Il Belgio: quel Paese ancora senza governo

Nessuno se ne accorge ma il Belgio dal 18 dicembre 2018 è senza un esecutivo nel pieno delle sue funzioni, e nel frattempo è stata nominata la prima donna a capo di un esecutivo nella storia del paese.

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È passato ormai un anno dal quel piovoso 18 dicembre quando il premier Charles Michel, non avendo più la maggioranza in Parlamento, sale al Palazzo Reale per rassegnare le dimissioni del suo governo.

Le dimissioni di Michel arrivano dopo la decisione dell’N-VA (Nuova Alleanza Fiamminga), partito nazionalista fiammingo d’estrema destra, guidato da Bart De Wever, di lasciare la maggioranza “svedese” a causa della decisione del premier di ratificare il Global Compact, il patto dell’ONU sulla migrazione.

La Coalizione “svedese” ha raggruppato per 4 anni in Belgio (2014-2018) i partiti liberali (Movimento Riformista e l’omologo fiammingo, Open VLD, che hanno il colore blu), il partito nazionalista fiammingo (N-VA, giallo) e il partito cristiano fiammingo (CD&V, richiamato dalla croce), da cui deriva il riferimento alla bandiera svedese.

Tuttavia, diverse ipotesi sono circolate da allora. Bart De Wever credeva davvero che il Patto di Marrakech avrebbe vietato ai nazionalisti fiamminghi di attuare una rigorosa politica migratoria? Credeva piuttosto che fosse giunto il momento di “piantare” il governo Michel per radicalizzare l’N-VA in vista delle elezioni legislative del 2019? O ha creato una crisi politica dal nulla per nascondere il segretario di Stato Theo Francken (del N-VA) coinvolto nello “Scandalo Sudan” in cui era accusato di aver permesso a una commissione governativa sudanese di scegliere quali cittadini rimpatriare, aiutando così un governo dittatoriale a perseguire i propri oppositori politici? A tutte queste domande che l’opinione pubblica belga si è fatta non c’è una risposta.

Dopo un anno, c’è una donna alla guida del Belgio…ma a tempo

Un anno dopo, un governo che svolge solo gli affari correnti tiene ancora gli ordini del Belgio. A guidare questo esecutivo “a tempo” c’è Sophie Wilmès, la prima donna premier del Belgio.

Bruxellese, 44 anni, Sophie WIlmés ha respirato l’aria degli ambienti istituzionali sin da piccola: figlia di Philippe Wilmés, sottosegretario di Stato aggiunto all’economia vallona, poi presidente della Società nazionale di investimenti prima di diventare Reggente della Banca nazionale del Belgio, nonché professore di economia nella prestigiosa Università di Lovanio. Anche la madre della premier ha lavorato in diversi gabinetti governativi. Come la stessa Sophie Wilmés ha spiegato durante l’estate alla Libre Belgique, i suoi genitori “parlavano sempre di politica” a casa, ma non era questa la strada che lei voleva intraprendere inizialmente.

Diplomata in comunicazione e gestione finanziaria, entra in politica per le comunali del 2000, a Uccle (sobborgo di Bruxelles), mentre lavorava ancora per la Commissione, nella gestione finanziaria dei programmi di cooperazione con l’Asia. Considerata una vicina a Charles Michel, diventa parlamentare nel 2014 e poi ministro un anno dopo, con sorpresa generale, alla funzione pubblica.

La Wilmés ha solo una piccola minoranza nella Camera (38 seggi su 150) e ha visto la maggior parte dei suoi cadetti lasciare la nave. Nel meccanismo istituzionale del Regno del Belgio, l’assenza di un governo federale a pieno regime è compensata dalle regioni che hanno ricevuto competenze sempre più importanti nel corso delle riforme dello Stato – anche se la Difesa, gli Affari esteri, le politiche sulla migrazione o la Sicurezza Nazionale restano in capo all’Esecutivo di Bruxelles.

Il Parlamento funziona con maggioranze alternative che si sviluppano e si sciolgono in funzione dei dossier. Ma il prossimo bilancio annuale non può essere votato nonostante un deficit di 11 miliardi di euro che allarma la Commissione europea. Il Belgio, già in questo 2019, per la mancata approvazione della legge di bilancio a seguito delle dimissioni del governo, come ci spiega Caroline Sägesser, ricercatrice di Crisp, il Centro di ricerca e informazione sociopolitica: “Abbiamo lavorato in esercizio provvisorio per un anno, il che significa che possiamo spendere ogni mese solo il dodicesimo di quello che abbiamo speso l’anno precedente”. Ciò impedisce pertanto qualsiasi decisione che possa ridurre il deficit di bilancio, come l’Europa continua a chiedere.

L’indignazione dei belgi non sembra accelerare la formazione del governo

L’apparente assenza di caos sembra persuadere i politici a non avere fretta di formare un nuovo governo. “È come se il record di 541 giorni stabilito nel 2011 dai negoziatori del futuro governo Di Rupo avesse spinto molto oltre i limiti. Un anno senza governo sarebbe quindi perfettamente accettabile”, giudica l’analista. Nel 2011, questa assenza di governo non ha impedito l’invio di soldati nella guerra civile in Libia, e quest’anno il Belgio è riuscito a nominare il proprio commissario europeo (Didier Reynders, commissario europeo alla giustizia).

Nelle menti del popolo belga, tuttavia, il danno c’è. Secondo un sondaggio RTL INFO/IPSOS/Le Soir, l’80% dei belgi ritiene che un anno senza governo “sia vergognoso”. Se i francofoni si mostrano abbastanza pazienti, i fiamminghi si dicono a favore di un ritorno alle urne in mancanza di un compromesso entro sei mesi.

Non ci siamo ancora. Per il momento, il Sovrano ha nominato un duo di informatori reali, formato dal Georges-Louis Bouchez e Joachim Coens, presidenti rispettivamente del “Movimento Riformista” (dell’ex premier Michel) e dei Cristiano-Democratici Fiamminghi, chiamati a sondare il terreno delle possibili alleanze per la formazione di un nuovo governo. Questo duo non è il primo ad essere chiamato a svolgere questo compito, in precedenza ci avevano provato altri 5 “esploratori”, ma i risultati sono sempre stati negativi.

Non sorprende che una coalizione «arcobaleno» (che unirebbe praticamente tutto l’arco parlamentare senza la N-VA) sia vista di buon occhio in Vallonia, mentre nelle Fiandre no. Per contro, una coalizione “bourguignonne” raccoglie i favori dei fiamminghi, ma è detestata dai francofoni. Questo tipo di alleanza, chiamata anche coalizione di Anversa, evoca l’associazione dei nazionalisti fiamminghi ai socialisti e assieme i liberali. Il termine è stato utilizzato per la prima volta nelle trattative tra la N-VA, la Open VLD ed i socialisti fiamminghi per la formazione della maggioranza nella città di Anversa, in seguito alle elezioni comunali del 2018.

Le prospettive per il futuro? Elezioni anticipate nel 2020?

Nel 2011, la crisi economica e il vento di secessione fiamminga aveva accelerato l’iter di formazione del governo, ma secondo Jean-Marie Delwart, scienziato e importante uomo d’affari belga, non è più così. In passato, i belgi erano scesi in piazza per reclamare un governo e dire tutto il loro attaccamento all’unità del paese. Questa volta, niente di tutto questo. È come se i belgi fossero profondamente stanchi. “All’epoca delle proteste si temeva che il paese potesse scomparire. Tutti erano d’accordo che la situazione era catastrofica. Oggi non è più la stessa cosa. Si dice che troveranno qualcosa, come hanno fatto ogni volta”, spiega Jean-Marie Delwart.

Le elezioni del 26 maggio scorso hanno complicato le cose. Gli elettori hanno punito i grandi partiti, a favore degli estremi –a nord con la destra di Vlaams Belang ed i comunisti del PTB a sud. Ne risulta un panorama politico frammentato in cui ci si conta più che mai per formare una coalizione. Le altre opzioni sono un governo di esperti o la convocazione di elezioni anticipate, che appare l’opzione più probabile. Ma resta il fatto che per indire tali elezioni è necessario che il Parlamento si auto-dissolva a maggioranza, cosa che i parlamentari non gradirebbero facilmente. Dunque, il Belgio è al termine della sua logica di funzionamento? A questo punto, nessuno osa dirlo, ma nessuno sa dove sta andando questo Paese.