Il campo minato del nuovo “Faraone” dell’Arabia Saudita

Con il termine “nuovi Faraoni” l’ideologo islamista egiziano Sayyid Qutb definiva negli anni ’60 del Novecento quei leader laici che nella Umma Islamica governavano contro i precetti della vera fede musulmana, perpetuando così la condizione di “empietà ed ignoranza” (jahilylya) propria del mondo arabo prima della venuta del Profeta (Kramer, 1997). L’esperienza storica ha visto il successo dell’Islam politico solo in alcuni paesi (l’Iran di Komeini; il Sudan di al-Bashir; l’Afganistan dei Talebani) e solo in un periodo di tempo relativamente limitato (Kepel, 2000). Il caso egiziano, culla dei principali ideologi dell’Islamismo contemporaneo (al-Banna e Qutb) ha vissuto momenti convulsi ma fino ad ora non decisivi per l’attecchimento dell’Islam politico in questo paese.

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Rispetto alle convulsioni egiziane, l’Arabia saudita ha da sempre rappresentato un “porto sicuro” per quei dissidenti islamisti in fuga dalla repressione dei governi laici o socialisti e alla ricerca di un percorso di vita e di fede al riparo dell’ortodossia wahhabita (Vassilev, 2000). Il Regno saudita è infatti intrinsecamente legato alla visione rigorista dell’Islam (quella del riformista Muhammad Ibn Wahhab vissuto nel XVIII secolo) da cui trae la propria legittimità politica. Tale unione (simboleggiata nella bandiera nazionale dalla spada dei Saud e dal Libro santo) ha contraddistinto l’intera storia del paese, l’unico della Umma Islamica in cui gli Ulema hanno un potere istituzionale delle cui fatwa il regno si serve per sancire le proprie decisioni. Scelte politiche non sempre condivise dai movimenti più fondamentalisti dell’Islam sunnita. Non a caso, il Regno è puntellato esternamente dalla storica alleanza con gli Stati Uniti (e prima ancora con l’Inghilterra) che ha salvaguardato il fondamentale ruolo geopolitico del Paese quale principale esportatore petrolifero (Gause, 1998).

Ora a cambiare il volto dell’anchilosata monarchia saudita, spesso vittima al suo interno di un complicato sistema di successioni e di intrighi che ne limitano le prospettive decisionali nel medio-lungo periodo, è intervenuto nel 2017 il giovane principe Mohammad bin Salman (classe 1985) il quale proprio quell’anno è stato nominato erede al trono dal padre Salman che, anziano e malato, nominalmente detiene tuttora il trono. La sua salita al potere non è stata esente da “scossoni” che sembrano però averne garantito la stabilità, attraverso metodi spesso controversi (dietro alla reclusione dorata di molti esponenti dell’élite nazionale all’interno di un hotel di lusso a Ryad, ufficialmente per motivi di corruzione, molti hanno visto una resa dei conti del giovane principe nei confronti dei suoi oppositori interni) e senza tanti scrupoli nel liquidare la dissidenza (esempio ne è il caso Khashogi).

La novità “concettuale” e potenzialmente dirompente apportata dal giovane principe è la rilettura in chiave nazionalista della storia e della contemporaneità saudite. Il richiamo alla watraniyya (nazionalismo appunto) è in parte strumentale al grandioso piano di riforme volute da MDS che mira a fare dell’Arabia Saudita un polo d’attrazione di investimenti internazionali, diversificando la propria economia dalla dipendenza dal petrolio. Le ambizioni del giovane principe si sono concentrate sul progetto “Vision 2030” con la costruzione di avveniristiche città nel deserto, hub di nuovi affari a marchio High-Tech da costruire con investimenti privati. Tale intraprendenza e l’operazione di public relations che MBS ha strenuamente promosso tanto all’estero quanto in casa non possono fare a meno di un puntello ideologico che stemperi l’immagine reazionaria degli imam wahhabiti alla quale la monarchia saudita è stata per lungo tempo associata. Per quanto lo slancio del giovane principe sembrerebbe propizio a rilanciare il nuovo ruolo dell’Arabia Saudita nel mutato scacchiere internazionale, MBS dovrà però fare i conti con le conseguenza che tale “restyling” potrebbero avere sul piano sia sociale che religioso.

Le prese di posizione del principe ereditario rischiano di scontrarsi però contro la sensibilità delle gerarchie wahhabite: l’aver accentuato l’importanza della Giornata Nazionale Saudita del 23 settembre (in senso laico) ha ad esempio provocato la ferma condanna dei religiosi più radicali, che lo accusando di perpetuare la condizione di jahilylya. Certo, non è la prima volta che i rapporti tra la Casa saudita è le gerarchie waabite subiscono degli scossoni.

Storicamente -è ciò fin dall’espansione degli al-Saud nella Penisola arabica nel XVIII sec.- quando il carisma dei predicatori sovrastava quello dei regnanti erano loro a prevalere; né d’altro canto, agni inizi degli anni ’20 del secolo scorso, il capostipite del regno Abdul Aziz Saud ha esitato a sterminare i mujaheddin (Ikhwan)-supportato dall’aviazione britannica- quando questi si rivelarono una minaccia per la stabilità del potere (Kostiner, 1993). Fu proprio tra i clan i cui membri militavano nell’Ikhwan decapitato di allora che emerse il commando di estremisti che nel 1979 assalì la Grande Moschea della Mecca prendendone in ostaggio i pellegrini. Anche in quella occasione la repressione fu spietata e segnò un momento decisivo nella conflittuale dialettica tra monarchia e clero. Clero che paradossalmente, proprio a seguito di quel fatto così drammatico, segna un punto a proprio favore: in cambio del rinnovato sostegno al re Khaled, gli ulema si vedono riconosciuti ampi margini di agibilità in ambito educativo, d’insegnamento e propagazione della fede, con radio e reti televisive loro dedicati. Inoltre ottengono quella stretta nei costumi e nella moralità pubblica che limita le libertà individuali -specie delle donne. E’ l’inizio della Sahwa (letteralmente “il risveglio”), un periodo di grande dinamismo nel campo religioso, impersonato da due carismatici ulema, Salman al-Ouda e Safar al-Hawali, in cui il salafismo wahhabita riceve e rielabora il contributo della fratellanza musulmana di matrice qutbista. Ed è proprio questo il 1979 cui il giovane principe si riferisce nel suo auspicio a un ritorno ex-ante

Tuttavia, i nuovi predicatori della Sahwa saranno meno prudenti della maggioranza del clero wahhabita nel non urtarsi con i sovrani, criticando l’”ignavia” degli ulema che li sostengono e denunciando l’esercizio di una sovranità secolare che –a loro dire– non può sostituirsi a quella divina. A queste diatribe di carattere dottrinario si aggiunge l’evento -traumatico sotto molti aspetti- rappresentato dalla Prima Guerra del Golfo alla quale l’Arabia Saudita partecipa. Non solo, ma autorizza la permanenza (che da allora sarà stabile) di truppe americane sul proprio territorio. Tale scelta segna una frattura nelle Sahwa, con la “vecchia guardia” degli ulema wahhabiti che sancisce con due fatwa la decisione del re, mentre le nuove generazioni di salafiti-qutbisti considerano la presenza straniera sul “sacro suolo” niente meno che un’empietà. Oltre a questi dissidenti, nelle persone di Al-Hawali e al Awda -che vengono subito arrestati- molti salafisti ancora più radicalizzati danno vita ad azioni violente, ad attentati e ad attacchi contro la presenza americana. Tra questi ultimi si annovera Osama Bin Laden che proprio da allora dà inizio alla propria “Jihad” contro “ebrei e nuovi crociati”(sic).

Si può affermare che il percorso di MDB sia in effetti appena iniziato, e come suggeriscono alcuni osservatori, il giovane principe ha il potenziale –sia genetico che costituzionale- per regnare fino al 2070. Il modo in cui ha fin qui gestito il potere -in un misto di crudeltà e aperture, modernità e tradizione- sembrerebbe avvicinarlo alle figure degli assolutisti illuminati dell’Europa del XVIII secolo. La grande incognita resta su come saprà reggersi su un equilibrio molto esile tra modernizzazione e wahhabismo, e su come la base sociale e islamica reagirà alle riforme annunciate.


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La “condanna” dell’oro nero, in una congiuntura attuale particolarmente difficile e nell’urgenza di affrancarsi dall’egemonia degli idrocarburi, necessita di una politica oculata ma inderogabile, che il giovane principe sembra aver intrapreso. Non sarà facile convincere chi fino ieri godeva degli enormi introiti legati al petrolio a sobbarcarsi i costi della riconversione economica: l’imposizione fiscale, una novità nei termini in cui viene oggi preannunciata e il calo di manodopera straniera legata alle restrizioni del Covid-19 rischiano senz’altro di provocare il malcontento della classe media urbana e di quella mercantile che hanno finora sostenuto la casa regnante. Il rischio concreto è che tale malcontento possa essere strumentalizzato e cavalcato da gruppi radicali salafiti o da singoli religiosi che non si piegano alla volontà della dinastia Saud. Se da un lato MBS sa di poter contare sulla “docilità” del Consiglio degli Ulema, presieduto dalla potente famiglia degli al-Sheikh (discendenti diretti di Muhammad Ibn Wahhab e nominati dal monarca stesso) spazi di radicalismo esistono al di fuori del Consiglio, come la storia del Sahwa ha dimostrato. Proprio quegli ulema che hanno interiorizzato e integrato il pensiero di Qutb, come Salman al-Awda o Safar al-Hawali che in passato si erano trovati in rotta di collisione con il potere per poi “reintrare nei ranghi”, sono oggi nuovamente sotto la scure di MBS che li ha fatti arrestare: al-Awda perché si è rifiutato di sottoscrivere la fatwa contro il Qatar e al-Hawali per essersi espresso a mezzo stampa contro il principe stesso.

E’ questo il preludio di un rinnovato scontro tra un ambizioso giovane principe, un potenziale “nuovo faraone” da abbattere secondo la retorica integralista, araldo di un inedito nazionalismo saudita da un lato e una galassia islamista risoluta a ribadire l’egemonia dell’Islam integralista dall’altro? Dall’esito di tale eventuale tenzone, in cui il primo avrebbe tutto da perdere e la seconda tutto da guadagnare si gioca il destino della monarchia saudita e potenzialmente, dell’intero Medio Oriente.