Il 2020 geopolitico della Russia e dello Spazio post-sovietico

Il 2020 è stato un anno di inaspettati avvenimenti per la Russia e lo Spazio post-sovietico, la stabilità che ha tradizionalmente contraddistinto l’area è stata profondamente scossa da alcuni avvenimenti che hanno segnato quest’ultimo anno.

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Il 2020 si è aperto con l’annuncio di un vasto programma di riforme costituzionali da parte del Presidente Russo Vladimir Putin, che hanno portato, dopo molti mesi all’approvazione di un emendamento che consentirebbe al leader del Cremlino di rimanere al potere fino al 2036. Ancora sul fronte politico interno, l’avvelenamento di Alexey Navalny, principale leader dell’opposizione russa, ha riacceso l’attenzione sulle ombre dietro il Cremlino e sui problemi interni all’élite che sostiene la presidenza. Lo Spazio post-sovietico è stato attraversato da bruschi violenti cambiamenti. In Bielorussia, dopo le elezioni presidenziali dello scorso agosto, sono esplose violente proteste nelle strade delle principali città dell’ex repubblica Sovietica contro i brogli elettorali e il regime di Alyaksandr Lukashenkache tuttora mettono in discussione la stabilità del governo di Minsk. Da ultimo, nel Caucaso Meridionale, Armenia e Azerbaijan sono tornati a scontrarsi per il controllo del Nagorno-Karabakh, in una guerra durata 55 giorni che ha visto una netta affermazione sul campo di Baku e il decisivo intervento russo per la stabilizzazione del conflitto.

L’articolo è stato curato da Marta Armigliato e Chiara Minora che collaborano con il Centro Studi nell’ambito dell’Area Russia e Spazio post-sovietico.

Continuità nel cambiamento: la riforma costituzionale in Russia

La riforma costituzionale fu annunciata il 15 gennaio 2020, durante il poslanie del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea Federale. Nel suo discorso, il presidente si dichiarava favorevole ad apporre delle modifiche alle leggi fondamentali russe. Fra queste spiccarono una proposta di potenziamento del parlamentorusso, che avrebbe introdotto un vago meccanismo fiduciario tra Duma e Governo poi ridimensionata nel corso dei mesi successivi, e una per aumentare la rilevanza del Consiglio di Sicurezza, fino a quel momento relativamente marginale nella politica russa. Successivamente, però, il 10 marzo, Valentina Tereshkova, la prima donna ad andare nello spazio, suggerì un ulteriore emendamento che “azzerasse” di fatto il computo dei mandati presidenziali già svolti Putin, in modo da consentirgli così una possibile ricandidatura nell’elezioni del 2024. Tutte le varianti al testo costituzionale proposte, compresa quest’ultima, vennero approvate all’unanimità dalla Duma.

Fissato per il 22 aprile, il referendum costituzionale, espressamente voluto dal Presidente russo ma non necessario in termini legali, venne poi rimandato a causa della vasta diffusione del Covid-19. La nuova data venne designata per il 1° luglio e i risultati non lasciarono dubbi: il 77,92% dei cittadini aveva votato a favore della riforma, con una affluenza del 65 % alle urne.

Mentre il Presidente ringraziava i propri cittadini per il loro supporto, i primi segni di insoddisfazione non tardarono ad arrivare: sia dall’opposizione interna, con Alexei Navalny che accusava di falsificazione dei risultati, che da un’Unione Europea che denunciava le irregolarità riscontrate sulle modalità del voto per il referendum. Referendum che da molti osservatori è stato considerato solo uno strumento per garantire la legittimità della permanenza al potere di Putin, soprattutto in un momento di difficoltà per il consenso verso il presidente, dovuto al rallentamento economico degli ultimi anni e ad una generale stanchezza verso la sua leadership.

Nel contesto delle riforme, poi, sorge naturale analizzare il loro andamento insolito. Nonostante in una prima fase Putin si fosse infatti diretto verso un potenziamento del parlamento, interpretato da molti come una sua volontà di ridimensionare il potere del nuovo Presidente, in vista di un ritiro dalla presidenza nel 2024, fra gennaio e marzo si è registrata una brusca sterzata nei propositi. Tale cambiamento è probabilmente da ricondursi alla reazione delle élite tecnocratiche che sostengono il Cremlino, che sono state profondamente destabilizzate dall’annuncio delle riforme.  

Nonostante l’opportunità di ricandidarsi alle elezioni del 2024, il Presidente sembra comunque tenere in considerazione “l’opzione Kazaka”. Grazie al potenziamento del Consiglio di Sicurezza, proposto già agli inizi di gennaio, infatti, rimarrebbe possibile un allontanamento di Putin dai riflettori, a favore di un controllo dalle retrovie della politica russa. In questa prospettiva, le riforme hanno concesso a Putin la possibilità di “temporeggiare” sulle sue scelte per il futuro, donandogli un arco temporale più consistente per gestire la successione.  Un modo per tenere sotto scacco quelle élite che già cominciavano ad essere colpite da una “forte emicrania”, cercando di capire chi avrebbe potuto sostituirsi a Putin e, di conseguenza, con chi avrebbero dovuto schierarsi nei prossimi anni.

Le proteste in Bielorussia

Il 9 agosto scorso, in Bielorussia, si sono tenute le elezioni presidenziali, i risultati delle quali hanno confermato la vittoria di Alyaksandr Lukashenka con l’80,23% dei voti, a fronte del 9.9% ottenuto dall’oppositrice Svetlana Tsikhanouskaya. Mentre l’esito del voto è stato considerato dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti come truccato, all’indomani dei conteggi Russia e Cina si congratulavano con Lukashenka per il successo. Già dalla sera del 9 agosto, però, nelle strade della capitale si riversavano a migliaia per protestare contro il regime, contestando i brogli elettorali. Due giorni dopo, una delle tre leaders dell’opposizione, Tsikhanouskaya, si rifugiava in Lituania, ancora non è chiaro se sotto la pressione delle autorità o per paura della propria incolumità. Nonostante l’escalation della violenza e della repressione, diventata plateale da fine ottobre, il popolo bielorusso ha continuato la sua mobilitazione pacifica. Con l’arrivo dell’inverno, assieme agli scioperi richiamati da Tsikhanouskaya, i protestanti hanno ripiegato su nuove forme di pressione economica: eseguendo transazioni in denaro e non ricorrendo ai propri conti bancari, in modo da non pagare le tasse statali, oppure registrando le proprie attività all’estero, provando a limitare gli introiti del regime. Importante da sottolineare come, sebbene quelle del 2020 non siano le prime proteste contro “l’ultimo dittatore d’Europa”, la compattezza del fronte dell’opposizione e la resilienza popolare siano un primato assoluto nella nazione.

Dal canto suo, anche se in esilio, Svetlana Tsikhanouskaya si è impegnata a incontrare i leader europei per chiedere il loro supporto, sottolineando più volte come la rivoluzione in atto sia una “lotta per la democrazia”, senza ripercussioni sul piano internazionale, ma riguardante solo la politica interna. In risposta, l’Europa ha applicato ben 3 round di sanzioni all’entourage del dittatore, arrivando a sanzionare Lukashenka stesso. Tuttavia, l’assenza di omogeneità negli interessi degli stati membri riguardo la questione ha contribuito a rendere poco incisivo, anche se non assente, l’intervento europeo.

Per molti analisti è chiaro come la Russia non sia affatto pronta a lasciare uscire Minsk dalla propria sfera d’influenza. Putin stesso ha descritto la Bielorussia come “lo stato più vicino a noi: etnicamente, linguisticamente, culturalmente e spiritualmente”. Tuttavia, nonostante la preoccupazione aggiuntiva di un possibile “contagio democratico”, il Cremlino non si mostra incline a voler intervenire personalmente nella questione. Unico risultato inammissibile sarebbe infatti la perdita di Minsk a favore dell’Occidente: che Lukashenka detenga o meno il potere, la Bielorussia dovrà rimanere alleata di Mosca.

Dal canto suo, Washington, inizialmente defilata a causa delle elezioni presidenziali, ha fatto intendere un futuro ritorno sulla scena. Il neopresidente eletto Joe Biden ha infatti espresso il proprio supporto per i movimenti democratici, condannando l’abuso di potere perpetrato da Lukashenka. La promessa è di nuove sanzioni a gennaio, dopo l’inaugurazione della presidenza, unita ad un supporto economico per la democrazia in Bielorussia.

Nonostante l’eventualità di un nuovo terreno di scontro con gli Stati Uniti preoccupi il Cremlino, e nonostante la difficoltà di fare previsioni riguardo all’evoluzione della situazione in Bielorussia, sembra comunque probabile che Mosca continuerà a cercare un modo per gestire la transizione politica di Minsk senza generare stratti nello Spazio post-sovietico.

L’avvelenamento di Aleksej Navalny

Il 20 agosto 2020, durante un volo da Tomsk a Mosca, il blogger e politico di opposizione Akeksej Navalny si è sentito male ed è stato ricoverato d’urgenza presso l’ospedale di Omsk (Siberia). Nonostante la richiesta da parte dei famigliari e dello staff di trasferirlo immediatamente in una clinica in Germania, i medici russi hanno temporeggiato, dichiarando che il paziente soffrisse di problemi legati al metabolismo che il trasferimento era sconsigliato. Al Charité Hospital di Berlino, dove Navalny è stato poi ricoverato, l’equipe medica tedesca ha affermato che la causa delle gravi condizioni del politico russo sarebbe stata l’agente nervino Novichok con cui egli sarebbe stato avvelenato in aeroporto. Le vigenti regolamentazioni imposte dall’ Opac, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, non prevedono il possesso e l’utilizzo di questi agenti. L’uso di tale sostanza rimanderebbe ai Servizi Segreti russi che in teoria potrebbero avere accesso a tale arma chimica. Tuttavia, dalle dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dimitri Peskov, non ci sono ragioni valide e sufficienti per accusare la Russia di aver preso parte all’avvelenamento. Inoltre, il Cremlino ha insistito anche sul fatto che nessuna sostanza era stata rilevata nell’ospedale di Omsk, e che quindi non ci sono le basi per aprire un’indagine penale a riguardo.

La comunità internazionale ed in particolare i vertici dell’Unione Europea hanno condannato quanto accaduto e il 17 settembre il Parlamento europeo ha approvato, una risoluzione che chiede l’avvio di un’indagine internazionale in proposito e l’inasprimento delle sanzioni esistenti contro la Russia. In risposta, il 22 dicembre il Cremlino ha convocato gli ambasciatori di Germania, Francia e Svezia a Mosca in relazione all’introduzione di sanzioni antirusse da parte dell’Unione Europea.

A fine dicembre, inoltre, Navalny, nel quadro dell’indagine privata che sa conducendo, avrebbe contattato telefonicamente il chimico militare Konstantin Kudrjavtsev, il quale avrebbe rivelato il coinvolgimento dell’FSB nell’avvelenamento dell’oppositore russo. Nonostante i recenti sviluppi, la vicenda rimane ancora controversa. In particolare, è necessario chiedersi che vantaggio potrebbe portare l’eliminazione di Navalny per il Cremlino, soprattutto in termini di immagine interna ed internazionale, vista la ormai consolidata figura del presidente con la riforma costituzionale.

Il conflitto in Nagorno Karabakh

Dopo più di trent’anni, nel 2020 si è riacceso il conflitto in Nagorno Karabakh. Già a luglio si erano verificati scontri sulla linea di confine: sintomo di una volontà di uscire dalla situazione di stallo attraverso una soluzione militare. L’uso di artiglieria pesante, ondate di nazionalismo che hanno caratterizzato l’opinione pubblica armena e azera e la dichiarazione di sostegno della Turchia all’Azerbaigian hanno spianato la strada per il conflitto scoppiato il 27 settembre.

Dopo aver imposto la legge marziale nei rispettivi territori, Armena e Azerbaigian si sono reciprocamente accusati di aver dato inizio agli scontri lungo la linea di confine del territorio del Nagorno Karabakh. Ha così avuto inizio la peggior escalation dalla guerra dei quattro giorni del 2016, coinvolgendo tutta la linea del fronte e impiegando mezzi pesanti, artiglieria e fanteria. La guerra ha visto la superiorità militare azera: Baku, grazie al sostegno turco è riuscito a riconquistare i territori persi della guerra del 1992-1994. Decisiva è stata la conquista azera della città di Shusha, seconda città per numero di abitanti della regione, situata a 15 km dalla capitale dell’Artsakh, Stepanakert, ultima roccaforte armena nella regione. Ciò ha spinto le parti in causa, grazie alla mediazione russa, alla firma di un accordo di pace il 9 novembre.

La pace è arrivata in tempo per evitare la completa disfatta dell’Armenia, da una parte, e dall’altra la totale conquista azera del Nagorno Karabakh, che avrebbe implicato trattare ufficiamene il suo status legale. Invece, il problema non si è posto, affidando le sorti degli armeni del Karabakh alle forze di peacekeeping russe. Infatti, l’accordo prevede la presenza di un contingete russo sul territorio per 5 anni, eventualmente estendibile ad altri 5; la Russia, che durante il conflitto si era limitata alla vendita di armi alle parti e alla mediazione di una tregua umanitaria il 10 ottobre, ha ribadito il suo ruolo di primo piano nel Caucaso. Inoltre, nonostante la Turchia abbia avuto una parte importante nel conflitto sostenendo Baku, sul piano diplomatico è stata estromessa dell’accordo, sottostando all’influenza russa nel futuro assetto regionale. Tuttavia, Ankara potrà beneficiare del nuovo collegamento economico tra la Repubblica autonoma di Nakhchivan e l’Azerbaijan, aperto grazie alla conquista del territorio occupato dall’esercito azero durante il conflitto.

Sul piano interno, l’accordo di pace non chiarisce il futuro degli sfollati e dei rifugiati ; si parla infatti di un ritorno nel territorio delle persone sfollate, ma senza specificare chi siano: non si menziona la sorte e la sicurezza delle persone etnicamente armene che intendono rimanere nei territori tornati sotto il controllo di Baku, né la possibilità dei profughi azeri di tornare ad abitare quelle stesse aree, abbandonate dopo la guerra degli anni Novanta.   

Un altro punto critico dell’accordo è lo status legale del Nagorno Karabakh, trascurato nelle trattative. Lo stato de facto rimane, come all’inizio del conflitto, un’enclave non riconosciuta. Il conflitto si è concluso con la vittoria militare azera, una vittoria diplomatica russa e la legittimazione turca nel Caucaso meridionale. L’Armenia, invece, è la vera sconfitta.

Subito dopo la firma dell’accordo di pace da parte del Primo Ministro Pashinyan a Yerevan è scoppiato il caos. Negli ultimi mesi, si sono susseguite manifestazioni nella capitale per chiedere le dimissioni del Premier. Il risentimento armeno, come lo è stato negli ultimi anni quello azero, l’assenza di una strategia chiara di stabilizzazione e ricostruzione dell’Nagorno Karabakh e la mancanza di un solido accordo sulle future politiche per la regione potrebbero creare terreno fertile per future tensioni, banco di prova per il peacekeeping russo.