“Il capitalismo oggi e la sua incidenza su popoli ed economie”

La modernità del mondo occidentale è davvero così inscindibile dal sistema capitalistico oppure esistono processi economici alternativi? Il dibattito è aperto e animato, richiede inoltre uno sguardo a quei paesi e alle rispettive economie che sono emergenti ed emulative dei processi economici occidentali senza dimenticare le idee di coloro i quali vedono nelle dinamiche del mondo occidentale l’imitazione di sistemi e strutture pregressi.  

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Capitalismo e Capitale

Il capitalismo ha presentato, fin dalle origini, un accentuato dualismo simbolico e concreto. Da un lato è visto come il metodo migliore per lo sviluppo economico, con un potenziale altissimo che ha consentito a paesi, come gli Stati Uniti d’America, di diventare potenze di livello mondiale. Dall’altro è stato sempre criticato e per le medesime ragioni, generando un sistema nel quale il lavoro diventa lavoro salariato, sfruttato al fine ultimo di ottenere il massimo profitto, utile all’illimitato bisogno di accumulo di capitale.

Da quando ha iniziato a diffondersi, nel diciannovesimo secolo, il capitalismo si è sviluppato in maniera non univoca nei diversi paesi del blocco occidentale, garantendo comunque alti livelli di crescita economica e generando, per restare negli Stati Uniti, quello che Elizabeth Warren ha definito “il più grande ceto medio che il mondo abbia mai conosciuto”. Una classe sociale nata e sviluppatasi proprio grazie al lavoro e al profitto generatosi da esso.

Capitalismo, ma a quale prezzo?

È la domanda che si è posto Michel Martone analizzando la situazione economica dell’Italia all’indomani della grande crisi che ha riportato l’attenzione sulle dinamiche di un sistema economico, da tempo ormai emulativo delle grandi economie libere dei paesi capitalisti per tradizione, ritenuto da molti il principale responsabile. Oggi, nel mercato globale, per soddisfare le richieste sempre più esigenti di qualità e costo dei prodotti, si finisce per sacrificare le retribuzioni e la stabilità degli stessi lavoratori.

Ragionamento eguale a quello portato avanti dalla Warren nella sua analisi al sistema americano dove il ceto medio, una volta grande, è ormai ridotto allo stremo. Il passaggio dal capitalismo economico a quello finanziario ha lasciato indietro un’intera classe di lavoratori, il ceto medio appunto, trasformando quelli che erano i punti cardine dello sviluppo economico (risorse e manodopera) in aspetti secondari di un sistema che è tutt’ora in continua espansione e crescita.

L’afromodernità come condizione globale?

Diversi fenomeni osservabili in Africa hanno indotto Jean e John Comaroff a considerarli prodromi e non imitazioni di quanto sta accadendo in Europa e Nord America. Un’economia emergente, quella africana, basata sul desiderio degli stati post-coloniali e dei loro governanti di guadagnare entrate spendibili nelle forme più flessibili e deregolate, a scapito della protezione dei lavoratori, dei controlli ambientali, delle imposizioni fiscali. Forme rapinose di sviluppo economico, che massimizzano il profitto al minimo costo realizzando pochi investimenti strutturali. Soluzioni ispirate a dottrine neoliberiste ma realizzate con formulazioni estreme e incontrollabili, con il conseguente aumento di conflittualità, xenofobia, criminalità, esclusione sociale, corruzione. Una violenza strutturale sembra dunque accompagnare i più recenti sviluppi di un’economia deregolamentata che inizia a diffondersi a livello globale.

La modernità è sempre stata realizzata, per quanto in maniera non univoca, nelle grandi aspirazioni del liberalismo: democrazia, libero mercato, diritti e società civile, stato di diritto, separazione tra pubblico e privato, sacro e laico. Ma, per i Comaroff, ha anche derubato diverse popolazioni di tutto ciò, in primis quelle dislocate nei vari teatri coloniali. E, per Elizabeth Warren, il contemporaneo capitalismo finanziario sta privando gli stessi americani e occidentali in generale di queste medesime cose.

Il capitalismo della sorveglianza

Il capitalismo sembra evolversi in risposta ai bisogni delle persone in un tempo e in un luogo determinati. È in questo modo che si sarebbe giunti, nella visione di Shoshana Zuboff, all’attuale forma del capitalismo della sorveglianza. Come le civiltà industriali hanno potuto prosperare a discapito della natura e delle sue risorse, così una civiltà dell’informazione segnata dal capitalismo della sorveglianza prospererà a discapito della natura umana.

Il nuovo motto sarà: di più con meno?

In questa nuova forma di capitalismo la combinazione tra innovazione incessante e mercati contendibili ha permesso di consumare sempre più attingendo sempre meno dal pianeta con un drastico calo nello sfruttamento delle risorse e questo, per Andrew McAfee, ha traghettato le economie occidentali nell’era post-picco di consumo delle materie prime.

I dati forniti dall’agenzia Eurostat, oggetto di attenzione da parte della Commissione Europea, dimostrano che paesi come Germania, Francia e Italia, hanno visto generalmente stabile, se non addirittura in calo, il loro consumo totale di metalli, prodotti chimici e fertilizzanti. I paesi in via di sviluppo, in particolare quelli con la crescita più rapida, come India e Cina, probabilmente non hanno ancora raggiunto la fase di dematerializzazione.

Occidente o Oriente: chi perde e chi vince nella grande sfida della crescita economica?

La quota occidentale dell’economia globale continua a ridursi. Nel 2015, ad esempio, le economie del G7 hanno contribuito alla crescita globale per il 31.5 per cento, gli E7 per il 36.3 per cento. Nell’analisi di Kishore Mahbubani, con la fine della Guerra Fredda l’Occidente si è convinto di essere insuperabile e ha sottovalutato, tra l’altro, il risveglio dei due grandi giganti asiatici – Cina e India – e l’ingresso della Cina nel 2001 nella World Trade Organization.

Nell’agosto 2017, una relazione della Banca dei Regolamenti Internazionali  confermava che l’ingresso di nuovi lavoratori provenienti dalla Cina e dall’Europa Orientale nel mercato del lavoro era la causa di salari in declino e contrazione della quota del lavoro nel reddito nazionale.

L’Unione Sovietica vedeva l’America come un avversario sul piano militare. In realtà, era il suo avversario economico, ed è stato, tra le altre cose, il collasso dell’economia sovietica a decretare la vittoria degli Stati Uniti. Allo stesso modo, per l’America la Cina è un avversario economico, non militare. Più accresce le spese militari, meno capace sarà di gestire i rapporti con un’economia cinese più forte e più grande.

Per l’Europa invece la sfida è “il mondo islamico sulla porta di casa”. Finché nel Nord Africa e nel Medio Oriente saranno presenti stati in gravi difficoltà, ci saranno dei migranti che cercheranno di arrivare in Europa, infiammando i partiti populisti. Una possibile soluzione potrebbe essere lavorare con la Cina e non contro di essa per la crescita e lo sviluppo dell’Africa settentrionale.

Per un modello di sviluppo alternativo

Dunque, ciò che necessita è connettere prospettive differenti con l’obiettivo precipuo di individuare una crescita equilibrata. Un nuovo modello di sviluppo globale capace di coniugare le esigenze dei paesi industrializzati, quelle dei paesi in via di sviluppo nonché di quelli poveri, anche di materie prime. Idee già espresse nel North-South, a Program for Survival, noto come Rapporto Brandt, redatto nel 1980 e basato sostanzialmente su una coppia concettuale ben definita: interdipendenza e interesse comune. Per Brandt e gli altri commissari, si trattava di lavorare affinché nel medio termine alcuni interessi, a nord come a sud, si inter-connettessero, secondo la tesi per cui un più rapido sviluppo a sud sarebbe stato vantaggioso anche per la gente del nord.

Sulla scia delle idee di Kenneth Arrow, Stglitz e Greenwald invitano a riflettere sui modi possibili di intervento governativo sul mercato per migliorare l’efficienza e il benessere collettivo.

Tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Ottanta, le economie socialiste si concentrarono su accumulazione di capitale e istruzione. Presentavano tassi di risparmio e investimento elevati – in molti casi molto più elevati di quelli presenti in Occidente – e investirono seriamente nell’istruzione. Tuttavia, alla fine di questo periodo, mostravano risultati economici inferiori, spesso di molto. Le economie non centralizzate si erano sviluppate migliorando costantemente la performance economica.

La situazione oggi si sta invertendo. Mahbubani afferma che il dono più grande che l’Occidente ha fatto al Resto del Mondo è stato la potenza del ragionamento logico. Filtrando nelle società asiatiche, lo spirito di razionalità e, potremmo aggiungere, conoscenza occidentali ha portato a un crescendo di ambizione, che a sua volta ha generato i molti miracoli asiatici che stanno sviluppandosi.


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All’alba di un nuovo mondo

Per Angelo Panebianco, è fin troppo scontato affermare che la società aperta occidentale sia oggi a rischio. Un fenomeno caratterizzato dall’indebolimento degli intermediari politici che, secondo Bernard Manin, ha accompagnato il passaggio dalle vecchie democrazie di partito alle nuove democrazie di pubblico. L’idea più diffusa è che siamo entrati in una nuova fase nella quale si assisterà al passaggio dalla breve stagione dell’unipolarismo americano a un nuovo multipolarismo, nel quale Stati Uniti e Cina, pur essendo le potenze più forti, dovranno comunque fare i conti con altre potenze, quali Russia, India e fors’anche Brasile, Indonesia e Sud Africa.