Il 2020 geopolitico di Cina e Indo-Pacifico

Nella complessità di questo 2020 la regione Indo-Pacifica ha visto grandi cambiamenti e nuovi conflitti, a dimostrazione che il coronavirus non ha bloccato la competizione tra le Grandi Potenze. Il Giappone, dopo otto anni di leadership di Shinzo Abe, ha visto il Primo Ministro ritirarsi per motivi di salute, lasciando la guida del paese a Yoshihide Suga. La Corea del Nord è tornata a dare dimostrazione del proprio arsenale nucleare, con il nuovo Hwasong-16 che ha sfilato a Pyongyang in occasione della tradizionale parata militare per l’anniversario della fondazione del Partito dei Lavoratori Coreano. Nel corso dell’estate sono esplose nuovamente le tensioni tra Cina e India dovute alle tradizionali dispute territoriali tra i due giganti asiatici. Non sono mancate però le iniziative di cooperazione con la firma della Regional Comprehensive Economic Partnership nell’ambito dell’ASEAN che ha portata alla creazione della più grande area di libero scambio al mondo. La Cina, grande protagonista, nel bene e nel male, di questo 2020, ha visto accentuarsi la pressione internazionale attorno a sé, avviando però nuove iniziative di sviluppo economico con il nuovo piano quinquennale approvato dal Quinto Plenum del Partito Comunista Cinese.

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L’articolo è stato curato da Maria Sorrentino, Elisa Ugolini e Alessandro Vesprini che partecipano alle attività dell’Area “Cina e Indo-Pacifico” del Centro Studi.

Il Paese del Sol Levante dopo Shinzo Abe

Il 28 agosto 2020 il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe rassegnava le proprie dimissioni per motivi di salute. Sebbene non sia la prima volta che accade ciò, ciò ha spinto ad interrogarsi su quali siano le prospettive di un Paese sotto la guida del nuovo premier Yoshihide Suga, già portavoce del precedente governo.

Proveniente da un retroterra familiare completamente diverso dal predecessore, il nuovo Primo Ministro è stato nominato durante la pandemia del COVID-19; a complicare la posizione del neoeletto, sono lo spettro delle elezioni del 2021, successive alle Olimpiadi di Tokyo 2020, posticipate a causa della crisi sanitaria. Inoltre, sarà necessario confrontarsi eventualmente con i risultati controversi dell’Abenomics, il pacchetto di politiche economiche che prende il nome dal predecessore di Suga.

Il lascito di Abe in campo internazionale, invece, è ben più complicato da ereditare: la promozione della sua visione di un Free and Open Indo-Pacific (FOIP) ha contribuito alla rivitalizzazione del Quadrilateral Security Dialogue (Quad); a seguito del ritiro degli USA dal TPP, Abe ha assunto la leadership della negoziazione del CPTTP, un accordo di libero scambio sulla scia del precedente che ha lo scopo di sostituirlo. Analisti giapponesi ritengono che uguagliare le capacità diplomatiche di Abe costituirà la sfida più ardua che il neoeletto Primo Ministro Suga si troverà ad affrontare nel 2021.

Sebbene le dimissioni di Shinzo Abe non abbiano comportato un mutato atteggiamento da parte della potenza nipponica, si dovrà aspettare le elezioni del 2021, o un segnale di cambiamento da parte di Yoshihide Suga, prima di poter affermare con certezza che l’era Abe sia finita. Il Giappone post-Abe si trova a fare i conti con delle sfide sia al livello interno che su quello internazionale: l’amministrazione Suga attualmente si prefigura come la naturale continuazione della precedente, sia per quanto riguarda la politica interna, che le relazioni con gli altri Stati, in particolare quelli del Pacifico.

L’area di libero scambio più grande del pianeta, targata ASEAN

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La Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) è stata firmata a novembre durante un summit dell’Association of South-East Asian Nations (ASEAN): quest’accordo prevede la costituzione di un’area di libero scambio tra l’ASEAN e i paesi che ne avevano una attualmente in vigore con quest’ultima, tranne l’India, ritiratasi dalle trattative nel 2019.

Della RCEP fanno parte, quindi, anche l’Australia e la Cina, imbarcanti in una guerra commerciale paragonabile a quella che quest’ultima ha con gli Stati Uniti. A differenza di questi, tra Canberra e Pechino, tuttavia, sussiste la volontà di appartenere alla stessa regione commerciale (di cui la RCEP è l’esempio più recente); tuttavia, le relazioni diplomatiche hanno seguito un andamento inversamente proporzionale rispetto agli interessi economici. Gli effetti delle ritorsioni tra i due Paesi sono stati diversi nel tempo e diversificati nei settori: da quello alimentare a quello energetico, da quello tecnologico a quello dell’educazione. Da una parte, il paese oceanico auspica che l’appartenenza alla RCEP della Cina si traduca in una moderazione dello scontro grazie a regole comuni, come ci dice Giuseppe Gabusi nella sua recente intervista a Geopolitica.info.

Certo è che il partenariato in questione rappresenta la volontà delle medie potenze della regione di affermare alla Cina che non hanno alcun desiderio di dover scegliere tra lealtà politica e interessi economici. In un contesto del genere, il fatto che sia stata l’ASEAN a determinare la firma dell’accordo significa sostanzialmente due cose: primo, che l’area di libero scambio così concepita non ha lo scopo di creare un’integrazione profonda tra le economie dell’Indo-Pacifico, semmai quello di armonizzare le regole di origine; secondo, che allo stato attuale delle cose è proprio l’ASEAN il vincitore geopolitico della firma, nonostante non sia detto che future controversie tra i Paesi della RCEP non possano far emergere altri attori protagonisti, magari più grandi, come la Cina.

La strada nord-coreana verso un deterrente nucleare nel 2020 si arricchisce di una nuova tappa

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Il 2020 ha rappresentato una tappa fondamentale per la costruzione di un arsenale nucleare nord-coreano, che è attualmente limitato ma funzionante. La parata del 10 ottobre 2020 per il 75° anniversario della fondazione del Partito dei Lavoratori Coreano (PLC) si è difatti trasformata in una vetrina internazionale per le nuove capacità militari di Pyongyang, tra cui nuovi missili guidati anti-carro, nuovi radar, veicoli corazzati e un probabile nuovo missile balistico lanciato da sottomarino (SLBM, il Pukguksong 4).

Rispettando la oramai consolidata tradizione che vuole l’anniversario del PLC come un appuntamento cruciale per mostrare i nuovi vettori sviluppati, il 2020 ha visto anche un missile intercontinentale inedito sfilare lungo Piazza Kim Il-sung a Pyongyang; gli analisti ne stanno già parlando come Hwasong-16. Con i precedenti ICBM, il nuovo vettore condivide il sistema di propulsione liquida, la configurazione a due stadi e il sistema di lancio mobile da Transporter erector launcher. Quali sono però le novità e caratteristiche? Le dimensioni del missile sono notevoli. Sulla base di misurazioni OSINT, ovviamente non dati ufficiali condivisi, il missile avrebbe un diametro di circa 2 metri, e una lunghezza di circa 19,9-20 metri.  Ancora più preoccupante, il missile potrebbe essere in grado di ospitare un maggior numero di testate. Il secondo stadio del vettore potrebbe quindi essere un MRV (improbabile un MIRV), e contenere testate nucleari su veicoli a rientro non indipendente.

L’ICBM non è, però, l’unico elemento degno d’interesse. Il SLBM Pukguksong 4, infatti, mostra un design più largo e più lungo dei predecessori. Se il Pukguksong 3 misurava 1,4-1,5 metri di diametro e 7,8-8,3 di lunghezza con un raggio stimato attorno ai 1,900 km a partire dal test dell’ottobre 2019, il modello 4 invece sembra misurare quasi 10 metri e avere un diametro di 2,15 metri. Questo lo rende il vettore a propulsione solida più grande in dotazione ai nord-coreani.

Scontro fra giganti lungo il confine conteso

Tra gli avvenimenti più importanti del 2020 rientra lo “scontro” ancora in corso tra i due giganti asiatici, i due paesi più popolosi al mondo, che da decenni si contendono il primato in Asia, e che dopo anni di relazioni pacifiche, hanno riacceso le contese lungo il confine lo scorso giugno. L’evento spartiacque si è svolto precisamente nella notte tra il 15 e il 16, quando dopo numerosi giorni di scaramucce, si è arrivati ad uno scontro diretto tra i militari. Se le dinamiche sono state poco chiare in quanto entrambi i paesi si sono accusati reciprocamente, è evidente ad oggi che quello che sembrava un singolo episodio si sta trasformando in qualcosa di più grande.

L’incidente avvenuto nella valle di Galwan ha sicuramente riportato al centro del dibattito uno dei principali problemi irrisolti tra i due paesi. Nonostante sia stata stabilita una linea di controllo Lac (Line of Actual Control), Cina e India continuano a scontrarsi lungo un confine di 3500km che si snoda fra le alture dell’Himalaya e che presenta diverse aree contese. Non a caso, infatti, lo scontro è avvenuto proprio in una porzione della regione dell’Aksai Chin, cioè il Ladakh controllato dai cinesi ma tuttora rivendicato da Delhi.

Inoltre, bisogna notare che se dopo l’incidente la decisione generale confermata dalle autorità dei due paesi è stata per il mantenimento della pace, è pur vero che questo proposito si scontra con l’atteggiamento che il governo indiano continua a mantenere. All’indomani dell’episodio, oltre al diffondersi di un sentimento anticinese tra la popolazione, è iniziato il blocco da parte del Ministero dell’Elettronica e dell’Informatica di un gran numero tra le migliori app cinesi. Ma il blocco delle app, che tutt’oggi è mantenuto, è solo una parte del nuovo atteggiamento indiano nei confronti della Cina, dietro il quale probabilmente si cela l’inizio di un disallineamento economico di cui si iniziava a parlare già da giugno e di cui potremo avere certezza solamente osservando gli sviluppi futuri.

Il Quinto Plenum: la risposta del dragone all’emergenza sanitaria

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Il 2020 è stato un anno estremamente complesso, la politica internazionale è stata notevolmente scossa e influenzata dalla pandemia da Covid-19. La Repubblica Popolare Cinese, paese origine e che quindi per primo si è trovato ad affrontare la crisi sanitaria, ha messo in campo diverse strategie per contrastare l’emergenza e le relative ricadute sul sistema economico nazionale.

Il virus si ha, infatti, costituito inizialmente una battuta di arresto dell’internazionalizzazione politica, culturale ed economica della Repubblica Popolare poiché ha esposto il paese alle critiche e alla disapprovazione dei leader internazionali che hanno attaccato il governo di Pechino, colpevole di una gestione fallace dell’epidemia.

Tra il 26 e il 29 ottobre scorso si è tenuto il Quinto Plenum del PCC, che ha avuto come obiettivi principali quelli di formulare il quattordicesimo piano quinquennale di sviluppo economico e sociale per l’arco di tempo 2021-2025 ed elaborare gli obiettivi a lungo termine per il 2035. Nelle discussioni durante i quattro giorni di Plenum, è interessante notare che i delegati del Partito hanno riservato poco spazio all’emergenza pandemica e alle relative conseguenze economico-internazionali. Ciò non vuol dire che il Covid-19 non abbia pesato enormemente sulla riunione che avrebbe dovuto approvare obiettivi di crescita ambiziosi ma alla prova dei fatti oggi starebbe considerando di fissare la soglia del 5% come l’unica possibile dopo la brusca frenata economica dovuta al Covid-19.

Al contrario, due tematiche hanno avuto particolare rilevanza: quella che viene definita come “dual circulation strategy” (doppia circolazione) e l’autosufficienza tecnologica. La “dual circulation strategy” rappresenta il tema cruciale del quattordicesimo piano quinquennale (2021-2025), come abbozzato in occasione del Quinto Plenum. Per garantire pertanto lo sviluppo economico post-emergenza la Repubblica Popolare Cinese punterà molto sulla doppia circolazione, ovvero una strategia economica che riesca a bilanciare la circolazione economica interna con quella internazionale; ciò implica l’intenzione di puntare sullo sviluppo economico domestico a fianco di quello internazionale. Altro tema cruciale per il Quinto Plenum, pertanto, è la volontà del dragone di conseguire l’autosufficienza tecnologica, e pertanto concretizzare l’autonomia completa in tale settore. Infine, durante il Plenum è stata inoltre definita, seppur non dettagliatamente, la strategia a lungo termine per il 2035, ovvero l’intenzione di raggiungere quella che viene definita come “modernizzazione socialista”.