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TematicheAmerica LatinaIl Brasile e la strategia di non proliferazione

Il Brasile e la strategia di non proliferazione

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Il Brasile, date le sue dimensioni e le sue capacità materiali, persegue da lungo tempo l’obiettivo di essere riconosciuto come un attore importante a livello internazionale. Uno dei settori in cui il Paese ha ottenuto tale riconoscimento è quello della non-proliferazione nucleare. La crisi attuale del regime di non-proliferazione presenta una nuova opportunità per il Brasile di accrescere il proprio status internazionale ponendosi come difensore di tale regime.

I primi contributi brasiliani al regime di non-proliferazione

La politica estera brasiliana è caratterizzata da un appoggio storico alle iniziative di disarmo e non-proliferazione. Nel 1961, Alfonso Arinos de Melo Franco, il rappresentante brasiliano alle Nazioni Unite, propose all’Assemblea Generale l’idea di una zona libera da armi nucleari in America Latina. La proposta attirò enorme interesse, ancor di più dopo la crisi dei missili di Cuba del 1962. Nel 1964 iniziarono i negoziati di quello che verrà conosciuto in seguito come il Trattato di Tlatelolco. Tuttavia, nello stesso anno, un colpo di stato in Brasile portò i militari al governo. Il nuovo regime assunse un atteggiamento perlopiù ostile nei confronti delle iniziative di non-proliferazione, dal momento che stava portando avanti un programma, in parte pubblico e in parte segreto, per permettere al Paese di acquisire la capacità di arricchimento dell’uranio. Per questa ragione, durante i negoziati del Trattato di Tlatelolco, il governo militare spinse affinché esso non contenesse la proibizione di tutte le attività nucleari.

In seguito, durante le discussioni internazionali sul Trattato di Non-Proliferazione, il governo rifiutò di sottoscriverlo per due ragioni. Da un lato, il Brasile era preoccupato per la divisione del mondo in “stati nucleari” e “stati non-nucleari”, che avrebbe potuto portare a un congelamento della divisione del potere mondiale. Dall’altro, i militari criticavano il carattere iniquo delle obbligazioni ascritte alle parti, in quanto ritenevano che gli impegni degli “stati nucleari” fossero meno onerosi di quelli degli “stati non-nucleari”. 

Con il ritorno della democrazia nel 1985, anche l’atteggiamento di Brasilia verso la non-proliferazione cambiò radicalmente. Nel 1994, il Paese ratificò il Trattato di Tlatelolco e nel 1998 firmò il Trattato di Non-Proliferazione. Il cambio di atteggiamento si deve principalmente alla necessità per il Brasile di migliorare la propria immagine a livello internazionale, dopo gli anni del regime militare. D’altra parte, quando nel 1995 l’Argentina firmò il TNP, il Brasile era rimasto l’unico Paese sudamericano, e uno dei pochi a livello globale, a non averlo sottoscritto, con il  conseguente rischio di essere escluso dai dialoghi sulla sicurezza a livello internazionale.

Il posto della non-proliferazione nella politica estera brasiliana odierna

Questo cambiamento, inoltre, riflette una trasformazione più ampia della strategia di inserzione internazionale del Paese. Date le sue dimensioni e la sua posizione come leader regionale, il Brasile ritiene da sempre di dover ricoprire un ruolo da attore importante a livello internazionale, al pari delle grandi potenze. Dagli anni ’90 in avanti, il Brasile ha optato per una partecipazione attiva nelle istituzioni multilaterali, con il fine di accrescere la propria influenza a livello globale. Nell’ambito della non-proliferazione, l’impegno di Brasilia è stato un veicolo per ottenere un ruolo significativo all’interno dei forum globali in materia di sicurezza. Per questo motivo, la promozione di attività legate alla non-proliferazione rappresenta una costante in tutti i governi che si sono succeduti fino ad ora. 

L’obiettivo appena illustrato permette di spiegare la partecipazione del Brasile all’interno degli Open-Ended Working Groups, istituiti dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con lo scopo di “portare avanti le negoziazioni sul disarmo nucleare” e a cui possono partecipare tutti gli stati membri. Attraverso questo meccanismo, il Brasile ha raggiunto uno dei suoi più importanti traguardi in materia di non-proliferazione negli ultimi anni, vale a dire la promozione di un trattato vincolante per proibire le armi nucleari, sancito dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite attraverso la risoluzione A/C.1/71/L.41 del 2017. Dopo due round di negoziazioni, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPAN) è stato adottato il 7 luglio 2017.

Si tratta di uno step fondamentale nel processo di disarmo globale, ma risente ancora di alcuni problemi. Il più importante riguarda la mancata firma degli stati dotati di armi nucleari, i quali hanno rigettato il report finale della OEWG perché, come afferma Frank Rose, rappresentante degli USA alle Nazioni Unite, era “polarizzante” e non prendeva in considerazione “un approccio che tenesse conto della visione e della sicurezza degli interessi degli Stati Uniti”. Il Brasile stesso, che è stato il primo Paese a firmare il TPAN, non l’ha ancora ratificato.L’impegno brasiliano verso la non-proliferazione risponde a un chiaro obiettivo di politica estera, vale a dire quello di essere riconosciuto come un attore importante nell’ambito della sicurezza internazionale. Per questo motivo, la partecipazione attiva del Paese nei forum multilaterali è stata volta a trovare nuove soluzioni, come nel caso del TPAN. In un contesto internazionale marcato negli ultimi anni da un indebolimento del regime di non-proliferazione, testimoniato dalla sospensione da parte della Russia della sua partecipazione al New START, il Brasile può giocare un ruolo centrale come difensore delle iniziative volte a limitare gli armamenti nucleari. In questo senso, si apre una nuova opportunità per il Paese di tornare ad essere un attore rilevante nello scacchiere globale.

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