I nodi più significativi del rapporto Italia-Cina dal Conte-1 al Conte-bis fino al neo-governo Draghi

Mentre il Paese sta affrontando una nuova crisi politica e istituzionale, con la designazione del Presidente incaricato Mario Draghi occorre fare qualche considerazione sui rapporti fra Italia e Cina. Alla luce degli accordi presi nell’arco dei due anni che hanno visto il Movimento 5 stelle impegnato in due coalizioni con obiettivi differenti, il nuovo Presidente del Consiglio e la sua squadra di ministri dovranno offrire fin da subito una risposta efficace, dato il peso crescente che la Cina ha assunto in molti ambiti della nostra economia nazionale. Almeno due le considerazioni preliminari: una, di natura economica, l’altra di natura più geo-politica.

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Se dal Conte-bis, unione tra Movimento 5-stelle e Partito Democratico ci si aspettava un riallineamento europeista, bisogna dire che questo non è stato troppo convincente. Da un partito, i 5 stelle, eletto perché anti-sistema e un presidente, Giuseppe Conte, dichiaratosi pubblicamente populista l’inversione a U non deve aver riscosso troppa credibilità in Europa dove l’Italia ha mancato proprio di recente una occasione importante ai tavoli del CAI, l’Accordo Comprensivo sugli Investimenti. Firmato lo scorso 30 dicembre, dopo sette anni di negoziati, l’accordo rappresenta la prima apertura del mercato cinese all’UE in una serie di settori e questioni chiave.

Presenti ai tavoli, in video conferenza, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente della Commissione europea Von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, a cui si sono aggiunti la cancelliera tedesca Angela Merkel a nome della presidenza del Consiglio dell’UE, e il presidente francese Emmanuel Macron. Dell’Italia non c’è traccia.

Il nostro Paese ha quasi certamente pagato l’incoerenza di una strategia nazionale che ci ha visti intenti nell’intessere una relazione privilegiata con Pechino, partita con la firma del Memorandum sulla via della seta a Marzo del 2019, per ottenere qualche vantaggio (sulla carta) nell’export verso la Repubblica Popolare, allontanandoci dalla linea istituzionale europea che suggeriva invece cautela e unità di visione.

Purtroppo, i benefici del MoU non si sono mai verificati. Non sono decollate le esportazioni di prodotti italiani verso il ricco mercato cinese, né tantomeno sono migliorate le nostre relazioni con il Dragone, se non in minima parte, e relativamente alla filantropia delle elites.

Se una delle principali motivazioni che hanno spinto il governo giallo-verde a sottoscrivere il MoU, come dichiarato, si poteva trovare nella necessità di colmare il disavanzo commerciale con la Cina, nella speranza cioè di aumentare le esportazioni dei nostri prodotti, il MoU ha sicuramente disatteso le aspettative: dati recenti danno all’ 0,4% l’import dalla Cina per il 2020, anche quest’anno complice anche la pandemia, l’export dall’Italia verso la Cina risulta calato dal 13% all’8%, quantificabili in 13.2 miliardi di euro di esportazioni contro i 43 miliardi della Cina.

Dopo la crisi di Agosto 2019 e le dimissioni del vice-premier e segretario politico della Lega, Matteo Salvini, il nuovo assetto della coalizione tra Movimento 5-stelle e Partito Democratico, non ha portato meriti né demeriti. Uno stile politico tiepido e insicuro nei movimenti e nelle alleanze non ha aiutato lo sviluppo di quelle relazioni economiche sino-italiane, che erano state così teatralmente pubblicizzate sui media tradizionali e sui social media, con la visita di Xi Jinping e la firma degli accordi a Roma.

Il (già traballante) esecutivo guidato da Conte-bis ha ridotto portata e ricadute del governo giallo-verde, nel bene e nel male, preoccupandosi di offrire qualche risposta ai partner europei sconcertati dalla firma di un accordo che metteva in crisi di credibilità tutta l’istituzione, andando a toccare con mano pesante, proprio di quell’accordo comprensivo sugli investimenti da anni in fase di trattativa tra l’Unione e la Repubblica Popolare.

Il CAI ha tra i suoi scopi, infatti, quello di giungere ad un equo trattamento fra le aziende dei paesi membri e le state-owned enterprise (SOE’s) cinesi, compresa la garanzia di trasparenza sui sussidi, in modo che le prime possano competere nel mercato della Repubblica Popolare a parità di condizioni, assicurando una certa facilità nella burocrazia amministrativa (ad oggi uno dei principali ostacoli all’ottenimento delle autorizzazioni per le aziende europee) di volta in volta legate a decisioni di Partito.

Altro nodo fondamentale e a questo legato a doppio filo è l’adesione allo screening sugli investimenti diretti esteri (IDE), di cui il governo PD di Paolo Gentiloni era stato firmatario in sede europea, che costituisce ad oggi l’unico tentativo di regolamentazione e revisione unitario per l’UE degli investimenti provenienti da Paesi extra-Ue come la Cina. Una misura ritenuta necessaria dalla Commissione per porre uno scudo alla sete cinese di asset commerciali, industriali e tecnologici strategici nei paesi EU, finalizzata a ridurre la crescente influenza di Pechino sulla politica interna dei paesi membri attraverso la leva economica.  Una questione non da poco su cui i 5 Stelle hanno mostrato una differente e per certi versi ingenua o impreparata visione.

L’Unione, da sempre scettica verso il progetto della via della seta, considerato estremamente competitivo e potenzialmente dannoso se visto come una via a senso unico, non ha reagito bene all’adesione dell’Italia al progetto, ritenendo troppo debole la strategia di trattare bilateralmente con Pechino su questioni di interesse comunitario e globale. La mossa italiana ha offerto, almeno in linea di principio, alla Cina, la garanzia del governo alla piena cooperazione di molti settori, da quello delle infrastrutture, ai media e all’educazione in modo bilaterale.

Durante il governo giallo-verde è rimbalzata al mittente ogni preoccupazione evocata sulla possibilità che l’Italia potesse subire la stessa sorte toccata alla Grecia per quanto riguarda le infrastrutture, prese di mira dalla Cina nello sviluppo della Belt and Road, tramite la trappola del debito.

Una partita che sembra chiusa, almeno per il momento, è quella sul porto di Trieste. Lo sviluppo dell’hub era peraltro previsto dal Piano di Connettività Trans-Europeo (TEN-T), ed è stato oggetto del corteggiamento di Pechino, come risulta anche dal MoU che vi fa riferimento come luogo di approdo della via della seta marittima assieme a ferrovie e aeroporti civili.

La concessione data per favorita ai cinesi, che destava non poche preoccupazioni per la possibilità che un hub europeo potesse passare in mani cinesi, ridisegnando così l’afflusso e lo stoccaggio di merci in Europa, è invece andata con un aumento di capitale di poco superiore alla metà della proprietà alla società pubblica tedesca HHLA, già operatore del porto di Amburgo, realizzando così l’integrazione delle reti logistiche e portuali tra porti del Nord e Sud Europa.


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L’obiettivo di un nuovo governo di ritrovare il dialogo con Germania e Francia e l’istituzione Europa su questioni esistenziali ed essenziali non sembra più impossibile visto il calibro di tecnico e il tenore anche politico-internazionale del nuovo Presidente del Consiglio incaricato. Necessario sarà riformulare azioni e strategie che ridisegnino il ruolo dell’Italia nel complesso scacchiere geo-economico e geopolitico segnato dall’espansione cinese in Europa ma anche in Africa, luogo di molteplici interessi strategici nazionali e dalla competizione generata dagli investimenti nelle nuove vie marittime e terrestri con Grecia e Balcani.

Altrettanto indispensabile sarà prestare attenzione ai dossier sicurezza per i quali è necessario dare al più presto una soluzione convincente, primo fra tutti le implicazioni non solo politiche ma etiche dell’implementazione del 5G nelle reti di telecomunicazione esistenti. Occorrerà che il governo chiarisca la sua posizione in merito alle accuse di spionaggio rivolte a Huawei, leader del settore e candidata di punta per la costruzione della rete in fibra ottica di nuova generazione in Europa, diventata oggetto di una costante altalena politico-mediatica nei mesi scorsi dall’arresto della CEO Sabrina Meng in Canada. Questione spinosa non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa, su cui andrà dedicata la massima attenzione considerata la vulnerabilità dell’infrastruttura e la sua centralità per il futuro sviluppo del Paese. Infine, la necessità di prendere una posizione chiara sulla difesa dei diritti umani, assieme ai partner europei e transatlantici, recuperando autorevolezza anche sul fronte delle trattative per spingere la Cina ad attuare una normativa più stringente sul lavoro, specialmente sul lavoro forzato, implementando effettivamente le normative previste dalle convenzioni in materia dell’Organizzazione Internazionale sul Lavoro (ILO).