0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

#USA2024Il boom della manifattura, l’arma di Joe Biden per...

Il boom della manifattura, l’arma di Joe Biden per vincere le elezioni

-

Il declino della manifattura statunitense ha rappresentato uno degli argomenti più importanti nelle campagne presidenziali degli ultimi anni. Per la prima volta da diversi anni, il settore manifatturiero statunitense sta vivendo un forte periodo di crescita, il quale potrebbe rappresentare una delle principali armi del presidente Joe Biden nell’ottica della sua rielezione.

La storia 

Il settore manifatturiero ha tradizionalmente giocato un ruolo estremamente rilevante nello sviluppo economico degli Stati Uniti, risultando fondamentale in alcuni dei principali eventi storici che hanno coinvolto il Paese. Le sue radici affondano nella seconda metà del ‘700; è in particolare nel 1780 che Oliver Evans sviluppa il primo processo interamente automatizzato mediante un motore a vapore, gettando le basi dell’automazione. Il 1790 vede l’istituzione da parte del presidente George Washington del primo sistema di brevetti statunitense, il cui primo beneficiario risulta essere Samuel Hopkins, inventore di Philadelphia. Nello stesso periodo l’industriale Eli Whitney, chiamato a produrre un ingente numero di moschetti per l’esercito americano, impiegò con successo la tecnica delle “parti intercambiabili”, gettando le basi della futura catena di montaggio. Le successive invenzioni della locomotiva a vapore e della lampadina contribuiranno rispettivamente a rendere nettamente più rapidi i trasporti e a consentire ai lavoratori di lavorare più a lungo e con maggiore precisione.

Un ulteriore punto di svolta nella storia del settore manifatturiero statunitense è rappresentato dalla Guerra di Secessione. Il conflitto vede infatti opporsi le più esperte forze armate della Confederazione al meno preparato esercito dell’Unione. Tuttavia, sarà proprio grazie al suo immane settore manifatturiero che il nord riuscirà a formare una forza militare atta a sbaragliare le unità sudiste. Gli anni successivi vedranno la nascita del sistema della catena di montaggio ideato da Henry Ford. Gli interventi statunitensi durante le due guerre mondiali vedranno ancora una volta la manifattura americana svolgere un ruolo cruciale nel determinare il successo di Washington e dei suoi alleati in entrambi i conflitti. Nello stesso periodo gli scioperi e le lotte sindacali rendono la classe lavoratrice una delle più influenti negli Stati Uniti. L’enorme pressione dei lavoratori determinerà l’approvazione del Fair Labor Standard Act nel 1938.

Il declino

Sebbene il secondo dopoguerra vedrà il picco dell’occupazione in tale settore, è proprio in questo periodo che vengono gettate le basi del successivo declino della manifattura. Già negli anni Cinquanta il Midwest, tradizionalmente l’area caratterizzata dalla maggiore concentrazione della manifattura, inizia il suo lungo declino dovuto all’assenza di concorrenza, la quale determina a sua volta una forte mancanza di innovazione. Inizialmente al declino del Midwest non corrisponde un declino generale del settore manifatturiero nel Paese, il quale anzi vede un picco dell’occupazione nel 1979. Tuttavia, nello stesso periodo si afferma uno degli elementi che avrebbe successivamente contribuito in maniera decisiva al crollo della manifattura statunitense, la concorrenza straniera. Già verso la fine degli anni Sessanta il Presidente Richard Nixon fece della risoluzione delle dispute commerciali con il Giappone, avente un forte surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti, una delle priorità della sua politica estera nell’Asia Orientale.

L’affermazione a partire dagli anni Settanta di un nuovo modello di divisione internazionale del lavoro segnato nell’ambito della globalizzazione determina un progressivo spostamento della produzione di beni industriali in Paesi caratterizzati da abbondanza di manodopera a basso costo, quali la Cina e i Paesi del Sud-est asiatico, sancendo l’insorgere di una forte pressione per il settore manifatturiero statunitense. Il periodo che va dalla fine degli anni Settanta alla fine degli anni Novanta vede da un lato una sostanziale stabilità nell’ammontare dei posti di lavoro nella manifattura, dall’altro un crescente impegno statunitense nel tutelare la propria industria dalla concorrenza straniera. A dispetto del suo forte sostegno al libero commercio, sarà proprio il presidente Reagan a ottenere dal Giappone una limitazione del proprio export di automobili negli Stati Uniti, nonché a siglare i cosiddetti Accordi del Plaza, i quali determinano una forte svalutazione del dollaro, favorendo la competitività delle esportazioni industriali americane. 

Gli anni Duemila vedono un forte crollo dell’occupazione nel settore manifatturiero americano. A determinare tale processo è risultata l’intersezione di due elementi: la concorrenza derivante dalla globalizzazione e l’automazione, le quali hanno comportato rispettivamente una forte delocalizzazione delle imprese statunitensi in nazioni aventi manodopera a basso costo e la diminuzione del numero dei lavoratori necessari per mandare avanti un’impresa. In questo periodo storico la principale legislazione in materia manifatturiera è risultato essere l’Enterprise Integration Act of 2002, il quale ha favorito la connessione tecnologica in ambito d’impresa, ma si è rivelato del tutto inadeguato ad invertire il preoccupante trend. Il crollo della manifattura statunitense ha determinato uno spopolamento negli Stati del Midwest, i quali in virtù dell’elevato numero di fabbriche chiuse sono divenuti noti come Rust Belt, la cintura della ruggine. 

I tentativi di rinascita 

Il declino manifatturiero statunitense ha determinato due rilevanti conseguenze, una di natura “geopolitica” e una di natura politica. Sotto il primo aspetto, gli Stati Uniti hanno sviluppato un forte deficit commerciale, incrementando notevolmente il proprio grado di dipendenza dalle nazioni del Terzo Mondo, vedendo contestualmente un drastico calo della propria quota di produzione di semiconduttori sul totale globale. Ciò ha incrementato notevolmente il grado di dipendenza dell’economia americana nei confronti di attori terzi. Particolarmente preoccupante è risultata la scarsa produzione di e semiconduttori, in un momento storico nel quale questi ultimi risultano presenti in molti oggetti di uso quotidiano. In relazione al secondo aspetto, la de-industrializzazione ha determinato la formazione di un possente bacino elettorale caratterizzato da un forte risentimento nei confronti della globalizzazione, nonché da un’elevata concentrazione geografica. 

In virtù di ciò, la rivitalizzazione dell’industria manifatturiera è divenuta una delle principali priorità perseguite da parte dei vari candidati alla Presidenza. L’Amministrazione Obama ha cercato di invertire il preoccupante trend mediante una ricetta composta da deduzioni fiscali per le imprese, ottenendo tuttavia risultati piuttosto deludenti. In seguito, il candidato repubblicano Donald Trump ha fatto della rinascita del settore manifatturiero americano una delle principali promesse nell’ambito della propria campagna elettorale. Gli Stati del Midwest affetti dalla de-industrializzazione sono risultati assolutamente decisivi per la vittoria del Tycoon, indicando l’enorme importanza politica di tali aree. 

La politica industriale del presidente Trump si è concretizzata mediante due azioni principali: l’impiego di dazi doganali come strumento di pressione e l’avvio di un massiccio piano di investimenti nelle infrastrutture. In relazione al primo aspetto, i dazi sono stati diretti in particolare nei confronti delle nazioni che hanno maggiormente beneficiato del processo di delocalizzazione delle imprese statunitensi, in particolare Cina e Messico, nonché di altri attori accusati di adottare pratiche commerciali scorrette, quali l’Unione europea. La lunga guerra commerciale condotta dal Tycoon ha certamente contribuito alla riforma del NAFTA, sostituito dal più moderno USMCA; tuttavia, ha anch’essa fallito nel generare un’effettiva rinascita del settore manifatturiero. Con riferimento alle infrastrutture, i tentativi del Tycoon di approvare un massiccio piano di investimento nel settore sono completamente falliti.

La nuova rinascita

L’ascesa di Joe Biden alla Presidenza degli Stati Uniti ha determinato un significativo cambiamento sul fronte manifatturiero. Il Presidente si è infatti rivelato in grado di favorire un effettivo dialogo tra i due partiti in un clima di forte polarizzazione. Ciò ha consentito di riavviare i negoziati relativi all’adozione di due leggi su due fronti decisivi: le infrastrutture e i semiconduttori. Nel 2021 il Congresso ha approvato l’Infrastructure Investment and Jobs Act, prima rilevante legislazione bipartisan sul fronte delle infrastrutture, al quale si sono aggiunti l’anno successivo il Chips and Science Act, meglio noto come CHIPS ACT e l’Inflaction Reduction Act. La combinazione delle tre leggi ha messo a disposizione degli investitori risorse estremamente rilevanti costituite da incentivi e spese federali dirette, che hanno contributo ad una forte crescita degli investimenti nel settore manifatturiero. In particolare, i comparti che hanno maggiormente beneficiato dei suddetti provvedimenti sono l’elettronica e i computer. 

A dispetto della forte crescita degli investimenti nella manifattura, i benefici politici di Biden potrebbero in realtà risultare piuttosto limitati. Gli Stati nei quali si sono maggiormente concentrati gli investimenti sono infatti risultati essere Stati repubblicani, viceversa, gli swing states del Midwest quali Pennsylvania, Wisconsin e Michigan, hanno visto una crescita dell’occupazione manifatturiera nettamente più bassa rispetto alle controparti “rosse”. In secondo luogo, la crescita è stata riferita agli investimenti e non ancora ai posti di lavoro, in quanto molti dei progetti finanziati non sono stati ancora ultimati, ergo non hanno ancora avuto un forte impatto sull’occupazione.

L’inversione del trend della de-industrializzazione ha rappresentato una delle principali materie di discussione nel dibattito pubblico americano a partire dalla fine degli anni Duemila. Diversi Presidenti hanno proposto alcune ricette per risolvere tale problematica, producendo però risultati piuttosto deludenti. Il presidente Joe Biden è stato in grado di riuscire laddove i predecessori avevano fallito, tuttavia, il ritorno politico del suo successo potrebbe non bastare a garantirgli un secondo mandato. L’effettivo impatto del recente boom degli investimenti sulla manifattura deriverà dalla capacità di Biden di “vendere” correttamente tale successo all’elettorato, presentandolo come la prima parte di un processo che potrebbe andare avanti solo in caso di un suo secondo mandato.

Articoli Correlati

Il futuro della Bidenomics: cosa si evince dal budget federale per l’anno fiscale 2025 e perché può essere letto in chiave elettorale

Lo scorso marzo, a distanza di qualche giorno dallo “State of Union Address", Joe Biden ha presentato il budget...

Il ruolo della Corte Penale Internazionale nella crisi di Gaza

I fondamenti giuridici della richiesta dei mandati di arresto del Procuratore della Corte penale internazionale L’iniziativa davanti alla Corte penale...

Il caso Assange: le accuse e il futuro della sentenza

Il 20 maggio l’Alta Corte londinese deciderà il destino di Julian Assange, giornalista australiano che ha fornito all’opinione pubblica...

Le relazioni Stati Uniti – India alla prova del porto di Chabahar

Il 13 maggio scorso Iran e India hanno concluso un accordo per lo sviluppo del porto iraniano di Chabahar....