In occasione dell’anniversario del numero speciale di Matrioska-Osservatorio sulla Russia, Arianna Muro Pes ha incontrato Salvatore Santangelo, docente presso l’Università di Roma Tor Vergata e autore per Castelvecchi di numerosi volumi sulla politica russa e il mondo contemporaneo. Nel confronto con Salvatore Santangelo abbiamo quindi affrontato i limiti e le opportunità dell’attuale fase delle relazioni tra Russia ed Unione Europea, con particolare attenzione alla “diplomazia dei vaccini”, alle controversie legate al Nord Stream2 e al complesso rapporto tra Mosca e Berlino.
Il vaccino Sputnik V è stato il primo a essere distribuito, già alla fine del 2020. Nonostante ciò, l’Occidente è ancora reticente riguardo alla possibilità di approvare e iniziare a distribuire il vaccino russo. Ad aprile, Putin, Macron e Merkel si sono incontrati in un summit virtuale per discutere dei principali temi al centro delle relazioni tra Russia ed Unione Europea, tra i quali proprio l’approvazione da parte dell’EMA del vaccino russo Sputnik. A oggi, il vaccino è ancora fuori dalla strategia europea. Tuttavia, la questione sta dividendo l’Europa: l’Ungheria, per esempio, ha proceduto a un’autorizzazione di emergenza per dare il via alla somministrazione. Crede che la necessità di accelerare con la campagna di vaccinazione in Europa possa superare la reticenza di alcuni Paesi UE? O la paura di una minaccia russa e la conseguente politica di contrasto si interporranno ad alcuni meccanismi che potrebbero, invece, essere sganciati da “questioni di faccia”, come accade per il gasdotto Nord Stream?
Lo Sputnik è un vaccino performante a tutti gli effetti e anzi è stato uno dei primi a essere rilasciato per contrastare il Covid-Sars-2. Quello che sta emergendo da queste dinamiche (che potremmo definire geopandemiche) è che intorno ai vaccini si stanno definendo, o ridefinendo, diverse traiettorie di natura geopolitica.
In merito alla strategia europea, va sottolineato che la Commissione europea, nonostante non abbia una delega specifica sul tema, considerando il potenziale impatto – sia sanitario, che economico – che la Pandemia avrebbe potuto avere a livello comunitario, si è impegnata per permettere l’approvvigionamento del vaccino per tutti i Paesi membri. Questo è stato il motivo per il quale la negoziazione con le più importanti aziende farmaceutiche è stata delegata a livello comunitario, per riuscire appunto ad assicurare un approvvigionamento – sia in termini di costo, che di quantità – in grado di soddisfare le esigenze di tutti i 27 Paesi della Ue.
Questo percorso però – per una serie di motivi – non si è realizzato come previsto e, per sopperire a queste deficienze, alcuni Stati si sono mossi in modo autonomo: pensiamo all’Ungheria, che tra i Paesi di Visegrad è quello che mantiene una posizione meno ostile nei confronti della Russia, e all’Austria; solitamente, quando si muove l’Austria è, in qualche misura, un indizio che Berlino sta “tastando il terreno”. Non a caso, proprio in questi giorni abbiamo assistito – da parte dei tedeschi – all’annuncio della loro disponibilità nel fornire assistenza tecnica alla società che gestisce la commercializzazione dello Sputnik, al fine di ottenere un riconoscimento per la distribuzione a livello comunitario attraverso l’ente preposto, ossia l’EMA. Contemporaneamente, la Merkel ha parlato della volontà della Germania – qualora dovessero esserci problemi con alcuni fornitori, come accaduto con AstraZeneca – ad acquistare circa 30 milioni di dosi di Sputnik per integrare la propria strategia vaccinale.
Questi elementi evidenziano una strategia estremamente complessa. Per quanto riguarda l’aspetto geopolitico non dobbiamo dimenticare che alcune società della filiera produttiva dello Sputnik sono state colpite dall’ultimo round di sanzioni implementato dall’amministrazione Biden e ciò implica che la piena e totale apertura al vaccino russo porta direttamente in rotta di collisione con la traiettoria tracciata dall’attuale Amministrazione Usa.
Il vaccino russo è stato ordinato, acquistato, distribuito in molti Paesi del mondo; un numero superiore si è dichiarato interessato; Mosca ha garantito ad alcuni la licenza per poterlo produrre direttamente. Questo strumento di soft power sta effettivamente portando un beneficio alla politica estera del Cremlino? La Russia riuscirà a fare leva su questo per affermarsi con più forza nell’arena internazionale? Vede competizione diplomatica tra Russia e Cina sulla questione vaccino, non dimenticando che l’efficacia di Sputnik V è circa doppia rispetto a quella di Sinovac?
La vicenda dello Sputnik ci dimostra che la Russia è ancora un Paese con alti contenuti scientifici e tecnologici, un aspetto che l’Occidente tende spesso a dimenticare. Sia nel settore farmaceutico, che in quello chimico e in quello più ampio degli armamenti, Mosca è in grado ancora di toccare delle vette molto elevate. Il problema riguarda il campo dell’implementazione industriale: infatti i numeri ci dicono che – nonostante Sputnik sia stato il primo vaccino a essere messo sul mercato per contrastare il Covid-Sars-2 – solo una minima parte della popolazione russa è stata vaccinata. Ciò è legato al fatto che – a oggi – il Paese non ha le infrastrutture produttive per riuscire a sostenere sia la domanda interna che quella internazionale. Da questo punto di vista, Mosca sta provando a ovviare a questo problema attraverso il rilascio delle licenze. In questo senso, alcune imprese italiane – nel quadro della sperimentazione avviata dallo Spallanzani – sono coinvolte in questo ambizioso progetto. È chiaro che tutto ciò è legato al problema delle sanzioni di cui abbiamo precedentemente parlato.
Con riferimento ai rapporti tra Russia e Cina, in questo momento non vi sono attriti, anche se le traiettorie geopolitiche di questi due Paesi storicamente non combacino. Nonostante ciò, la miope strategia implementata dagli Stati Uniti, che potremmo definire di “doppio contenimento” essendo rivolta sia nei confronti di Mosca che di Pechino e che in realtà diventa di “triplo contenimento” nel momento in cui investe anche l’Iran, non fa altro che avvicinare questi Paesi all’interno della logica Eurasista.
Il tema del vaccino e dell’approvvigionamento delle scorte vaccinali nei confronti di Paesi che non sono investiti da una disponibilità da parte degli Stati Uniti e più in generale del Mondo occidentale, pone un problema di natura diversa. Quando fu definita la Carta dei diritti universali dell’uomo ci fu un dibattito serrato tra le Potenze occidentali e i Paesi comunisti su quale dovesse essere la natura di questi diritti e quanto ampio il “catalogo” di riferimento. In particolare, ci fu una tensione tra la classificazione dei diritti di libertà e quelli sociali, dove per i primi s’intendono la libertà di parola, di espressione, di culto, di impresa e quindi quei diritti che definiscono la natura di una democrazia liberale, mentre nel secondo caso s’intendono il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, a un sistema di welfare adeguato. In quel contesto – data la competizione internazionale – ci fu un sostanziale equilibrio tra le due sfere. Con la caduta del Muro di Berlino e con la fine della logica della competizione, i diritti di libertà hanno avuto il sopravvento sui diritti sociali e in tutto il mondo abbiamo assistito a un sostanziale ritiro del welfare.
A oggi, il sistema dei diritti è certamente ancora uno dei vettori di maggiore pressione da parte dell’Occidente nei confronti di quelle che vengono definite come autocrazie. Non è un caso che la “dottrina Blinken” può essere sostanziata in una dimensione estremamente ideologica di scontro proprio tra democrazie liberali e autocrazie.
Con riferimento a quest’ultime, la Cina e la Russia (ma anche Cuba) stanno utilizzando il tema del vaccino per sostenere i Paesi del Terzo Mondo, che – in modo estremamente miope – sono stati abbandonati dall’Occidente, sebbene vada sottolineato che proprio quest’ultimo è quello che ha subito maggiormente gli effetti della prima onda pandemica. Per fare un ragionamento pratico, questa strategia si sostanzia oggi nei confronti dell’India: questo Paese è tra i più colpiti dal Covid19 e questa condizione mette, tra l’altro, sotto pressione l’intera produzione dei vaccini per la stessa Europa. E questo perché l’India è uno dei Paesi più importanti delle filiere produttive dei vaccini (come AstraZeneca) e l’ipotesi di un blocco delle esportazioni – data la crisi interna – metterebbe sotto pressione tutti i Paesi occidentali.
In questo frangente, abbiamo visto che la Cina, la Russia e – nonostante le antiche rivalità – anche il Pakistan hanno teso la mano a Nuova Delhi per cercare di superare questa drammatica crisi. Si tratta quindi di un altro modello di diplomazia che si contrappone a quello del “doppio contenimento” statunitense che nell’Indo-pacifico si sostanzia proprio nel ruolo baricentrico del Quad e quindi dell’India.
Certamente noi consideriamo come irrinunciabili i diritti che definiscono il nostro modello politico ed economico, ma quello che sta accadendo riapre l’antica competizione a cui abbiamo accennato.
A quasi un anno e mezzo dalle prime sanzioni statunitensi, il gasdotto Nord Stream 2, a pochi chilometri dalla sua ultimazione, è ancora fonte di notevoli e continui attriti che evidenziano le complesse relazioni tra Russia, Unione Europea e Stati Uniti. Quali implicazioni future?
Il NordStream2 è a un passo dal suo completamento e le navi posa-tubi russe sono entrate – con le dovute autorizzazioni – nelle acque territoriali danesi e tedesche per poter completare quello che potremmo definire “l’ultimo miglio” di questa opera estremamente ambiziosa. Quindi il tema è che a un anno e mezzo dall’entrata in vigore delle sanzioni, queste si sono rivelate uno strumento assolutamente inefficace. Innanzitutto, spieghiamo che si tratta del raddoppio di un’infrastruttura energetica già esistente che lega direttamente la Russia con la Germania bypassando quelle nazioni dove il peso della storia è talmente forte da generare un sentimento di profonda russofobia che minaccia la relazione tra Mosca e Berlino (GeRussia). parliamo ovviamente delle Repubbliche baltiche, della Polonia e certamente dell’Ucraina, Paese dove le tensioni hanno rischiato di raggiungere il massimo livello. La logica del raddoppio del NordStream dipende dal fatto che questa colossale opera infrastrutturale prevedeva inizialmente un braccio meridionale – il SouthStream – che avrebbe dovuto veicolare in Europa e in particolare in Italia, il gas proveniente dal Caucaso e dal Caspio. Dal momento che – per motivi geopolitici – quest’opera non si è realizzata, i tedeschi, che sono già arrivati a un altissimo livello d’integrazione con i russi, hanno pensato di cogliere questa opportunità trasformando la Germania in un vero e proprio hub per la distribuzione del gas a servizio di tutta l’Europa centro-settentrionale. Le sanzioni statunitensi si sono rivelate appunto un’arma spuntata e soltanto alcune società minori del consorzio NordStream2 si sono ritirate e, peraltro, sono state prontamente rimpiazzate. Merkel ha cercato di evitare di trasformare il raddoppio di NordStream in materia del contendere, tendendo la mano agli americani, rendendosi disponibile a raddoppiare il numero di rigassificatori in Germania per poter aprire una parte sostanziale del proprio mercato del gas anche a quello di scisti prodotto negli Stati Uniti. Ma questa ipotesi di lavoro non è stata accettata dagli Usa dato che ciò che interessa loro è la valenza strategica di questa opera. I gasdotti e gli oleodotti sono fondamentalmente dei “matrimoni per i quali non è previsto il divorzio”. Già il NordStream1 aveva fortemente ridimensionato la possibilità dei Paesi di transito – in primis l’Ucraina e la Polonia – di poter esercitare una pressione sulla Russia, ma con il raddoppio, questi verrebbero completamente tagliati fuori. Attualmente, in Germania c’è un dibattito sulla reale utilità di questa opera: alcuni studi ritengono che il gasdotto non sia economico e che non vi sia particolare convenienza a investire in questo ambito nel pieno della cosiddetta transizione energetica, dimenticando, peraltro, che il gas è l’energia del futuro data la sua natura green. Nonostante ciò, come già detto, il tema vero è quello geopolitico che si sostanzia in quell’acronimo che è “Gerussia”, riferendosi all’integrazione russo-tedesca che da sempre costituisce il terrore delle potenze talassocratiche.
L’ambivalente posizione della Germania rispetto al NS2 dallo scoppio del caso Navalny, ha evidenziato le difficoltà di Berlino, ma anche di Bruxelles, di dover mediare tra la necessità di rafforzare la sicurezza energetica attraverso i più economici rifornimenti da Mosca e le forti pressioni di Washington. Quali prospettive per il prossimo futuro? Come conciliare gli interessi politici con quelli economico-energetici?Questa è una domanda di grande complessità. Innanzitutto, non sempre gli interessi tedeschi coincidono con quelli europei. L’Europa dovrebbe fondamentalmente moltiplicare le proprie fonti di approvvigionamento come, per esempio, sta facendo l’Italia che – grazie al superamento delle resistenze al completamento del Trans Adriatic Pipeline – si è orientata verso un aumento della sua diversificazione energetica, in questo caso con l’Azerbaijan. Personalmente ritengo che al momento l’energia più pulita sia il nucleare, ma purtroppo da questo punto di vista i governi – dopo gli incidenti di Chernobyl e quello di Fukushima – hanno perso molte delle leve strategiche nei confronti delle proprie opinioni pubbliche. A distanza di tanti anni possiamo dire che la logica dei rischi e dei vantaggi pende assolutamente sul lato dei vantaggi e con i reattori di nuova generazione tenderà a essere ancor più così, ma purtroppo, come dicevamo, da questo punto di vista mancano le leve per portare l’Europa in questa direzione, e cioè verso una sostanziale indipendenza energetica. Per questo motivo, la strategia deve essere quella di moltiplicare i canali di approvvigionamento con opere infrastrutturali come per esempio rigassificatori per ottenere il gas proveniente da quei Paesi da cui non siamo legati da infrastrutture fisiche, come la Nigeria, il Niger e gli stessi Stati Uniti. Per quanto riguarda la Germania, fino a poche settimane fa avrei risposto che – a prescindere dal meccanismo sanzionatorio – qualora in Ucraina si fosse giunti a un confronto aperto, o anche a un passo dal confronto aperto, Berlino sarebbe dovuta uscire da questa posizione di ambiguità e quindi più di un dubbio si sarebbe proiettato sulla possibilità di mettere a regime un’opera come NordStrea 2. Ma, ancora una volta, Putin si è rivelato il giocatore più abile e la descalation sta aiutando i tedeschi a mantenere una posizione che permette loro di sviluppare la logica che è esemplificato dal raddoppio di NordStream2. A ogni modo, occorre sottolineare che i rapporti tra Germania e Russia, ma anche tra Germania e Cina, sono dei rapporti fortissimi che potremmo definire simbiotici. Quindi il tema è che in realtà la Germania ha una posizione che mette sotto pressione le vecchie architetture come la Nato. Contemporaneamente gli Stati Uniti – con quella che abbiano definito una strategia di “doppio contenimento” – si stanno rivelando estremamente deboli e non efficaci nel loro tentativo principale che dovrebbe essere un efficace contrasto della Cina sullo scacchiere internazionale. A meno che non vi sia una rivoluzione politica in Germania, che potrebbe passare per l’allargamento della tangentopoli che ha lambito la CDU, e un trionfo dei Verdi che – a oggi – sono l’unico partito che ha una piattaforma di politica internazionale sovrapponibile alla “dottrina Blinken” (democrazie di libero mercato contro le autocrazie), ritengo che – sia la CDU che la Socialdemocrazia – continueranno, come hanno fatto negli ultimi trent’anni, a sviluppare le loro traiettorie strategiche geopolitiche in questo quadro che potremmo definire di sostanziale ambiguità.

