Il cammino della Serbia tra Europa ed Eurasia

Quando, nel 2014, gli Usa e l’Unione Europea imposero sanzioni contro la Russia, chiesero alla Serbia di fare altrettanto. Come paese candidato all’adesione all’Ue, Belgrado è in effetti tenuta ad “allinearsi alla politica estera e di sicurezza dell’Ue”, come recita  un comunicato recente (Common Foreign and Security Policy report – Our priorities in 2016).

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Per la Serbia la richiesta di rompere con Mosca era decisamente gravosa, troppi gli interessi politici ed economici, così come i legami storici con Mosca. Cosciente della delicatezza della questione, l’Ue adottò un atteggiamento comprensivo, disponibile a concedere a Belgrado più tempo di quanto non fosse disposta a concedere ad altri paesi. Sennonché dal 2014 ad oggi non solo la Serbia non si è allontanata da Mosca, ma ha anzi continuato ad approfondire i suoi rapporti con essa. La cooperazione serbo-russa è aumentata perfino nel settore militare, dalla creazione di un “Centro umanitario russo-serbo”, che ospita militari russi nei pressi di Nis, fino alle recenti esercitazioni “fratellanza slava”, realizzate in Serbia da militari serbi, russi e bielorussi.

Ai ripetuti inviti a rompere con Mosca, il ministro degli esteri Dacic ha ribattuto seccamente: “non possiamo lavorare contro il nostro stesso interesse”. Ma quali sono gli interessi che legano Serbia e Russia? Per la Russia la questione politica è abbastanza semplice: la Serbia le offre una facile possibilità di proiezione lontano dai propri confini, una possibilità tanto più gradita nel momento in cui la Nato rinforza la sua presenza alle frontiere russe.

Gli interessi serbi sono più articolati. Dal settore energetico alle ferrovie, la Serbia intrattiene buoni rapporti economici e commerciali con Mosca. La possibilità di usare la Serbia come trampolino per il mercato russo contribuisce poi ad attirare investimenti nel paese. Emblematica è la costante pressione della Fiat-Chrysler sul governo serbo, affinchè ottenga da Mosca l’ammissione delle automobili prodotte a Kragujevac tra i beni esenti da dazi. È anche con questo obiettivo che la Serbia sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Unione economica eurasiatica (Russia, Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan), un mercato di quasi 200 milioni di abitanti, con possibilità di ulteriore espansione.

Per Belgrado il rapporto con la Russia è importante anche dal punto di vista politico. E, per paradossale che possa sembrare per un paese candidato all’adesione all’Ue, tale sostegno è utile in gran parte per resistere alle pressioni dell’Ue. Secondo diverse indiscrezioni (tra cui Vecernje Novosti, 01.11.2016) Usa e Ue hanno formulato una serie di richieste inaccettabili per Belgrado; rottura con Mosca, riconoscimento del Kosovo, ridimensionamento del sostegno ai serbi di Bosnia e del Kosovo. Queste richieste riflettono politiche di lungo corso e, se pure sono da verificare modalità e tempistica, è probabile che a Bruxelles e a Berlino ne attendano l’adempimento, prima di permettere l’ingresso della Serbia nell’Ue.

Tali politiche rivelano anche un contrasto profondo con gli interessi serbi; in fondo sono state proprio le politiche di Usa e Ue a spingere Belgrado verso Mosca. Basti citare i bombardamenti della Nato nel 1999, il sostegno all’indipendentismo montenegrino e al secessionismo albanese in Kosovo, con relativa opposizione al riflessivo secessionismo delle comunità serbe del Kosovo settentrionale. Chi riteneva che, dopo aver fatto qualche rimostrananza formale, la Serbia si sarebbe facilmente accomodata alla cessione del Kosovo, magari in cambio di un percorso abbreviato verso l’Ue, deve in effetti ricredersi.

Anzi, si può ritenere che il patrocinio offerto da Usa e Ue alla secessione del Kosovo abbia determinato la fine di una corrente politico-culturale serba, di quella corrente nazionalista e filo-occidentale, che aveva ritenuto che il conflitto con  Usa e Ue fosse dovuto alla persona di Milosevic e che, rimosso quell’ostacolo, l’atteggiamento occidentale nei confronti di Belgrado sarebbe cambiato. Questa è per alcuni versi la morale che si può leggere nella parabola politica di Kostunica, asceso al potere con il sostegno di Usa e Ue, per diventare poi uno dei più aspri critici del loro operato. E per quanto Kostunica sia ormai uscito di scena, è pur significativo che il suo Partito democratico serbo, che precedentemente si era rigidamente attenuto alla consegna della neutralità in politica internazionale, abbia compiuto una decisa virata in senso filo-russo.

Sul Kosovo e sulle altre questioni, Mosca si è schierata con Belgrado. Non  sempre il sostegno russo ha avuto conseguenze pratiche, ma esso spiega le simpatie di cui gode la Russia presso l’opinione pubblica serba. Se sarebbe fuorviante attribuire a tale fattore un ruolo preponderante nella definizione della politica serba, è pur vero che esso scoraggia qualsiasi governante serbo dallo schierarsi apertamente contro Mosca, per il discredito che gliene deriverebbe in patria.

In ogni caso, a dispetto di quanto temuto da alcuni e sperato da altri, la Serbia non sta voltando le spalle a Usa e Ue. Le relazioni politiche ed economiche con Mosca non sono affatto a detrimento di quelle con Bruxelles. I paesi dell’Ue rappresentano anzi, nel loro insieme, il più importante partner economico della Serbia. Sviluppando relazioni ed aree di libero scambio sia con l’Unione europea che con quella eurasiatica, la Serbia semplicemente coltiva i suoi interessi. A ciò si aggiungono le crescenti relazioni economiche con la Cina. Questa politica multipolare consente tra l’altro a Belgrado di attirare investimenti incrociati, investitori russi e cinesi intenzionati a utilizzare la Serbia come ponte di ingresso nel mercato europeo, e investitori dell’Ue che, producendo in Serbia, possono favorire il loro ingresso sul mercato eurasiatico.

Un discorso simile vale per la dimensione politica dei rapporti con Mosca. Belgrado continua i negoziati di adesione all’Ue e non ha espresso alcuna intenzione di compiere una scelta di campo definitiva in senso filo-russo. Intervistato da un giornale russo, qualche mese fa, il presidente Nikolic tenne a precisare che in Serbia ci sono più russofili che eurofanatici, ma che per posizione geografica, interessi politici ed economici, è impossibile per Belgrado non ricercare un matrimonio con Bruxelles. Sarebbe forse un matrimonio senza amore, ma la stessa cosa può dirsi per diversi paesi già membri dell’Ue. Inoltre, per quanto Belgrado escluda di entrar a far parte della Nato, intrattiene più relazioni militari con l’Alleanza Atlantica di quanto non faccia con la Russia, come mostra la ratifica in febbraio dell’Individual Partnership Action Plan.

Più che un’alternativa all’Ue, la Russia è per la Serbia una leva. Dai rapporti con Mosca, Belgrado si aspetta un rinforzamento del suo ruolo regionale e un riequilibrio della sua posizione contrattuale nei confronti dell’Ue. Si può dubitare che Belgrado possa continuare a tempo indeterminato a tenere il piede in due staffe, ma non c’è dubbio che finché questa strada sarà percorribile, è quella che meglio si adatta agli interessi serbi. Se poi, come previsto, l’elezione di Trump a presidente degli Usa dovesse attenuare la politica di confronto con la Russia finora condotta da Washington, il compito per Belgrado risulterà semplificato.

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