambiare marcia e invertire la rotta in materia di politica ambientale rispetto al suo predecessore non è infatti mai stata nascosta dal nuovo presidente. Il caso del Keystone XL sembra quindi essere indicativo di questa nuova direzione che la nuova amministrazione ha intenzione di intraprendere.

Il caso Keystone XL - Geopolitica.info Daniel Acker—Bloomberg

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Cos’è il Keystone XL

Il Keystone XL è un’espansione di un sistema di oleodotti già esistente chiamato appunto Keystone. Il sistema trasporta greggio canadese negli Stati Uniti e il progetto di costruzione è stato presentato per la prima volta nel 2008 dalla TC Energy Corporation, grande compagnia energetica con sede a Calgary, in Alberta. La compagnia sviluppa e gestisce infrastrutture energetiche in Canada, Stati Uniti e Messico, operando principalmente in tre settori: gas naturale, costruzione di oleodotti e investimenti nel ramo energetico.

Il Keystone XL è la quarta e ultima fase del sistema di oleodotti. L’espansione era stata originariamente concepita quando i prezzi del petrolio erano ai massimi storici, appena prima della crisi finanziaria del 2008. Quest’ultimo oleodotto, secondo le stime, dovrebbe essere in grado di pompare 500.000 barili di greggio da Hardisty, in Alberta, fino a Steele City nel Nebraska, congiungendosi agli altri oleodotti esistenti diretti verso le raffinerie del Golfo del Messico.

Il processo politico

Sin da subito quest’ultima parte del progetto ha destato grandi polemiche e contrasti. Le associazioni di ambientalisti si sono mosse contro l’oleodotto trovando sponda fra i sempre più in crescita movimenti in lotta contro il cambiamento climatico.

L’amministrazione Obama, orientata verso tali esigenze, nel novembre 2011 ha avviato un processo di revisione del permesso presidenziale. Nel testo del comunicato rilasciato dal Dipartimento di Stato si legge che “data la concentrazione di preoccupazioni per quanto riguarda le sensibilità ambientali dell’attuale percorso proposto attraverso l’area di Sand Hills del Nebraska, il Dipartimento ha stabilito che è necessario intraprendere una valutazione approfondita delle potenziali rotte alternative nel Nebraska […] I commenti erano coerenti con le informazioni contenute nella dichiarazione finale di impatto ambientale sulla combinazione unica di caratteristiche delle Sand Hills (che includono un’alta concentrazione di zone umide di particolare interesse, un ecosistema sensibile e vaste aree di acque sotterranee molto poco profonde) e ha fornito ulteriore contesto e informazioni su tali caratteristiche. La preoccupazione per l’impatto della rotta proposta sulle Sand Hills del Nebraska è aumentata in modo significativo nel tempo, e ha portato la legislatura del Nebraska a convocare una sessione speciale per esaminare la questione “.

Quella delle Sand Hills, è una regione fatta da ampie praterie e dune sabbiose di circa 60.000 chilometri quadrati che copre poco più di un quarto del Nebraska. Nel 1984, sotto l’amministrazione Reagan, le dune sono state designate National Natural Landmark, guadagnandosi lo status di area protetta.

Il 3 novembre del 2015 la richiesta di permesso presidenziale è stata respinta dal presidente Obama, decisione da subito criticata da molti nel Partito Repubblicano. Obama ha sostenuto che dare il permesso di andare avanti col progetto avrebbe minato la leadership americana nel processo di transizione alle energie sostenibili. Durante la campagna del 2016 Donald Trump ha deciso di affrontare la questione affermando che in caso di vittoria avrebbe invertito il provvedimento di Obama. La cosa si è poi verificata in seguito alla vittoria delle presidenziali contro Hillary Clinton, subito dopo l’insediamento, con un ordine esecutivo firmato da Trump.

La nuova amministrazione e le problematiche preesistenti

Già durante la campagna elettorale, Joe Biden aveva dichiarato la propria intenzione di bloccare nuovamente il progetto. Dopo l’insediamento come nuovo presidente degli Stati Uniti, Biden ha infatti firmato una serie di ordini esecutivi tesi a dare una nuova impronta politica alla nuova amministrazione, fra cui quello di dare lo stop al Keystone XL.

Tuttavia già prima di quest’ordine esecutivo – e nonostante la spinta aggressiva di Trump per portarlo avanti – il progetto era in fase di stallo a causa dei blocchi legali. Lo scorso luglio, la Corte Suprema aveva infatti respinto la richiesta dell’amministrazione Trump di consentire la costruzione di parti dell’oleodotto che erano state bloccate da un giudice federale del Montana. Quella sentenza ha interrotto i piani della società canadese TC Energy per la costruzione del Keystone XL. I legali della TC Energy, in quell’occasione, avevano affermato che la scelta della Corte Suprema avrebbe comportato la perdita di molti posti di lavoro ben pagati.

Molti economisti energetici, in una relazione, avevano inoltre espresso le loro perplessità dovute a fattori economici e di guadagno dati dalle modalità di estrazione del petrolio e dal prezzo globale dello stesso. Ciò è in parte dovuto al fatto che il crollo del prezzo globale del petrolio rende non redditizio per le aziende produrre petrolio dalle sabbie bituminose canadesi, un processo complesso e costoso che prevede l’iniezione di vapore e sostanze chimiche in profondità nel catrame, al fine di sciogliere ed estrarre il petrolio.

Gli economisti generalmente stimano che la produzione di petrolio a queste condizioni sia redditizia solo quando i prezzi globali del petrolio oscillano tra i 65 e 100 dollari al barile. Tuttavia i prezzi del petrolio sono stati in media di soli 40 dollari al barile nel corso del 2020 e l’ufficio statistico del Dipartimento dell’Energia prevede che i prezzi rimarranno al di sotto dei 50 dollari fino al 2022.

Dal punto di vista ambientale, gli esperti hanno poi aggiunto che il contributo dato al riscaldamento globale sarebbe infinitesimale rispetto ai gas serra prodotti da interi settori economici, come le automobili. In questo Biden dovrebbe cercare di muoversi con maggiore rapidità possibile partendo, come ha già lasciato intendere, dal ripristinare i controlli dell’era Obama sull’inquinamento automobilistico, annullati da Trump. In ogni caso ci vorrà probabilmente almeno un anno prima che queste regole possano essere legalmente ripristinate.


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I rapporti col Canada

Il progetto vede in ogni caso implicate anche le autorità canadesi, a partire dai funzionari dell’Alberta, provincia da cui ha origine l’oleodotto. Tuttavia anche ai piani alti del governo canadese la cosa non è ovviamente sfuggita. Il primo ministro Justin Trudeau sostiene infatti da tempo il gasdotto come parte di uno sforzo per bilanciare la sua priorità nella lotta al cambiamento climatico con il suo sostegno all’industria energetica canadese in Alberta e in altre province occidentali.

“Siamo delusi, ma riconosciamo la decisione del presidente di mantenere la sua promessa per la campagna elettorale sul Keystone XL”, ha detto il Primo Ministro canadese Justin Trudeau, il quale ha anche lodato altre decisioni prese da Biden, incluso il rientro nell’accordo sul clima di Parigi. Trudeau e i suoi funzionari tuttavia hanno esortato per settimane l’amministrazione statunitense entrante a non annullare il permesso per il Keystone XL.

Nei giorni precedenti alla firma dell’ordine esecutivo, il premier dell’Alberta Jason Kenney aveva promesso un’azione legale in caso di stop ai lavori. In seguito Kenney ha espressamente chiesto a Trudeau di dare avvio a delle sanzioni commerciali in caso dagli Stati Uniti non fosse arrivato l’annuncio di un’inversione di rotta.

“Questo è un pugno allo stomaco per l’economia canadese e dell’Alberta”, ha detto Kenney in una conferenza stampa. “È un insulto rivolto al più importante alleato e partner commerciale degli Stati Uniti nel primo giorno di una nuova amministrazione”. Kenney ha anche criticato il team di transizione di Biden per aver rifiutato di incontrare i funzionari dell’Alberta per discutere la questione.

Nonostante tutto il clima al primo incontro tra i due, tenutosi virtualmente, si è svolto senza particolari attriti, anzi, tutt’altro. Trudeau, il primo dei leader stranieri a congratularsi con Biden per la vittoria alle presidenziali, ha espresso grandi parole di apprezzamento nei confronti del nuovo presidente statunitense. Parole contraccambiate dal nuovo inquilino della Casa Bianca, il quale ha elogiato il primo ministro canadese e la sua leadership. I due hanno chiarito che vogliono lasciarsi la controversia alle spalle, glissando sul Keystone Xl.

Damiano Mascioni,
Geopolitica.info