Il 2020 delle Israel Defense Forces: nuove capacità, aggiornamento della dottrina e sfide future

Come da tradizione, le Israel Defense Forces (IDF) hanno pubblicato il report annuale sulle attività svolte nell’anno appena concluso. Il 2020 è stato definito dai militari israeliani come l’anno più sicuro dell’ultimo decennio. Ciò non deve tuttavia trarre in inganno. Il 2020, infatti, ha rappresentato un anno ricco di sfide e foriero di cruciali novità. Vale la pena, pertanto, tracciare un bilancio dell’anno appena trascorso e provare a identificare alcuni dossier su cui sarà necessario posare l’attenzione nel 2021.

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Il Momentum plan: nuove capacità e aggiornamento della dottrina militare

Il 2020 rappresentava un anno pieno di aspettative per le IDF. Dopo un 2019 di riflessione e rodaggio a seguito della nomina del nuovo Chief of General Staff, Aviv Kochavi, entrato in carica a gennaio di quell’anno, nel 2020 le IDF avrebbero dovuto incominciare l’implementazione del così detto Momentum multi-year plan. Questo consiste in un documento programmatico di durata quinquennale con cui il ramatkal indica le linee guida che informeranno il proprio mandato alla guida delle forze armate di Israele. La particolarità di tale tipologia di documento sta nella sua natura ibrida. Infatti, ciascun multi-year plan ambisce ad agire su un doppio binario che, al contrario, si tende generalmente a demandare a strutture burocratico-militari e documenti separati. Da un lato, l’ammodernamento delle capabilities, interpretabili come l’hardware della forza militare. Dall’altro, l’aggiornamento della dottrina militare, definibile come il software delle stesse. Tale documento si inserisce su un livello strategico-militare. Pertanto, nella catena di produzione e programmazione strategica dello Stato israeliano, si trova al di sotto sia della dimensione della Grand Strategy – deliberata ai massimi vertici politici – che del livello politico-militare – demandato al Ministro della Difesa e al dicastero da lui guidato.

Dal punto di vista delle capabilities, il Momentum Plan prevede un aumento massiccio degli investimenti per l’ammodernamento dell’hardware delle IDF. Un’inversione di tendenza, quindi, rispetto ai piani di razionalizzazione che caratterizzavano il suo predecessore, il Gideon Multi-Year Plan del precedente ramatkal, Gadi Eisenkot. Le parole chiave con cui è possibile sintetizzare il documento attualmente in vigore sono letalità e rapidità. Sulla base della nuova tipologia di minacce con cui si deve confrontare Israele, principalmente di carattere asimmetrico e non convenzionale, il tempismo e la letalità risultano cruciali al fine di disinnescare la capacità del nemico di colpire il fronte interno, minando la tenuta politica, sociale ed economica e non tanto militare dello Stato ebraico. Un’altra dimensione su cui si sta operando è l’approfondimento della interoperabilità tra le varie componenti delle IDF, compresa l’intelligence militare, la quale giocherà un ruolo sempre più decisivo nell’identificazione degli obiettivi da colpire. Un ultimo requisito è il mantenimento di un’elevata superiorità qualitativo-tecnologica rispetto al nemico, immergendo la struttura cinetica all’interno di un network, e non più una catena, di comando e controllo sempre più digitalizzata. Un importante momento per testare sul campo le nuove capacità e principi è stata l’esercitazione Lethal Arrow, organizzata alla fine di ottobre.

Dal punto di vista della dottrina, il Momentum Plan ha portato a termine un processo di ridefinizione del concetto di vittoria militare, le cui radici potrebbero essere ricercate nel complessivo riorientamento da una dottrina conventional-threats oriented a una dottrina unconventional-asymmetric-threats oriented. Un percorso iniziato già dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967, con il progressivo bilanciamento delle asimmetrie di potere tra Israele e gli Stati arabi, e poi completato all’inizio del XXI secolo, per rispondere ai nuovi caratteri dello scontro bellico. La Guerra del Libano del 2006 ha rappresentato il momento culminante di questo percorso. Pertanto, la vittoria viene definita ora come “la distruzione del numero più elevato possibile delle capacità nemiche, nel più breve tempo possibile e con il minor numero di vittime possibile”. Al contrario, nella sua definizione classica la vittoria era definita come “la capacità di occupare il territorio nemico”. Tale rivoluzione concerne la dimensione tattica della dottrina militare israeliana: non più eseguita in termini offensivi e preventivi ma ora basata su una postura difensiva e d’attesa. Al contrario, a un livello strategico, cioè sul piano degli obiettivi, la dottrina militare continua a professarsi come difensiva: nella realistica impossibilità di disinnescare in maniera definitiva la minaccia, Israele scende nel campo di battaglia per ristabilire una condizione accettabile di deterrenza, ritardando il momento in cui sarà chiamato a combattere un conflitto esistenziale.

Missili, terrorismo e cyber: il 2020 visto dalle IDF

Leggendo il report annuale pubblicato dalle IDF, ed escludendo la questione del nucleare iraniano che meriterebbe una trattazione a parte, nell’anno appena concluso Israele si è confrontato con tre principali tipologie di minacce: quella missilistica proveniente dal Libano e dalla Striscia di Gaza, il terrorismo, che ha coinvolto massicciamente la Cisgiordania, e la minaccia cibernetica, proveniente soprattutto dall’Iran. Pur rappresentando tre tipologie molto diverse, esse sono accomunate da una medesima caratteristica: il loro obiettivo non è tanto quello di colpire obiettivi e infrastrutture militari bensì quello di minare la resilienza politica, economica, sociale e psicologica del fronte interno israeliano. Per quanto riguarda la prima tipologia della minaccia, le IDF hanno contato ben 176 razzi lanciati dalla Striscia di Gaza, di cui 90 diretti verso il territorio israeliano, 80 di questi sono stati intercettati dai sistemi anti-missilistici israeliani. Cionondimeno, è il confine settentrionale a preoccupare maggiormente le IDF. Infatti, Hezbollah dispone di un arsenale di missili a media e lunga gittata e non solo di razzi come Hamas e le altre sigle palestinesi. Il principale strumento utilizzato dalle IDF per impedire il passaggio di componentistica missilistica dall’Iran al Libano sono stati i raid aerei su suolo siriano –se ne contano 50, se si considerano solo quelli rivendicati.

Per quanto riguarda l’attività terroristica, è difficile fare un calcolo complessivo di quelli che le IDF considera come atti terroristici. Infatti, all’interno di questa definizione viene inserita una panoplia di attività diverse tra loro. Considerando solamente la Cisgiordania, le IDF hanno calcolato un numero complessivo di 60 atti terroristici. All’interno di questi episodi si registrano lanci di pietre (1500), molotov (229), sparatorie (31) e accoltellamenti (9). In generale, quindi, viene confermata l’assenza di attacchi suicidi, tattica utilizzata in passato soprattutto da Hamas. Un tasto dolente riguarda l’attività di demolizione di abitazioni palestinesi in Cisgiordania, molto criticata dall’opinione pubblica internazionale. Tale attività è svolta dal COGAT –istituzione civile interna al Ministero della Difesa – in coordinamento con le IDF. L’organizzazione B’Tselem ha calcolato 273 case demolite nel 2020, includendo Gerusalemme Est, per un totale di 1006 palestinesi che si sono ritrovati senza abitazione.

Per quanto riguarda la minaccia cibernetica, vale la pena menzionare l’attacco cyber più importante di cui si ha contezza. Si tratta di un attacco avvenuto lo scorso aprile contro il sistema di approvvigionamento idrico dello Stato ebraico, prontamente disinnescato. Le autorità israeliane hanno subito puntato il dito contro l’Iran ancorché, come accade quasi sempre nel dominio cibernetico, l’attribuzione della paternità dell’attacco sia di difficile soluzione.


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Il 2021 e le sfide future

Per concludere è utile accennare ad almeno due dossier su cui, con certezza, le IDF focalizzeranno la propria attenzione nei mesi a venire. In primo luogo, il possibile consolidamento di una capacità missilistica ad alta precisione da parte di Hezbollah, il quale al contrario per il momento è in grado di opporre unicamente una “minaccia statistica”. Già nel suo discorso di settembre all’apertura dei lavori dell’Assemblea generale Onu, Netanyahu ha denunciato le evolute capacità di produzione autoctona di missili ad alta precisione del movimento libanese. In risposta, lo Stato ebraico sta lavorando all’aggiornamento del proprio sistema anti-missilistico, come confermato dal test di metà dicembre in cui, per la prima volta, il sistema “Fionda di Davide” è stato in grado di intercettare un missile da crociera. Da non escludere, tuttavia, che nei prossimi mesi si possa assistere a una grande operazione atta a distruggere in parte o totalmente le rinnovate capacità missilistiche di Hezbollah.

Infine, una nota conclusiva vale la pena dedicarla alla Israeli Navy. La Marina ha sempre rappresentato la forza armata più debole e marginale delle IDF, molto spesso impiegata in attività di mero supporto e complemento delle più rilevanti capacità aereo-terrestri. Nel medio periodo, tuttavia, il suo peso sembra destinato ad aumentare a causa del nuovo ambiente strategico con cui dovrà confrontarsi lo Stato israeliano. A tal proposito, a metà novembre dai cantieri tedeschi è stata consegnata alla marina israeliana la prima delle quattro corvette Classe Sa’ar 6, le quali andranno a rappresentare il nuovo scheletro del seapower israeliano. La corvetta “Magen” (Scudo, in inglese) è giunta nelle acque israeliane a inizio dicembre. Tra le nuove minacce di cui si sentirà parlare nei prossimi mesi, la rinnovata assertività della Turchia è sicuramente la più importante – si noti, tra l’altro, che Israele ha intensificato la cooperazione militare con Grecia e Cipro. A questa si aggiunge la disputa marittimo-energetica con il Libano e, più in generale, la corsa alla delimitazione delle Zone economiche esclusive che sta minando la stabilità dell’intero quadrante mediterraneo.  

Pietro Baldelli
Geopolitica.info