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IA – Instabilità Artificiale: l’incognita della militarizzazione tecnologica e il ruolo di insorgenti e rogue states

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L’intelligenza artificiale è già approdata sul campo di battaglia, non è una novità. Quello che potrebbe cambiare nei prossimi anni è il valore che assumerà come strumento nelle mani di attori non statali e rogue states, anche per effetto delle sinergie creabili con tecnologie già diffuse. È fondamentale comprendere la possibile integrazione tra tecnologie dual use – di cui l’AI è un esempio – nelle sue applicazioni attuali in ambito di insorgenza, controinsorgenza e guerra convenzionale e tratteggiarne i possibili sviluppi futuri.

Tecnologie dual use e sinergie: droni e AI

Già lo Stato Islamico (l’esempio più cristallino di attore a metà tra l’insorgente e lo statale) utilizzava droni commerciali per condurre attività di ricognizione, acquisizione di obiettivi e, in alcuni casi, anche attacco. Tuttavia, l’utilizzo dei droni sul campo di battaglia ha subito una rapida accelerazione negli ultimi due anni legata in gran parte ai primi utilizzi di massa di questi sistemi sui campi di battaglia ucraini.

La possibilità di produrre una grande quantità di dispositivi a costi relativamente ridotti e impegnare con essi risorse importanti della parte avversaria, come missili della contraerea, capacità radar e di identificazione dei bersagli, personale militare, logistica, ha spinto al rialzo la stessa cinetica del conflitto, permettendo di aggirare alcune problematiche di ricerca tecnologica e di sostenibilità industriale che avrebbero verosimilmente costituito dei colli di bottiglia per entrambe le fazioni.

In questo momento di carenza di munizioni d’artiglieria da parte ucraina, il ricorso ai droni per compensare è sempre più massiccio e consente di mantenere una capacità di fuoco (almeno d’interdizione per dissestare la logistica russa) di base, seppure le dichiarazioni delle autorità ucraine in seguito alla recente caduta di Avdiivka, roccaforte strategica del fronte orientale, sembrino indicare che la disponibilità di droni non è in grado di sostituire efficacemente l’artiglieria in tutti i suoi utilizzi.

Per venire alle sinergie a cui si accennava prima, l’intelligenza artificiale ha la capacità di rendere sempre più autonomi questi sistemi: in tal senso, sappiamo che già nel 2020 sono stati usati sistemi autonomi di fabbricazione turca per colpire alcune forze del generale Haftar che stavano lasciando Tripoli.
In particolare, può essere utilizzata in questo campo per aumentare la capacità di identificazione dei bersagli e di autonomia, senza la necessità di un collegamento continuo con l’operatore, incidendo positivamente sulla precisione, l’efficacia e la survivability del drone. 

Considerando l’effetto dei droni sulle barriere all’ingresso del conflitto, l’efficientamento e le nuove possibilità aperte in questo campo potrebbero progressivamente avvantaggiare attori non statali meno strutturati, se pensiamo anche agli Houthi dello Yemen: una sorta di rendita di posizione data da una parziale chiusura del gap tra tecnologia militare e civile, con una conseguente “democratizzazione” della guerra con effetti destabilizzanti a livello regionale e globale.

Qualità e rapidità del decision-making intelligente

Un altro aspetto su cui l’AI potrebbe avere un impatto significativo è la qualità e la rapidità del decision making. Questo è per gli attori insorgenti molto importante, se si considerano alcune caratteristiche peculiari a molti di essi, quali la presenza di cellule con strutture di comando molto decentralizzate, prive di un addestramento complessivo e omnicomprensivo paragonabile a quello di forze statali meglio strutturate. Tali attori insorgenti compensano ciò con un’alta flessibilità nelle strutture di comando e la capacità di mantenere un livello operativo diffuso, spesso piuttosto basico ma difficile da eliminare del tutto. Le classiche tattiche “mordi e fuggi”, gli attentati, la guerriglia in generale potrebbero trarre grande vantaggio da capacità di decision-making di alto livello diffuse e facilmente accessibili. Pensiamo anche alla capacità di riconoscere bersagli, scegliere munizionamento adatto e avere informazioni su sistemi d’arma altrimenti difficili da riconoscere per miliziani inesperti e poco addestrati.

Per quanto concerne la controinsorgenza, si possono osservare già diversi esempi pratici di utilizzo di queste capacità potenziate di decision-making, oltre a miglioramenti teorici in alcuni aspetti come la preservazione delle vite dei civili non coinvolti nelle ostilità. Una delle principali criticità della controinsorgenza è la distinzione tra combattenti e civili, una distinzione resa volutamente quanto più difficile possibile dagli insorgenti stessi. Questa problematica è tanto più sentita dal Paese che esercita la controinsorgenza quanto più esso è legato ad obblighi morali o internazionali e quanto più è influenzabile dall’opinione pubblica. 

Diversi esempi storici e attuali (campagna italiana in Libia degli anni ’20, politiche cinesi di “rieducazione” degli Uiguri, russificazione forzata dell’Ucraina) illustrano come le autocrazie abbiano molti più strumenti a disposizione per contrastare la controinsorgenza di quanti non ne abbiano le democrazie. La possibilità di effettuare operazioni di “filtraggio” della popolazione, con incarcerazioni di massa e deportazioni, si è dimostrata uno strumento utilissimo nella soppressione dell’insorgenza, potendo separare fisicamente i ribelli dalla popolazione civile. Le democrazie occidentali, sia per motivi valoriali che di opportunità (l’opinione pubblica non lo tollererebbe in ogni caso), necessitano di agire in maniera diversa, il che comporta in genere il ricorso alla tecnologia e ad armi di precisione che possano permettere, almeno in teoria, un numero di vittime civili contenuto e non preponderante.

Su questo aspetto potrebbe incidere positivamente nei prossimi anni la diminuzione del tempo necessario per effettuare le dovute valutazioni nell‘acquisizione di un bersaglio, la sua classificazione come militare o civile e l’esecuzione di un attacco. Si è sostenuto che una riduzione dei tempi del decision-making potrebbe permettere una valutazione più accurata, una maggiore acquisizione delle necessarie informazioni di contesto e in questo modo una riduzione in ultimo delle vittime civili. Questo, tuttavia, non tiene conto di alcune strategie fondamentali nella riduzione delle vittime civili come la costruzione del cosiddetto “pattern of life” attorno ad un possibile bersaglio, vale a dire la presenza di civili, la sua densità e gli spostamenti che la popolazione compie all’interno e nelle immediate vicinanze: un’attività molto importante che però non può essere velocizzata, in quanto legata alla velocità naturale con cui la popolazione porta avanti le sue attività quotidiane.

Sembra, invece, un ottimo strumento per la controinsorgenza l’installazione di telecamere che sfruttano il potere dell’AI per il riconoscimento facciale. Esse permettono, previa installazione capillare all’interno di una città, l’identificazione e il tracciamento dei movimenti dei ribelli, offrendo grandi possibilità di distinzione dalla popolazione civile e di esecuzione di azioni mirate, con poco danno collaterale. È il caso di Nairobi, grazie a una partnership con Huawei, anche se la penetrazione cinese in questo campo non può che preoccupare le cancellerie occidentali.

Conclusioni

L’anelito di una guerra “casualty-free”, senza vittime umane – declinato principalmente sotto il profilo dell’utilizzatore dell’arma – che ha permeato molti sviluppi della tecnologia militare degli ultimi trent’anni almeno, rischia di uscire molto ammaccato dall’avanzamento dell’AI nei conflitti. Il rischio è che una tecnologia che potenzia il ruolo della robotica e la qualità del decision-making, se unita a una democratizzazione dei conflitti, ne aumenti l’intensità e agisca da pericoloso “enabler”, infiammando conflitti che altrimenti dovrebbero spegnersi per mancanza di risorse o ridursi d’intensità per carenza di capacità di fuoco. La possibile spinta al rialzo delle vittime civili e militari, senza un’adeguata e rinnovata analisi del ruolo dell’automazione in guerra, potrebbe non essere compresa in tempo dai decisori e trattata come un controsenso invece che come il combinato disposto di due cambiamenti in atto: instabilità e progresso dell’automazione, in realtà strettamente correlati.

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