Il 2020 geopolitico dell’Unione Europea

Cos’è successo quest’anno in Europa oltre alla pandemia? Tra le questioni di cui si è occupata l’Unione europea nel 2020 ci sono stati le migrazioni, l’ambiente, il digitale, il terrorismo e Brexit.

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L’articolo è stato curato da Marta Fraccaro, Letizia Storchi e Edoardo Del Principe dell’area “Italia ed Europa” del Centro Studi.

Il discorso sullo Stato dell’Unione, il Patto sulle Migrazioni e l’Asilo e la double transition

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L’Agenda 2020 dell’Unione Europea è stata ricca e innovativa sul piano interno quanto in politica estera. Il Discorso sullo Stato dell’Unione, il Patto sulle Migrazioni e l’Asilo e la transizione verde e digitale possono essere considerati come gli eventi cardine di quest’anno.

Il Discorso sullo Stato dell’Unione, tenuto il 16 settembre dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen di fronte al Parlamento Europeo ha avuto come obiettivo suggerire nuove politiche da approfondire e risolvere alcune questioni pendenti. Il Discorso si è concentrato soprattutto sull’erogazione dei fondi SURE e sul Recovery Fund nell’ambito del programma NextGenerationEU per il sostegno economico agli Stati Membri colpiti dalla crisi del Covid-19. Questi fondi sono stati ampiamente dibattuti fin da maggio, giungendo ad un accordo tra Unione Europea e Stati Membri tra novembre e dicembre. Inoltre, la Presidente della Commissione Europea ha posto un’enfasi particolare in materia di ambiente e digitale promuovendo la cosiddetta “double transition”.

L’attuazione di una ‘doppia transizione’ è un impegno di grande interesse per la Commissione Europea. Nonostante il Green Deal Europeo sia stato annunciato nel dicembre, è di marzo la notizia dell’istituzione di un Diritto Climatico europeo e della prima consultazione pubblica per un ‘Patto Climatico Europeo’ con l’obiettivo di arrivare ad emissioni zero di gas serra entro il 2050. A dicembre invece, è stato approvato un finanziamento di 7,5 miliardi di euro per il programma ‘Digital Europe’ al fine di massimizzare la digitalizzazione delle imprese e della pubblica amministrazione europea.

Il 23 settembre è stato presentato dalla Commissione Europea il nuovo Patto per le Migrazioni e l’Asilo con l’obiettivo di riformare il sistema di Dublino e favorire un nuovo meccanismo di ripartizione dei migranti secondo il principio di solidarietà. Tale principio aiuterebbe gli Stati di primo arrivo (in particolare Italia, Grecia, Malta e Spagna) a ricollocare i migranti sbarcati lungo le loro coste con gli altri Paesi membri, attraverso un sistema ‘a quote’. Inoltre, il Patto promuove maggiori controlli alle frontiere e una procedura più rapida di identificazione delle persone, con l’eventualità di velocizzare il rimpatrio nel caso in cui non fossero rispettati i requisiti necessari per accedere alle procedure del diritto di asilo. Il patto proposto ha ricevuto numerose critiche sia dai rappresentanti degli Stati Membri. Il punto cruciale della questione rimane il principio di solidarietà: nel caso in cui uno stato non volesse farsi carico della ricollocazione dei migranti, potrebbe adempiere al proprio impegno tramite un contributo economico per il rimpatrio degli stessi.

L’Unione europea contro il terrorismo, dalle strade di Vienna e Parigi al Cyberspazio

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Nonostante la pandemia di Covid-19, quest’anno in Europa sono avvenuti dieci attentati di matrice jihadista. Questi episodi hanno avuto anche l’effetto di ravvivare il dibattito politico e pubblico sull’equilibrio tra sicurezza e libertà individuali. In ordine cronologico, ecco gli attentati che hanno maggiormente catalizzato l’attenzione mediatica:

2 febbraio: un ragazzo in custodia vigilata, armato di machete e con indosso un gilet esplosivo ferisce tre persone a Streatham, sud di Londra. L’episodio viene rivendicato dallo Stato Islamico che fa sapere come l’attentato sia di parte di un piano più articolato. Poche ore dopo un episodio simile avviene a Gand, in Belgio, dove una donna aggredisce due persone per strada con un coltello;

25 settembre: a Parigi un uomo di origine pakistana ferisce con un machete quattro passanti presso la vecchia sede di Charlie Hebdo;

16 ottobre: il docente Samuel Paty viene ucciso vicino la scuola Conflants-Sainte-Honorine per aver mostrato alcune vignette satiriche di Charlie Hebdo agli studenti della sua classe. A decapitarlo è un ragazzo 18enne di origine cecene, ucciso dalla polizia poco dopo aver commesso il crimine;

29 ottobre: un 21enne tunisino uccide tre persone gridando “Allah Akbar” presso la cattedrale di Notre Dame in Avenue Jean-Medicin, Nizza. L’uomo porta con sé un documento rilasciato dalla Croce Rossa italiana, e ricostruendo il suo percorso emerge come il giovane sia sbarcato a Lampedusa il 20 settembre di quest’anno;

2 novembre: a Vienna, un commando terroristico attacca in sei punti diversi della città, sparando numerosi colpi nei pressi di una sinagoga. Rimangono uccise quattro persone e ferite ventidue. Solo uno degli attentatori viene fermato dalla polizia viennese, i restanti attentatori sono ancora in fuga.

L’Ue contro il terrorismo nel 2020

L’Unione europea a seguito dell’attentato a Nizza ha adottato tramite il Consiglio una dichiarazione comune, esprimendo solidarietà al popolo francese ed esortando i leader di tutto il mondo ad aprirsi al dialogo e alla comprensione tra le comunità e le religioni. Oltre dichiarazioni di stampo politico, in queste ultime settimane sono state adottate una serie di conclusioni per contrastare nel concreto l’attività terroristica di matrice islamica, specialmente nel cyberspazio. Il 10 dicembre, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio su un progetto di regolamentazione relativo al contrasto di contenuti a stampo terroristico online in linea con la EUGS (European Global Strategy). Pochi giorni dopo l’accordo, il Consiglio ha adottato delle nuove conclusioni per rafforzare la sicurezza dell’Unione. In queste si sottolinea la necessità di un partenariato europeo tra le polizie degli Stati membri e di una proposta legislativa in materia di contenuti terroristici online. Gli Stati sono stati esortati ad intensificare i propri sforzi per una condivisione più rapida e affidabile di informazioni.

Brexit, at last?

Il 2020 ha visto protrarsi per tutta la sua durata le trattative relative a Brexit. Il 31 gennaio è stata la data in cui il Regno Unito ha ufficialmente smesso di fare parte dell’Unione Europea, inaugurando un periodo di transizione (con scadenza il 31 dicembre di quest’anno) necessario a chiarire alcune questioni irrisolte. I nodi si sono sciolti alla Vigilia di Natale, in extremis e quasi inaspettatamente, con l’annuncio del raggiungimento di un accordo da parte del Primo Ministro britannico Boris Johnson e della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Un semi-lieto fine per nulla scontato, considerati i numerosi giri di trattative inconcludenti che si sono susseguiti nel corso dell’anno. Tra i dossier più spinosi su cui le trattative si sono arenate a più riprese ci sono stati i diritti di pesca, le modalità di accesso al Mercato Unito per il Regno Unito ed il confine irlandese.

La pesca rappresenta una percentuale marginale dell’economia, ma la questione ha rivestito un’importanza considerevole a livello simbolico e di opinione pubblica, e il Regno Unito ha ottenuto la graduale riduzione dei pescherecci Ue in acque britanniche. Per quanto riguarda gli accordi commerciali, non solo si è cercata un’intesa per limitare il ridimensionamento delle relazioni economiche UK-Ue, inevitabile nonostante l’accordo della Vigilia abbia decretato l’accesso ai reciproci mercati senza alcun dazio. Le trattative hanno interessato infatti anche la questione irlandese, spinosa per il Regno Unito non solo nell’ambito delle relazioni con l’Unione, ma anche del dibattito interno e degli accordi con gli Stati Uniti. Questo sottolinea come quest’anno Londra, oltre al processo di Brexit in sé, abbia anche portato avanti la sfida parallela di stringere più accordi possibili con partner extra-europei per scongiurare l’isolamento economico e diplomatico. Bruxelles e Washington (nonché i cittadini irlandesi) hanno duramente opposto il ritorno di una frontiera fisica tra Éire e Ulster, opzione palesatasi con la proposta di legge avanzata da Boris Johnson a settembre ma scongiurata a dicembre con un accordo che sposta di fatto la frontiera del Mercato Unico nel mare tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna.

Non è chiaro quale delle due parti dell’accordo abbia ‘vinto’ e sia stata maggiormente accomodata, nonostante il premier britannico si sia mostrato spesso più ottimista ed entusiasta dei responsabili delle trattative per l’UE. L’ipotesi no-deal sembra scongiurata, nonostante le questioni ancora in sospeso e la necessità di approvazione dell’accordo da parte del Parlamento britannico, che dovrebbe avvenire appena un giorno prima della conclusione del periodo di transizione. Il 2020 sembra comunque condurre verso la conclusione (seppur parzialmente e con le incognite del caso) il processo iniziato nel 2016 e costellato fino all’ultimo di continui compromessi, richieste e ritrattazioni.