I paesi UE nella rete del debito

La tematica del debito sta tenendo banco in queste settimane dopo la pubblicazione da parte dell’’Eurostat dei dati aggiornati sul debito pubblico dei Paesi Ue e dopo l’invio della richiesta di chiarimenti, rivolta al ministro dell’economia italiana, dai commissari Ue Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, prima della apertura di una procedura di infrazione per eccesso di debito. 

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La Grecia risulta essere il paese che ha un debito più alto (181,1%), mentre l’Italia si colloca al secondo posto con un debito pari al 132,2%. Seguono Portogallo (121,5%), Cipro (102,5%), Belgio (102%), Francia (98,4%) e Spagna (97,1%). In controtendenza, invece, Estonia (8,4%), Lussemburgo (21,4%) e Bulgaria (22,6%). Mentre i dati sul deficit mostrano come Paesi a deficit più ampio sono Romania (al 3% ) e Cipro (al 4,8%), a fronte di una media dell’Eurozona pari allo 0,5 %, con Paesi in avanzo quali Lussemburgo (2,4%), Bulgaria e Malta (2%), Germania (+1.7%), Olanda (1,5%) e Grecia (1,1%).

E’ un dato significativo che ben 7 Paesi su 17 dell’Eurozona presentino un debito superiore agli standard europei richiesti. Un dato significativo perché rende manifesto come, ormai, il debito costituisca un dato strutturale le economie europee. Eppure fortemente osteggiato dalle istituzioni di Bruxelles. L’attenzione verso il debito pubblico e il rapporto deficit/Pil non costituisce certo una novità nel dibattito europeo.  

Infatti, già il Trattato di Maastricht, istitutivo dell’Unione Europea (UE) aveva determinato 5 parametri funzionali a rendere convergenti economie che viaggiavano a velocità differenti all’interno di un unico mercato che dovesse apparire il più stabile possibile agli occhi degli investitori esteri. In particolare, si richiedeva che il debito pubblico non valicasse il 60% del prodotto interno lordo, che il disavanzo nei conti dello Stato non superasse il 3 per cento del prodotto interno lordo. Nello stesso senso si muove il Fiscal Compact (o nuovo Trattato sulla stabilità) entrato in vigore il 1° gennaio 2013 statuendo la riduzione progressiva del debito pubblico eccedente la soglia del 60% nel rapporto PIL/debito pubblicol’obbligo di posizione di bilancio degli Stati in pareggio o addirittura in attivo e un limite tollerabile di disavanzo strutturale non superiore allo 0,5% del PILprescrivendo la apertura della procedura per disavanzo eccessivo davanti alla Corte di giustizia europea.  

Ed effettivamente, ad oggi il binomio debito pubblico-procedura per disavanzo eccessivo costituisce il fulcro della politica monetaria e finanziaria dell’Ue. Ma il percorso che ha permesso il passaggio dal Trattato di Maastricht al Fiscal compact non può intendersi certo lineare né privo di contraddizioni. Anzi proprio le ragioni storico-istituzionali ed economiche che hanno orientato gli Statmembri verso l’adozione di un nuovo Trattato di stabilità sono le medesime ragioni giustificative odierne dell’eccessivo debito di molti Paesi Ue. Infatti, il Fiscal Compact è stato negoziato nella seconda metà del 2011, come reazione nei confronti di una crisi economico-finanziaria, sorta negli Stati Uniti ma, esportata nel Vecchio Continente come crisi dei debiti sovrani.  

Crisi dei debiti sovrani generata da uno sbilanciamento strutturale della governance economica europea tutta incentrata sulla politica monetaria e a scapito di una unitaria politica economica. Le decisioni, infatti, in materia monetaria sono state attribuite principalmente alle istituzioni di Bruxelles, mentre le decisioni fondamentali, influenti anche sul piano comunitario, in materia di politiche economiche sono sostanzialmente rimaste in capo ai singoli Stati membri. Tale discrasia si è stanziata, da un lato, nella impossibilità di vedere nella BCE una prestatrice di ultima istanza e, dall’altro, nella conservazione delle differenze, ante 1992, tra economie nazionali forti ed economie nazionali deboli.  

Tradizionalmente le Banche Centrali sono chiamate a garantire i debiti pubblici contratti dal proprio governo. Differentemente, la BCE non può essere chiamata a gestire situazioni di mancanza di liquidità da parte di uno soltanto dei singoli Stati dell’Eurozona. Crisi di liquiditàasimmetricamente distribuite, che non possono mancare all’interno di una realtà fortemente variegata di modalità di gestione e di amministrazione pubblica. Differenti livelli di produzione, differenti livelli di flessibilità salariale, differenti livelli di mobilità del lavoro nonché differenti regolamentazioni giuridiche di accesso al mercato finanziario costituiscono i caratteri precipui dei Paesi dell’Eurozona e, al contempo, le cause dei possibili shock asimmetrici, cioè di crisi che non colpiscono tutti allo stesso modo. 

Ebbene, in una situazione in cui realtà statuali come la Spagna e il Portogallo e la Grecia non riuscivano a collocare il loro debito perché nessun creditore era disposto ad acquistarlo, nell’estate 2011 tra i governi europei si diffonde la convinzione che l’adozione di un nuovo Trattato di stabilità capace di introdurre, per la prima volta, una politica fiscale di tipo federale avrebbe convinto i mercati a continuare ad investire nel debito pubblico dei paesi maggiormente colpiti dalla crisi finanziaria, al fine di garantirne la sostenibilità e l’accesso ai mercati. Queste le ragioni di fondo della adozione di ulteriori vincoli di pareggio di bilancio all’interno del Fiscal Compact. 

Pertanto, il fatto che, ancora oggi, si continui a parlare di debito e di disavanzo eccessivo, oltreché di innalzamento dello spread, rende evidente l’inadeguatezza delle disposizioni contenute in questo ulteriore patto intergovernativo. Forti risultano essere le tendenze speculative da parte degli operatori del mercato finanziario globale nei confronti dei debiti sovrani nell’eurozona. Gli operatori di mercato, infatti, sono consapevoli di trovarsi di fronte una Unione monetaria “zoppa” che impedisce alla BCE di attivare la leva monetaria dei tassi di sconto (attraverso svalutazione e la rivalutazione dell’euro), di variare la quantità di moneta in circolazione o di variare il tasso di interesse a favore di situazioni di crisi di soli e di pochi Paesi aderentiConseguentemente, a fronte di soluzioni suscettibili di essere applicate esclusivamente in una economia dalla consistenza omogenea, la BCE si ritrova paralizzata e impossibilitata ad adottarle in quanto finirebbero con l’aggravare le situazioni di crisi avvantaggiando le economie già forti.

In altri termini, in una Unione monetaria “zoppa e sbilanciata” gli Stati membri si ritrovano ad adottare decisioni di politica economica e di politica finanziaria emettendo il proprio debito in una moneta che effettivamente non controllano. Ne deriva che i singoli governi nazionali non potranno mai garantire, con assoluta certezza, che saranno in grado, in futuro, di adempiere ai debiti contratti perché non hanno alcuna possibilità di influenzare Bruxelles nella emissione di liquidità sufficiente per rimborsare alla scadenza i detentori dei titoli pubblici. L’andamento del mercato può esporli in una situazione tale che il deficit salga, la liquidità non sia sufficiente e sia necessario emettere nuovo debito; un debito, però, non garantito e come tale non spendibile sul mercato finanziario globale. In questi termini si esprime la relazione biunivoca tra deficit e debito sovrano, tra debito sovrano e sfiducia del mercato finanziario globale, tra esigenze di stabilità del mercato unico e mancanza di strumenti comunitari di stabilizzazione delle crisi asimmetriche nell’Eurozona.  

La mancanza di una uniformazione delle economie dei Paesi Ue, l’assenza di strumenti flessibili di stabilizzazione, capaci di adeguarsi alla eterogeneità delle economie nazionali, e di una unica politica economica costituiscono le principali ragioni dell’esistenza di situazioni di debito eccessivo.  Ma costituiscono anche le ineludibili questioni che il Parlamento Europeo, neoeletto, sarà chiamato a risolvere (si veda L’Ue al suo giro di boa, pubblicato sul medesimo portale).