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Il braccio di ferro estivo tra Unione Europea e Ungheria

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Le tensioni tra Bruxelles e Budapest non accennano a diminuire d’intensità e dopo l’ultimo schiaffo assestato dalle istituzioni centrali attraverso le dichiarazioni di Ursula von Der Leyen, la procedura d’infrazione e la bocciatura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, i rapporti tra le due entità, unite in un progetto comune ma contrapposte nella visione del mondo e della società, non sembrano puntare verso una pacificazione a breve termine.

La legge-scandalo magiara

L’ultimo round dello scontro è iniziato in seguito all’approvazione da parte del parlamento magiaro della normativa-scandalo che inserisce nello stesso disegno di legge l’inasprimento delle pene per atti di pedofilia, la creazione di un database statale in cui saranno iscritti gli abusatori sessuali di minori e, facendo ricadere il tutto sotto il titolo-ombrello “Azioni più dure contro i trasgressori pedofili e modifiche a determinate leggi per proteggere i bambini”, anche il divieto di sensibilizzazione e dibattito sul gender nelle scuole. (Qui la traduzione non ufficiale della legge ad opera della Magyar Helsinki Bizottság, un’organizzazione ungherese indipendente che si batte per la tutela dei diritti umani). 

Questa legge, approvata con 157 voti a favore, uno contrario, ma soprattutto con l’astensione in blocco da parte dell’opposizione, accentra verso le istituzioni nazionali la responsabilità dell’istruzione infantile e dei suoi contenuti. La conseguenza diretta è che le nuove generazioni di giovani ungheresi non entreranno in contatto con temi quali l’orientamento sessuale o il gender in maniera naturale né verranno educati alla tolleranza, in quanto temi osteggiati dalla dottrina ideologica orbániana, in aperta contrapposizione con i valori e le spinte tolleranti dell’UE. La legge viene giudicata come un pretesto per attuare una serrata discriminazione ai danni della minoranza LGBTQ+.

Il Pnrr e la rigidità di Bruxelles.

Dopo le prime condanne morali da parte delle autorità centrali, capitanate dalla Presidente Von der Leyen, e dalla lettera di diffida firmata da 17 paesi membri, da Bruxelles è arrivato il via libera al congelamento temporaneo dei fondi del Recovery Plan destinati all’Ungheria. 

Questa mossa, interpretata all’interno del clima di scontro politico-ideologico tra i due partner, non è (apparentemente) legata alla visione ungherese, ma una decisione tecnica basata sul rispetto di criteri precisi e oggettivi che occorre seguire per ottenere l’approvazione del Pnrr. Nel caso specifico il piano è stato bocciato per mancanza di garanzie rispetto all’effettivo utilizzo dei fondi per i progetti illustrati nel piano ungherese, per la paura che la collaudata “cerchia” di oligarchi ungheresi abbia troppo spazio di manovra nella loro gestione, per i meccanismi di audit e di trattamento equo dei beneficiari di tali fondi.

Parallelamente la Commissione Europea sta perseguendo una procedura d’infrazione nei confronti dell’Ungheria, che il 15 luglio si è vista recapitare la lettera contenente le basi accusatorie, gesto che mette in moto l’iter della procedura. 

L’azione legale, messa in moto nel frattempo anche nei confronti della Polonia, ha come movente le misure prese nei confronti delle minoranze LGBTQ+ nei due stati, che negano sia il principio di equo trattamento sia il godimento di molti diritti fondamentali, violando il diritto comunitario. L’Ungheria ha due mesi di tempo per fornire una risposta dettagliata e convincente in sua difesa, in caso contrario Bruxelles potrà adire la Corte di giustizia dell’UE in merito, deferendo il potere di giudicare il caso e comminare sanzioni pecuniarie.

Di fatto, dunque, l’UE non ha legato la sua decisione riguardo il Pnrr alla discussa legge magiara, anche se il dedalo legislativo e di valori europei rendono questa via percorribile, come sottolineato anche dal Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni: i fondi del programma di ripresa restano legati al rispetto dei valori fondanti l’Unione Europea e dello stato di diritto di tutti i cittadini. 

La morsa a tenaglia messa in campo da Bruxelles mira a mettere la leadership ungherese con le spalle al muro: la bocciatura del Pnrr comporta l’impossibilità per il governo di Budapest di accedere all’anticipo del 13% delle risorse, erogato agli stati i cui piani siano stati approvati dall’Ecofin, come successo per il Pnrr italiano il 13 luglio. 

L’opzione nucleare

Durante il processo di allargamento dell’UE, soprattutto nell’ultima fase caratterizzata dall’espansionismo verso Est, molti teorici dell’integrazione tentarono di mettere in guardia le autorità di Bruxelles riguardo il grado di maturazione e di affinità ideologica dei paesi dell’ex blocco sovietico. 

Sia in termini di amministrazione trasparente da parte delle istituzioni che di rispetto dei diritti fondamentali, in molti avevano ipotizzato possibili frizioni, con uno sguardo rivolto ai valori storicamente sottostanti al processo di integrazione europea post seconda guerra mondiale. 

Il dibattito sfociò nel 2007 nella formulazione in seno al Trattato di Lisbona, composto dai trattati sull’Unione Europea (TUE) e sul funzionamento della stessa (TFUE), dell’Articolo 7: l’opzione nucleare. Chiamato così in quanto ultima risorsa disponibile in casi estremi di deviazione dai valori alla base dell’UE, sanciti dall’Articolo 2

Questo secondo articolo vincola i membri al rispetto “della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”, definendo la società europea come “caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Finora l’opzione nucleare è stata adottata una sola volta: nel 2017 ai danni della Polonia, per contrastare le riforme del sistema giudiziario promosse dal governo ultranazionalista Kaczynski. 

Il meccanismo è attivabile su proposta motivata avanzata da almeno 1/3 degli stati membri in prossimità del rischio di violazioni gravi dei principi sanciti all’art. 2 da parte di uno Stato, e rende possibile la sospensione dal godimento di alcuni diritti derivanti dai Trattati in vigore, come il diritto di voto in sede di Commissione Europea. Le conseguenze della limitazione di questi diritti, oltre al danno di immagine e morale a cui si espone il paese in questione rispetto alla comunità internazionale, si riflettono anche nei rapporti con gli altri stati membri e con le autorità centrali: comportano infatti una procedura di infrazione.

Di fatto, questa è l’unica (o quasi) arma in mano alle autorità centrali per punire uno stato membro che violi i principi fondanti lo stato di diritto UE. 

La difficoltà di attuazione è insita nell’iter di votazione successivo all’attivazione dell’art. 7, che prevede il raggiungimento della maggioranza di due terzi dei votanti. Dopodiché il procedimento passa alla Commissione, in cui a seguito di una prima votazione sull’effettività della violazione che necessita di una maggioranza dei 4/5 dei votanti, si arriva alla terza e ultima votazione. L’ultima decisione sull’attuazione del procedimento sanzionatorio viene approvata con il consenso unanime dei votanti, ad esclusione del paese oggetto della votazione. 

Conclusioni 

La previsione che per gli ultimi sviluppi in materia di diritti LGBTQ+ sia possibile l’attivazione dell’opzione nucleare resta difficile per via del già citato supporto di altri paesi interni all’UE che possono imporre un veto contro le proposte sanzionatorie degli altri paesi membri, aumentando le divisioni interne e permettendo la continuazione di politiche in aperta contrapposizione con i trattati. 

La probabilità che un paese venga effettivamente espulso dall’UE mediante le procedure descritte è pressoché inesistente. L’espulsione non è esplicitamente prevista dai trattati, anche se si volessero estendere le conseguenze di una ripetuta violazione puntando sull’attuazione completa dell’art.7. Esso infatti si regge su un vicolo cieco normativo che lo rende estremamente difficile da perseguire nei casi in cui il paese accusato trovi supporto ideologico in altri stati. Si pensi al caso della limitazione dei diritti delle minoranze LGBTQ+ in Ungheria, che trovano la loro controparte ideologica in Polonia, altro paese membro e con diritto di voto. Oltre alle procedure legali, è opportuno rivolgere un pensiero alle conseguenze socio-economiche di un’eventuale espulsione: il baratro economico a cui andrebbe incontro un paese in piena ripresa. Nonostante l’indirizzo ideologico del governo “regnante”, in Ungheria vivono quasi 10 milioni di persone (più del 2% degli europei), tra le quali meno della metà ha espresso democraticamente il suo appoggio a Viktor Orbán nell’ultima tornata elettorale del 2018. A ciò si può aggiungere che perdere dei partner interni all’Unione non è nei piani delle autorità centrali.

La resa dei conti tra Unione Europea e Ungheria è dovuta anche al cambiamento di approccio da parte della prima, che lascia intendere la sua granitica rigidità nei confronti di ulteriori attacchi alle basi ideologiche europee da parte dell’autoproclamata “democrazia illiberale”, puntando allo scontro frontale su temi come la xenofobia e il nazionalismo estremo per mantenere alta la pressione sul governo di Budapest anche in vista delle elezioni del 2022, nelle quali il leader di Fidesz correrà per il quinto mandato come capo del governo.

Enea Belardinelli
Geopolitica.info

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