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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoI rischi dell’Ucraina che verrà

I rischi dell’Ucraina che verrà

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Si discute spesso della Russia che uscirà dalla guerra con l’Ucraina, del destino di Putin e del suo regime. Il sottinteso dato per scontato è il costo se non il fallimento dell’“operazione speciale” russa, che induce alla ricerca di instabilità interne alla Federazione Russa che potrebbero compromettere la sua stessa continuità. Minore attenzione viene prestata al destino dell’Ucraina, cioè a quale Ucraina potrebbe uscire dal conflitto bellico.

Gli osservatori internazionali non credono che il conflitto possa trovare una soluzione diplomatica stabile con un trattato che definisca le questioni che dividono i due paesi. Persino un armistizio appare improbabile. La speranza non sembra possa andare oltre un cessate il fuoco, sullo status quo determinato dalle operazioni militari, senza implicare un riconoscimento politico-giuridico del loro esito. È una soluzione precaria, non elimina lo stato di guerra, lascia aperta la possibilità di futuri scontri, anche episodici, ma può, almeno nell’immediato, porre termine ai combattimenti. Tuttavia, sono proprio i risultati militari, che al momento non sembra possano essere sostanzialmente modificati dai due contendenti, che prefigurano un profondo cambiamento dell’Ucraina.

Un’economia “ruralizzata”

Secondo stime della Banca Mondiale relative al periodo ante 2014 (prima dei conflitti separatisti nelle regioni orientali) gli oblast industriali di Donetsk e Luhansk contribuivano per il 15,7% al Pil del Paese, per un quarto alla produzione industriale e all’export nazionali e da essi proveniva il 22% delle entrate fiscali nazionali. I russi hanno ora acquisito il controllo anche di buona parte degli altri oblast orientali, Zaporizhzhya e Kherson, fino alla fascia meridionale che chiude gli sbocchi al mare d’Azov. L’Ucraina perde l’area più industrializzata del Paese, il principale bacino minerario e territori ricchi di risorse energetiche, carbone, gas e petrolio. La regione del Dnieper-Donetsk concentra l’80% delle riserve di gas naturale; il nucleare, che assicura il 55% dell’energia elettrica nazionale, è ridimensionato dallo spegnimento della centrale di Zaporizhzhya, la più grande del Paese. La guerra rischia quindi di aggravare la dipendenza energetica del Paese dall’estero, mentre prima della guerra la produzione interna copriva i due terzi del fabbisogno energetico nazionale

È vero che gli insediamenti industriali del Donbass ucraino escono ridimensionati, laddove non distrutti, dalla guerra. La loro ricostruzione sarà un onere per gli occupanti, prima di poter sfruttare le risorse della regione conquistata, ma la Russia dispone ampiamente in proprio delle risorse presenti in Donbass. In termini relativi, sulle economie dei due paesi pesa molto di più quello che ha perduto l’Ucraina del poco o tanto che potrebbe guadagnare la Russia. 

La Banca mondiale stima un calo del settore secondario sul Pil ucraino dal 23,2% del ’21 al 19,2% del ’22 (nel 2013 era al 22,4%). Un declino non soltanto dovuto alle contingenze belliche, ma che rischia di diventare strutturale, data la perdita delle regioni più industrializzate. In breve, l’Ucraina rischia di perdere la sua dimensione industriale. L’Ucraina centro-occidentale che resta al governo di Kiev è soprattutto un Paese agricolo. L’attività economica, l’export, le riserve in valuta, si baseranno principalmente sui prodotti del settore primario. Sul piano produttivo, la guerra sta costruendo un Paese quasi mono settoriale, dipendente dalle fluttuazioni stagionali, dalle limitazioni delle rotte di esportazione e dall’andamento dei mercati internazionali, sui quali le difficoltà arrecate dalla guerra al commercio ucraino hanno accresciuto la concorrenza, si pensi alla produzione granaria kazaka. 

I costi della ricostruzione post-bellica sono stimati dalla Banca Mondiale in 411 miliardi di dollari su un decennio, cifra a dir poco impegnativa anche per Ue e Usa alle prese con debiti pubblici rilevanti. Ma il Paese rischia la dipendenza irreversibile dagli aiuti dei paesi occidentali e degli organismi internazionali anche per il normale funzionamento dell’economia nazionale, in termini di prestiti, agevolazioni doganali, crediti valutari. 

Un “protettorato”

La guerra ha dimostrato che la resistenza all’invasore russo è stata resa possibile dall’aiuto militare occidentale. Non solo l’economia, ma anche la sicurezza del Paese continuerà a dipendere dalla “protezione” occidentale (Usa e paesi Ue), che rimane necessaria per la presenza sul territorio ucraino dell’esercito russo che occupa le regioni orientali. Tuttavia, la permanenza dello stato di guerra bloccherà probabilmente l’ingresso nella Nato. In breve, sul piano internazionale si prefigura un protettorato de facto dell’Ucraina, che orienta la politica estera del Paese. Le scelte e le collocazioni internazionali del Paese, la stessa conclusione delle ostilità, dipenderanno dalle dinamiche interne ai paesi “protettori”, dalle loro singole proiezioni strategiche e interessi nazionali, non necessariamente collimanti, e dalla loro dialettica con la stessa Russia, il convitato di pietra. 

Una “democrazia protetta”

La guerra ha portato inevitabilmente la legge marziale e introdotto limitazioni alla vita politica e civile del Paese. Le guerre generano accentramento del potere, ampliamento della sfera statale e militarizzazione di economia e società. Il regime di guerra offre alle élites al potere l’opportunità di consolidare le loro posizioni anche in vista del dopoguerra. Il ritorno alla vita politica democratica è condizionato dall’incognita della misura in cui questo regime viene mantenuto anche nel dopoguerra.

Le dimissioni e i rimpasti nel governo ucraino indicano assestamenti interni. L’esito può essere solo ipotizzato: la prosecuzione della politica intransigente del governo sembra indicare esiti favorevoli al nazionalismo radicale che propugna la prosecuzione della guerra fino alla riconquista dei territori perduti, senza aperture negoziali, una linea che sembra funzionale al prolungamento del regime eccezionale di guerra nella vita politica e civile del Paese. È la linea dei siloviki ucraini alla quale sembra ormai allineato anche Zelensky, una volta abbandonate le iniziali aperture nei negoziati dell’aprile 2022 tra le due parti. Un atteggiamento che, a questo punto, potrà essere modificato solo da pressioni degli stati “protettori”. La recente nomina a ministro della difesa dell’imprenditore Rustem Umerov, un negoziatore (è stato membro della delegazione ucraina ai negoziati del marzo-aprile ’22), filoccidentale vicino agli Usa, preferito all’ultranazionalista Kyrylo Budanov, il generale a capo dell’HUR (intelligence militare) favorito fino a qualche mese fa, sembra tuttavia indicare un tentativo di bilanciamento interno al governo. 

Il nazionalismo diviene il carattere identitario che aiuta la compattezza del Paese di fronte alla sempre incombente minaccia del nemico russo. Il nazionalismo che la guerra ha rafforzato nella società ucraina, incluse le generazioni più giovani, rischia di legittimare sviluppi autoritari. In Ucraina sono già stati sciolti numerosi partiti e associazioni filorusse o ritenute tali, tra i quali anche il secondo partito ucraino in parlamento (Piattaforma di Opposizione-Per la Vita, filorusso). La chiesa ortodossa ucraina del patriarcato di Mosca, nonostante la sua condanna dell’invasione russa, non è sfuggita a misure restrittive del governo. Gli sviluppi politici ucraini sembrano avviati a consolidare un ordine che tuteli l’esigenza identitaria e prefigurano una “democrazia protetta”, ossia limitata a forze, culture, lingua e religione, ritenute leali all’identità nazionale dalle élites nazionaliste al potere. Tuttavia, una “democrazia protetta” potrebbe non garantire gli standard democratici richiesti dall’Ue per l’adesione.

La divisione dell’Ucraina

La divisione di fatto dell’Ucraina è il risultato dell’operazione speciale russa. Essa ha realizzato una spartizione “preventiva” del Paese, inglobando regioni dell’Ucraina orientale, più vicine alla Russia, “lasciando” all’influenza occidentale un’Ucraina ridimensionata nella sua forza economica e condizionata nella sua vita politica. Inoltre, lo stato di guerra e la democrazia limitata in Ucraina rischiano di rinviare a tempi indefiniti l’adesione di Kyev a Ue e Nato. Le motivazioni dell’“operazione speciale” russa restano controverse, i suoi costi e risultati sono oggetto di discussione, ma in ogni caso essa ha realizzato i presupposti di una situazione piena di rischi per l’Ucraina che verrà.

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