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Il boss della mafia turca che sta facendo tremare l’AKP di Erdogan

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Nelle ultime settimane, un uomo armato di treppiedi e telecamera ha scosso dalle fondamenta il partito di governo in Turchia, accusando politici di spicco di legami con il crimine organizzato, di spaccio internazionale, omicidi, corruzione e un’altra lunga serie di crimini. L’uomo in questione è un volto già noto al pubblico turco: Reis Sedat Peker, boss della mafia in esilio all’estero con importanti legami passati con l’AKP. In Turchia è stato in grado di monopolizzare l’attenzione su di sé e i sondaggi confermano che la maggior parte della popolazione sembra credere alle sue accuse. Ma cosa vuole Sedat Peker e quali potrebbero essere le conseguenze delle sue parole sulla tenuta della coalizione di governo, già indebolita negli ultimi anni da diverse crisi?

Le accuse di Sedat Peker 

“Cuore impavido”, “Angelo della Vendetta”, “La Storia del Leone”, questi sono solo alcuni degli iconici titoli dei seguitissimi video rilasciati da Sedat Peker sul suo canale youtube (già un milione di iscritti). Da un mese e mezzo a questa parte il boss mafioso turco sembra aver letteralmente dichiarato guerra ai piani alti dell’AKP, rei di averlo tradito e di avergli voltato le spalle dopo anni di cooperazione, rivelando informazioni scottanti che collegherebbero alcuni dei politici turchi più potenti e influenti ad una pletora interminabile di reati: dallo spaccio internazionale all’omicidio, passando per il finanziamento ad organizzazioni terroristiche. Il primo “episodio” di quella che è diventata la “serie tv” più seguita del paese è andato in onda lo scorso 2 maggio e ad oggi conta già 9 video con circa 90 milioni di visualizzazioni totali. Destinatari principali delle accuse di Sedat Peker sono l’AKP e alcuni dei suoi più importanti esponenti, tra cui figurano i nomi dell’attuale Ministro degli Interni, Süleyman Soylu, dell’ex Ministro degli Interni, Mehmet Ağar e di suo figlio e dell’ex Primo Ministro, Binali Yıldırım. Le accuse hanno del clamoroso: secondo le dichiarazioni del boss turco il governo tra le varie cose, intratterrebbe relazioni stabili con la malavita e si sarebbe servito in diverse occasioni dei suoi servizi per disfarsi di oppositori o per altri tornaconti.

Ma le accuse non si fermano qui: secondo Peker, la Turchia sarebbe oggi alla stregua di un narco-Stato, essendo divenuta uno snodo sempre più importante per lo spaccio internazionale di cocaina grazie alla copertura e il sostegno di diversi esponenti politici, tra cui il figlio dell’ex Primo Ministro turco Binali Yıldırım, Erkam. Nei video rilasciati da Peker, Erkam, che gestisce diverse compagnie di trasporti marittimi, viene accusato di essere direttamente coinvolto nella creazione di nuove rotte per lo spaccio di stupefacenti dalla Colombia ai porti turchi, passando per il Venezuela. Nonostante Peker non abbia presentato prove concrete per nessuna delle sue accuse, sembra che il figlio del noto politico turco si sia effettivamente recato in Venezuela nelle date segnalate dal boss mafioso, e non per portare aiuti contro il COVID, come era stato affermato da suo padre, in quanto non risultano spedizioni di materiale sanitario da parte turca in quel lasso di tempo. Le parole di Peker sembrano trovare altre conferme anche alla luce di due diverse indagini condotte dalla polizia colombiana, che nel giugno del 2020 sequestrò un importante carico di 5 tonnellate di cocaina al porto di Buenaventura diretto verso la Turchia e dal valore di 265 milioni di dollari, e dalla polizia panamense, che ne sequestrò altri 680 chili. La scelta del Venezuela come paese di transito non sarebbe casuale, in quanto la US Drug Enforcement Administration non ha autorità sul paese. Particolarmente attaccato è stato anche l’ex Ministro degli Interni Mehmet Ağar e suo figlio Tolga, oggi parlamentare dell’AKP. Se il primo viene accusato di legami con lo Stato profondo e di traffico di droga, il secondo viene accusato di aver stuprato e poi ucciso una giornalista kazaka, Yeldana Kaharman, e di aver insabbiato il tutto con l’aiuto della polizia e di suo padre. Tuttavia, il principale obiettivo dei video di Peker è un altro: l’attuale Ministro degli Interni e braccio destro di Erdogan, Süleyman Soylu. “Un treppiedi ed una telecamera sono sufficienti per te”, titola uno dei video del mafioso, così Peker ha deciso di attaccare una delle figure più influenti di tutto il paese, considerato da molti come il possibile successore del Presidente. Anche in questo caso le accuse sono molto gravi: Soylu viene additato come una figura corrotta con legami con la malavita, di aver insabbiato numerosi casi spinosi e di aver fornito supporto e copertura allo stesso Peker. Secondo quest’ultimo sarebbe stato proprio Soylu a consigliargli di fuggire dal paese lo scorso anno in quanto erano in corso delle indagini nei suoi confronti, salvo poi voltargli le spalle negli ultimi mesi, ordinando una serie di perquisizioni a tappeto sulle sue proprietà in Turchia e facendo interrogare con metodi poco ortodossi le sue figlie e sua moglie.

Fra le accuse più gravi e sconcertanti fatte dal criminale turco figura anche il supporto del governo ad organizzazioni terroristiche come al-Nusra: nel corso del suo ottavo video Peker ha rivelato quella che sarebbe una vera e propria tratta di armi e approvvigionamenti che parte da Ankara e finisce nelle mani dei terroristi di al-Nusra. Il boss mafioso ha rivelato che ad occuparsi delle spedizioni di armi nel 2018 fu egli stesso con la sua flotta di pick-up, dietro consiglio di un parlamentare dell’AKP. Tuttavia, gli approvvigionamenti, ufficialmente destinati ai ribelli siriani, furono successivamente dirottati verso i miliziani di al-Nusra con la collaborazione della compagnia militare privata SADAT, gestita dall’ex generale turco ed ex consigliere politico di Erdogan, Adnan Tanrıverdi. Sempre secondo Peker, il traffico illecito di materiale tra la Turchia e l’organizzazione terroristica non si limiterebbe alle armi, ma includerebbe una complessa tratta di petrolio, tè, zucchero, alluminio, rame e macchine di seconda mano, per un ammontare di alcuni miliardi di dollari, il tutto gestito dal capo della Presidenza per gli Affari Amministrativi, Methin Kıratlı, direttamente nel Palazzo Presidenziale di Ankara.

Chi è Sedat Peker?

Ma chi è veramente Sedat Peker e perché più di metà del paese sembra credere alle sue accuse? Peker nasce ad Adapazarı, nell’Ovest del paese, nel 1971. Panturanista convinto, iniziò le sue attività criminali negli anni ’90, venendo processato per l’assassinio del trafficante di droga Abdullah Topçu e successivamente assolto nel 1997. Dopo un periodo in Romania, dove fu accusato di far parte di un’organizzazione colpevole di istigazione all’omicidio, estorsione e sequestro di persona, fece ritorno volontariamente in Turchia dove fu nuovamente processato e assolto dopo pochi mesi. Arrestato nuovamente nel 2005 a seguito dell’operazione “farfalla” condotta dalla polizia turca, Peker fu condannato due anni più tardi a 14 anni di carcere per essere stato trovato colpevole di furto, contraffazione e di aver costruito e guidato un’organizzazione criminale. Il boss mafioso è stato anche accusato di far parte della nota organizzazione segreta Ergenekon, per il quale fu condannato ad altri 10 anni nell’agosto del 2013, salvo poi venir scarcerato dopo pochi mesi senza condizioni a seguito di una riforma legislativa insieme a molti altri accusati. Dopo il suo rilascio sembrano essere iniziati i suoi legami con l’AKP: in molteplici occasioni Peker manifestò il suo supporto al partito di Erdogan, al punto tale da arrivare a minacciare coloro che manifestavano contro il Presidente. Particolarmente significativa fu la frase con cui si rivolse, nel corso di un comizio del 2016, agli accademici firmatari dell’appello per la pace, che chiedevano di cessare le ostilità con il PKK: “faremo scorrere il vostro sangue e ci faremo il bagno”. Per questa frase il boss fu indagato ma assolto nel 2018. Dal 2015 Peker rimase in Turchia, incontrando in diverse occasioni esponenti dell’AKP tra cui lo stesso Erdogan. Secondo le sue accuse, fu proprio in questi anni che il partito di governo si servì di lui e dei suoi servigi per i propri obiettivi. La sua latitanza ebbe inizio nel 2020, quando dopo un suo arresto in Macedonia riuscì a scappare prima in Marocco e poi a Dubai, dove apparentemente risiede tutt’oggi e da dove registra i suoi video. I motivi della sua rottura con l’AKP sono ancora poco chiari, anche se secondo alcuni analisti turchi Peker sembra essere entrato in rotta di collisione con un altro individuo strettamente legato al partito, ad organizzazioni criminali e a movimenti ultranazionalisti, Alaattin Çakici, scarcerato proprio nel 2020 grazie al maxi indulto voluto dal governo durante la pandemia.

“Chi altri se non io, uno sporco individuo che ha fatto la sua dose di sporchi atti per questo governo, conosce questi sporchi segreti?” afferma Peker in uno dei suoi video. È forse proprio questo il motivo per cui, secondo l’ultima indagine dell’istituto statistico turco Avrasya, il 75% degli intervistati crede che le accuse del boss mafioso siano fondate e il 95% dei sostenitori di partiti di opposizione ritengono che i politici sotto accusa dovrebbero dimettersi. Lo scenario dipinto da Sedat Peker, per quanto grottesco e quasi impossibile da dimostrare, ha riportato a galla il nefasto passato della storia del paese negli anni ’90, quando l’incidente stradale di Susurluk rivelò i sulfurei legami fra lo Stato, i servizi segreti, l’esercito, i lupi grigi e la malavita. Come conseguenza di quello scandalo l’opinione pubblica turca iniziò a familiarizzare con il cosiddetto derin devlet, lo Stato profondo, divenuto ormai una costante della storia politica turca fin dagli anni ’70, e tornata negli ultimi cinque anni sotto i riflettori dopo il fallito colpo di Stato del luglio 2016. Oggi l’esistenza dello Stato profondo è un qualcosa di conclamato in Turchia, un fenomeno che l’allora Primo Ministro Erdogan aveva giurato di sradicare, ma che oggi pare continuare a perpetuarsi.

Cosa si cela dietro le sue accuse e quali saranno le conseguenze?

Rimangono ancora molti interrogativi sul perché Peker abbia rilasciato questi video proprio ora e con queste tempistiche. Il boss turco sostiene si tratti della sua vendetta nei confronti dei politici che lo avevano difeso servendosi di lui salvo poi voltargli le spalle attaccando la sua famiglia, tuttavia è opinione comune in Turchia che dietro ai suoi video di Peker  vi sia molto altro. I principali esponenti dell’AKP, ad esempio, hanno reagito alle accuse mosse dal boss sostenendo che si tratti di una cospirazione per colpire il governo: Oktay Saral, consigliere politico di Erdogan, ha accusato ad esempio Peker di far parte di una non meglio identificata “alleanza anti-turca”, mentre Dogu Perinçek, leader del Partito della Madrepatria, si è spinto addirittura oltre, suggerendo che dietro alle azioni di Peker si celino la CIA e il Mossad. Secondo Perinçek, le modalità con cui il boss mafioso è sfuggito alle autorità turche, unito al fatto che attualmente risieda a Dubai, sotto la protezione degli Emirati Arabi Uniti, sarebbero indizi sufficienti a spiegare il coinvolgimento di potenze esterne in questo nuovo attacco contro il paese della mezzaluna. “Oggi c’è una Turchia che resiste agli USA e a Israele” ha dichiarato il politico turco. Non sorprendono le parole di Perinçek, che si collocano nell’alveo delle ormai numerose dichiarazioni anti-americane e israeliane e servono a fomentare una retorica anti-occidentale già molto forte in Turchia.

Una considerazione va comunque fatta a riguardo: se Peker dovesse effettivamente trovarsi negli Emirati, così come affermato da egli stesso nei suoi video, si tratterebbe di un ulteriore ostacolo verso quel difficile riavvicinamento che Ankara starebbe mettendo in atto da qualche mese a questa parte non solo con gli emiratini, ma anche con i sauditi e con l’Egitto. Al netto di queste accuse, non provate, appare comunque evidente che le parole di Peker abbiano l’obiettivo di scuotere dalle fondamenta il partito di Erdogan, colpendo alcuni dei principali esponenti e instillando nell’elettorato turco più di un dubbio circa i suoi presunti legami con il crimine organizzato e i gruppi terroristi come al-Nusra. Come dimostrato dai recenti sondaggi, l’AKP è in netto calo nei sondaggi, sempre più ancorato all’alleanza di governo con il MHP di Bahçeli. Per questa ragione le tempistiche con cui sono stati rilasciati i video risultano quanto mai provvidenziali per far calare ulteriormente i consensi del partito di governo.

C’è tuttavia un’altra chiave interpretativa da prendere in considerazione: fino ad oggi Peker ha fatto attenzione a non attaccare direttamente la figura del Presidente turco, dipingendolo piuttosto come un leader che negli anni si è fidato delle persone sbagliate. L’immagine descritta da Peker nei suoi video è quella di un partito di governo spaccato in molteplici correnti, ognuna in lotta per il potere e per assicurarsi la tanto agognata successione nella Turchia post-erdoganiana. È proprio il Presidente turco ad essere al centro di questa lotta di potere, sempre più indebolito e dipendente dal suo alleato di governo, Devlet Bahçeli, e da importanti membri dell’AKP come Soylu e Albayrak. Proprio sulla presunta faida fra questi due politici si sofferma il boss turco in uno dei suoi video, affermando di aver lavorato nel 2020 per conto di Soylu con l’obiettivo di screditare l’ex Ministro dell’Energia e delle Finanze, nonché genero del Presidente, reo di aver acquisito troppo potere. Proprio nel novembre dello scorso anno Albayrak rassegnò le sue dimissioni in circostanze poco chiare, in quello che apparentemente sembrò un rimpasto di governo, ma che secondo Peker fu un vero e proprio regolamento di conti interno fra due correnti ben distinte all’interno dell’AKP: i cosiddetti “Pelikanisti”, guidati dalla ricca e influente famiglia Albayrak, e i sostenitori dell’attuale Ministro dell’Interno, definiti come “Soylucular”. Sempre secondo le esternazioni del boss turco, questa faida si protrarrebbe da anni, fin dal 2016, quando Albayrak costrinse prima il Presidente a cacciare l’ex PM Ahmet Davutoğlu dal partito e poi lo stesso Soylu, le cui dimissioni furono tuttavia revocate da Erdogan. Secondo questa lettura, la tempistica dei video di Peker sarebbe strumentale per screditare pubblicamente l’attuale Ministro degli Interni, ritenuto dal boss come una figura estremamente ambiziosa, intento a divenire il nuovo Presidente attraverso un complesso gioco di trame politiche.Quali che siano le reali ragioni dietro alle azioni di Peker è certo che abbiano il potenziale per danneggiare ulteriormente la tenuta del governo. Inoltre, nonostante il boss non abbia attaccato direttamente il Presidente Erdogan, ha promesso comunque di rilasciare ulteriori video dopo l’incontro di quest’ultimo con Biden, in programma il prossimo 14 giugno, nei quali ha già annunciato che approfondirà i suoi legami passati con il leader dell’AKP. Ad oggi un turco su tre sembra aver visto almeno uno dei suoi video e l’opposizione sembra essere già partita al contrattacco chiedendo immediatamente indagini accurate per provare le accuse del boss in esilio. Difficilmente le accuse di Peker saranno dimostrabili, ma se anche un quarto delle informazioni rilasciate si rivelasse veritiero, allora avrebbero il potenziale per innescare una gravissima crisi all’interno del partito. I prossimi mesi potrebbero fornire già una prima indicazione circa un ulteriore calo di consensi dell’AKP, già ai minimi storici a causa della grave crisi economica che affligge il paese.

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