I soldati americani restano in Germania

Nei giorni immediatamente successivi alla nomina a Segretario della Difesa, il generale Lloyd Austin ha emanato una serie di direttive volte a rivedere la postura delle forze armate americane nel mondo. Tra le principali scelte del nuovo capo del Pentagono, oltre allo stop al sostegno alla coalizione guidata dai sauditi in Yemen e al congelamento del ritiro degli ultimi 2.500 militari dall’Afghanistan, quella di sospendere il ritiro di circa un terzo del contingente americano schierato in Germania, provvedimento annunciato da Trump a metà dello scorso anno.

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Il piano di Trump e lo stop di Biden

La decisione di ritirare una così grande quantità delle truppe americane acquartierate in Germania è stata presa dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel giugno dello scorso anno. Giunto alla fine del suo mandato, senza avvisare Berlino, il presidente Trump ha ordinato al Pentagono di pianificare il ritiro di circa 10.000 dei 34.500 militari americani presenti sul suolo tedesco, una mossa che, qualora messa in atto, avrebbe significato la più grande riduzione della presenza militare in Germania dal 2012, quando Obama riportò a casa due brigate (7.000 uomini). La decisione del presidente ha incontrato larga opposizione negli Stati Uniti, ricevendo critiche non solo da parte del partito democratico, ma

anche da parte di quello repubblicano. Particolarmente rilevanti le dichiarazioni di Mitt Romney, che ha definito la scelta di Trump “un regalo alla Russia”, e quelle di Lindsay Graham, vista la sua vicinanza al presidente repubblicano.

Nonostante le critiche piovute da entrambi i lati, Trump ha rincarato la dose. Il 29 luglio 2020 l’allora segretario della Difesa, Mark Esper, ha annunciato che il ritiro avrebbe interessato ben 12.000 uomini. In realtà, come ha spiegato Esper, non tutte le truppe ritirate sarebbero state rimpatriate. In effetti, il piano di Trump prevedeva di riportare negli Stati Uniti circa 6.400 dei militari schierati, mentre i restanti 5.600 sarebbero stati ridistribuiti in Europa, in particolare in Polonia e nei paesi Baltici, in funzione antirussa. L’EUCOM, il comando americano per l’Europa, sarebbe stato trasferito da Stoccarda a Mons, in Belgio, così come il Comando per le Operazioni Speciali in Europa (SOCEUR). 

Il piano del presidente, tuttavia, non è riuscito a trovare applicazione, incontrando la resistenza del Congresso. Il National Defence Authorization Act, il disegno di legge che autorizza ogni anno le spese militari del Dipartimento della Difesa, conteneva al suo interno una disposizione provvisoria che autorizzava il ritiro del contingente schierato in Germania solamente dopo che il Segretario della Difesa avesse presentato un esposto alla Camera in cui venissero chiarite le ragioni in base alle quali la decisione di Trump avrebbe tutelato gli interessi del Paese, indicando anche i relativi costi. In ogni caso, secondo quanto scritto nel documento, il ritiro sarebbe stato possibile solamente dopo un periodo di tempo non inferiore a 120 giorni dal discorso del Segretario della Difesa. In buona sostanza, il Congresso ha impedito al presidente in carica di concretizzare i suoi piani, rinviando la questione all’amministrazione uscita vincente dalle incombenti elezioni. Nonostante Trump avesse posto il veto al disegno di legge, questo è stato agilmente superato dalla Camera, che ha votato con una larghissima maggioranza – 322 contro 87 – per l’annullamento del veto presidenziale.

Il 3 febbraio 2021, il generale americano Told Walters, capo del Supreme Allied Commander Europe (SACEUR) ha annunciato che tutti i piani di ripiegamento delle truppe americane dalla Germania erano al momento congelati, in attesa di una revisione della postura delle forze americane da parte del nuovo capo del Pentagono. Alla dichiarazione di Walters ha fatto seguito, il giorno dopo, quella del nuovo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Jake Sullivan, il quale ha confermato ufficialmente quanto detto dal SACEUR.

Le ragioni del ritiro

“Riduciamo le nostre forze perché per noi sono un costo enorme e loro (i tedeschi) non pagano”. Con queste parole l’ex presidente Trump aveva giustificato la sua decisione di ridurre il contingente americano sul suolo teutonico. Trump si riferiva, evidentemente, alle spese militari tedesche, effettivamente tra le più basse del continente in termini di rapporto col PIL. La spesa militare della Repubblica Federale è da anni aspramente criticata nell’Alleanza Atlantica, che chiede ai paesi membri il raggiungimento della soglia del 2% di spese militari sul PIL. Non solamente nel 2019 il budget militare tedesco non superava l’1,34% del PIL, ma la cancelliera Merkel aveva anche affermato che per la Germania l’obiettivo era da considerare irraggiungibile entro il 2031. A ciò bisogna aggiungere lo stato carente della Bundeswehr, termine con il quale si indicano le forze armate della Repubblica Federale, la cui scarsa disponibilità di mezzi e di materiali operativi è stata più volte sottolineata dai principali media tedeschi.

Affianco a questa ragione, basata su considerazioni economiciste, Trump ne poneva un’altra, quella del controverso rapporto di Berlino con Mosca, questione fondamentale per gli Stati Uniti. La critica di Trump si riferiva soprattutto alla questione energetica, visto il raddoppio del gasdotto Nord Stream, ormai quasi completato. In questo senso, il ridimensionamento del contingente era da intendersi come una punizione da parte di Washington nei confronti di Berlino per aver stretto accordi con un avversario della NATO. In ogni caso, il ridimensionamento del contingente, secondo i piani di Trump, non era da leggere come un cambio di atteggiamento nei confronti della Russia, ma solamente come un cambio di postura: le truppe americane sarebbero state infatti in parte rischierate in Europa, in paesi più vicini ai confini di Mosca.

Le resistenze del Congresso e la reazione di Berlino

La notizia di un eventuale taglio del contingente americano schierato in Germania non è stata accolta con favore dal governo federale. Il ritiro delle truppe, secondo gli esponenti più in vista del mondo politico tedesco, avrebbe danneggiato la Germania in maniera rilevante. Diverse le motivazioni alla base di questo ragionamento. Innanzitutto, quella delle ricadute economiche delle basi. Le caserme occupate dalle truppe americane in Germania incidono in maniera determinante sull’economia del territorio dove sono impiantate. Oggi si stima siano ben 12.000 i tedeschi che lavorano a vario titolo per il Dipartimento della Difesa americano in Germania. Soltanto la base di Rheinland-Pfalz dà oggi lavoro a ben 7.000 impiegati tedeschi. Tra mutui e affitti dei militari, commesse e appalti di vario tipo, la base aerea di Ramstein, in Renania-Palatinato, genera proventi per 2 miliardi di dollari.

Altra ragione a favore della tesi tedesca riguarda il ruolo della Germania per la NATO. Berlino, infatti, crede che la riduzione delle truppe avrebbe come effetto quello di indebolire l’Alleanza. Tesi in qualche modo confermata anche dal Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, il quale, senza schierarsi apertamente contro la decisione di Trump, poco dopo l’annuncio del ritiro americano, ha sottolineato come la Germania rappresenti oggi una base logistica di primaria importanza per le operazioni dell’Alleanza in Medio Oriente e in Africa, riferendosi in particolar modo alla base aerea di Ramstein, sede del quartier generale dell’USAF e centro di comando delle operazioni condotte tramite UAV in quelle zone. 

Quanto affermato da Stoltenberg è sostenuto anche dalla grande maggioranza di coloro che negli USA si schierano contro la scelta dell’amministrazione Trump. La presenza di grandi basi logistiche in Germania, ha scritto in una lettera indirizzata al presidente un folto gruppo di repubblicani della Commissione per le Forze Armate, rappresenta un assetto strategico per Washington, che può sfruttarle per proiettare potenza in una zona comprendente l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Tra le tesi di chi si oppone al ridimensionamento del contingente vengono citate anche il potenziale avvicinamento che la riduzione delle truppe potrebbe favorire tra Russia e Germania – scaturito dalla sensazione tedesca di essere lasciata sola dagli USA e dalla convergenza di interessi tra Mosca e Berlino nelle questioni energetiche – e la crescente presenza cinese in Germania.


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Quali prospettive

La presidenza Trump ha segnato una sorta di spartiacque nella politica tedesca nei confronti degli Stati Uniti. Gli ultimi quattro anni hanno messo in luce un disallineamento tra le prospettive dei due Stati. Anche se divenuta evidente solo negli ultimi anni, la discrepanza tra gli interessi dei due alleati non rappresenta in realtà un inedito per il continente. Se nel corso della Guerra fredda e per tutti gli anni ’90 i due attori sembravano perfettamente allineati, le cose sono cominciate a cambiare all’inizio degli anni Duemila, in particolare dal 2003, quando il cancelliere Schröder si schierò contro l’intervento americano in Iraq, negando a Washington il contributo della Bundeswehr. Nel 2005, lo stesso cancelliere, d’accordo con il presidente Putin, realizzò Nordstream, un progetto, oggi come allora, fortemente osteggiato dagli Stati Uniti. A questi episodi occorre aggiungere l’atteggiamento alquanto benevolo della Germania nei confronti della Cina, che nel corso degli anni è divenuta il primo partner commerciale di Washington.

Pare difficile immaginare che il provvedimento voluto da Trump potrà trovare applicazione con l’amministrazione Biden. I vantaggi offerti a Washington e a Berlino dalle basi americane sul suolo tedesco sono troppi e troppo importanti. La Germania, che resta la principale potenza europea, dopo la doccia fredda scaturita dall’elezione di Donald Trump, sembra percepire una maggior libertà di azione. L’imperativo strategico degli USA impone di impedire la nascita di una potenza dominante in Europa e quindi di contrastare in ogni modo l’avvicinamento tra Mosca e Berlino, compito reso più facile dalla presenza di truppe in loco. Ancora, la presenza militare americana garantisce un controllo più efficace della crescente influenza cinese in Germania. Nonostante tutto, Berlino si compiace della presenza militare a stelle e strisce sul suo territorio. Oltre a godere delle ricadute economiche da essa generate, la Germania può fare a meno di occuparsi della sua sicurezza, oggi affidata a quello che, malgrado tutto, rimane il suo principale alleato.

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info