I palestinesi hanno una strategia?

La prospettiva di annessione unilaterale di porzioni della Cisgiordania da parte di Israele ha rimescolato le carte nel fronte palestinese. Sia Fatah che Hamas, i due capofila rispettivamente in Cisgiordania e a Gaza, hanno tentato di sviluppare una propria risposta dinnanzi all’opzione che minerebbe in maniera sostanziale la soluzione a due Stati. In parte in linea con la propria storica postura ma anche foriera di importanti novità. Ciò che invece non è chiaro è quanto tali nuovi approcci siano parte di una più ampia visione strategica o siano piuttosto da considerarsi frutto della contingenza. In altre parole, esiste una strategia palestinese? E se si, di cosa si tratta?

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Il paradosso del doppio Stato

Quando si parla del fronte palestinese è necessario rammentare l’esistenza di un dualismo statuale che dura sin dal 2007 e che pertanto limita a priori l’esistenza di una strategia comune. Nel giugno di quell’anno, infatti, il breve tentativo di Hamas di entrare a far parte dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) si infranse con il golpe militare che il movimento islamico portò a termine a Gaza. Da semplice partito politico Hamas si era presto trasformato in una vera e propria entità statuale. Non più alternativa a Fatah o agli altri partiti palestinese nella più classica delle competizioni politiche, bensì in contrapposizione con l’ANP nella sua interezza all’interno di una dialettica tra istituzioni. O meglio, nel solco di una vera e propria guerra civile intra-palestinese.

Da quel momento in avanti nei Territori palestinesi si registra una situazione paradossale tale per cui la popolazione palestinese non è in grado di esprimere un proprio Stato ma può informalmente presentarne due, distinti e in contrapposizione. L’estrema eterogeneità territoriale, economica e culturale tra la Cisgiordania e Gaza rende oggi più difficile il perseguimento di una loro riunificazione. In uno scenario in cui gli interessi, i bisogni e le aspirazioni delle due Palestine rispondono ad agende scarsamente conciliabili.

Chi in questi anni ha approfittato di tale condizione è Israele. Ininterrottamente al potere dal 2009, il premier Netanyahu ha perseguito il più classico dei divide et impera, alimentando la frammentazione intra-palestinese e avvantaggiandosene. In che modo? In particolare, permettendo al Qatar di rimpinguare le casse di Hamas con l’afflusso di finanziamenti periodici, nonostante il blocco totale imposto alla Striscia a partire dal 2007. Dalla prospettiva di Netanyahu, infatti, Hamas è assurto alla condizione di miglior nemico, la cui permanenza al potere ritarda a tempo indeterminato il giorno in cui Israele dovrà sedersi al tavolo negoziale e riconoscere uno vero Stato palestinese.

Il massimalismo, peccato originale palestinese

Tale dualismo è emerso ancora una volta negli ultimi mesi, quando i singoli attori palestinesi hanno provveduto a costruire delle agende indipendenti in risposta alla volontà di annessione del nuovo governo israeliano. L’unico filo rosso che le lega è rappresentato dall’approccio massimalista. Peccato originale che caratterizza i palestinesi da ancor prima che Israele nascesse. Codice inscritto nella fibra antropologica palestinese, il quale periodicamente emerge, impedendo una reale conciliabilità tra le proprie richieste e la realtà sul campo, la quale le è sempre più avversa.

L’ANP ha visto spendersi in prima persona il presidente Abu Mazen, rimasto al contrario nelle retrovie nella gestione della crisi pandemica. In varie dichiarazioni, il successore di Arafat ha annunciato l’intenzione di recedere da tutti gli accordi con Israele qualora l’annessione si concretizzasse. In particolare, a maggio l’Autorità palestinese ha interrotto parzialmente la cooperazione in materia di sicurezza con Israele. Come misura simbolica, inoltre, l’ANP ha rifiutato un doppio carico di aiuti medici e sanitari provenienti dagli Emirati Arabi Uniti, in quanto giunti attraverso l’intermediazione israeliana. Per le implicazioni internazionali può invece dimostrarsi più rilevante la manifestazione di Gerico, tenutasi a fine giugno per protestare contro la possibile annessione israeliana. In quell’occasione, infatti, si è registrata la partecipazione di due importanti diplomatici: l’inviato Onu per il processo di pace in Medio Oriente, Mladenov, e il rappresentante europeo a Gaza e in Cisgiordania, Von Burgsdorff.

Dal canto suo, Hamas non ha fatto attendere la propria risposta. Il portavoce delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, Abu Obeida, ha affermato che l’eventuale annessione unilaterale verrebbe considerata una vera e propria dichiarazione di guerra. In tale maniera pertanto si allude a una possibile escalation militare che potrebbe ricomprendere financo la ripresa degli attentati terroristici tramite attacchi suicidi. Una tattica che in realtà non è chiaro se Hamas possa tornare a condurre, sia in termini politici, per la dipendenza da Israele precedentemente menzionata, che sul piano operativo. Non a caso dall’elezione di Trump ad oggi, nonostante le importanti novità come lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, Hamas non ha mai alzato eccessivamente il tiro. Si è limitato a una tattica di disobbedienza civile – la così detta Marcia del Ritorno tra il marzo 2018 e il dicembre 2019 – e al lancio periodico di razzi verso il territorio israeliano, privi di una reale efficacia militare data la pressoché inviolabile capacità anti-missilistica che può vantare lo Stato ebraico.

Riconciliazione e negoziato, unica via percorribile

Il 1° luglio, data inizialmente annunciata da Netanyahu come l’ora zero per l’inizio del processo di annessione, si è concluso con un nulla di fatto. Nella decisione di rimandare l’annessione unilaterale ha influito una serie complessa di considerazioni da cui è utile estrarne soprattutto due. In primo luogo, l’amministrazione Trump non ha concesso una formale luce verde, preferendo mantenersi nel solco del Piano di Pace presentato a gennaio il quale, sebbene altrettanto favorevole a Israele, prevede un negoziato di 4 anni con la parte palestinese. In seconda battuta nei primi giorni di luglio il governo israeliano è stato impegnato in due dossier ben più urgenti. Da un lato una nuova ondata di Coronavirus, addotta dal ministro della Difesa Gantz come giustificazione utile a rimandare qualsiasi piano di annessione. Dall’altro lato la ben più strategica competizione con l’Iran. Non è difficile immaginare che dietro la serie di esplosioni e incendi occorsi a varie località nucleari del territorio iraniano, come la centrale di Natanz, ci sia stato un attacco cibernetico dell’unità 8200 delle IDF.

In uno scenario del genere l’intero fronte palestinese dovrà dismettere la propria postura massimalista se vuole salvare il salvabile. Ciò significherebbe, in primo luogo, dare una sterzata decisiva al processo di riconciliazione intra-palestinese, adducendo l’annessione israeliana come l’utile giustificante in grado di far digerire alle singole componenti del panorama palestinese tale processo di riavvicinamento. Una reductio ad unum suggerita sulle pagine del Time dall’ex primo ministro palestinese Salam Fayyad, il quale ha reclamato a gran voce la necessaria creazione di un nuovo Palestinian consensus. In questa direzione sembra porsi un primo tentativo di riavvicinamento rappresentato dalla videoconferenza congiunta tenuta da Fatah e Hamas all’inizio di luglio. Da Ramallah è intervenuto il segretario generale di Fatah Jibril Rajoub mentre collegato da Beirut ha preso la parola Saleh al-Arouri, già a capo delle brigate al-Qassam in Cisgiordania. Nella dichiarazione congiunta i due hanno tenuto a sottolineare come la risposta all’eventuale annessione sarà coordinata.

In secondo luogo, i palestinesi dovranno tornare al tavolo negoziale, prendendo atto del piano trumpiano e negoziando affinché possano essere riconosciute condizionalità a loro più favorevoli. Seppure in colpevole ritardo, un primo passo è stato fatto dal premier Shtayyeh. A pochi giorni dall’ora zero del 1 luglio ha inviato una lettera al Quartetto per il Medio Oriente (Onu, Usa, Russia e Unione Europa) proponendo una controproposta al piano trumpiano con cui far ripartire i negoziati diretti interrotti nel 2014. In termini tattici tale mossa è anzi tutto propedeutica a prender tempo. Quantomeno sino alle presidenziali americane di novembre, che diranno se alla Casa Bianca entrerà un Presidente a loro più favorevole. Su un piano strategico tuttavia i palestinesi dovranno ripensare interamente la propria postura di lungo periodo e smettere di navigare a vista. Anzi tutto, realizzando quanto prima che gli equilibri regionali stanno volgendo nettamente a loro sfavore. In particolare, grazie allo sdoganamento dello status di Israele da parte di importanti attori arabi. Un temporeggiamento illimitato non è più un’opzione, in uno scenario in cui la questione palestinese non rappresenta più l’ombelico del Medio Oriente e rischia, una volta per tutte, di essere degradata da affare politico-strategico a mera questione tecnico-procedurale.

Pietro Baldelli,
Geopolitica.info