I luoghi delle migrazioni

A partire da lunedì 24 ottobre la giungla di Calais verrà smantellata ed ogni traccia della sua esistenza verrà inglobata nel ricordo dei media e della letteratura, che mai come per altri luoghi hanno speso parole e immagini, nel tentativo, talvolta illusorio, di carpirne l’essenza.

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Abitare gli spazi è un atto talmente carico di complessità che nel 1992 Marc Augè decise di catturarne la natura nel suo “Non-lieux : introduction à une anthropologie de la surmodernité”, e lo fece, paradossalmente, attraverso una negazione: se il luogo è definito dall’esistenza identitaria  e relazionale, il non luogo trae la sua definizione dall’assenza. Il non-lieu è il luogo del desiderio compulsivo, del consumo rapido, della velocità incontrollata, dell’abitare la soglia, dell’impermanenza. E’ la negazione della casa, con i suoi muri netti, le sue finestre e le sue porte capaci di creare un passaggio tra identità e alterità. E’ il trionfo della transitorietà fisica, sociale, emotiva. Quella stessa transitorietà che, secondo l’antropologo francese, caratterizza ambienti come aeroporti, hotel e campi profughi. Luoghi senza identità, nei quali tuttavia, l’identità, o la sua illusoria estensione fisica, è perennemente richiesta, ostentata, bramata.

Nella giungla di Calais  la transitorietà è  la condizione perenne, l’identità stessa del luogo. O meglio del non luogo. Non è un caso che Emmanuel Carrère inizi il suo reportage letterario (“A Calais”) citando un non lieu, l’Hôtel Meurice e finisca descrivendo la sua negazione, una casa con il giardino e le persiane aperte. Il non luogo si trasforma in luogo. La transitorietà diventa identità, l’invisibile diventa tangibile. Al punto che le parole stesse devono colmare un’assenza semantica, l’orrore dello spazio bianco, della blancheur descritta da Le Breton nel suo “Disparaître de soi:une tentation contemporaine”: il non luogo assume la dimensione della giungla, il caos  viene rinchiuso nei confini ordinatori della definizione e della rappresentazione.

Rappresentare, ci ha spiegato Yves Lacoste (“Che cos’è la geopolitica”), significa rendere reale e concreto qualcosa, al punto da riuscire a disegnarne i confini. Rappresentare, ci ha insegnato Goffman nel suo classico “La vita quotidiana come rappresentazione” significa assumere un ruolo e poco importa se questa rappresentazione sia reale o fittizia. La rappresentazione migratoria necessita della stessa concretezza e della stessa mappatura geografica e lessicale riservata alle nazioni. Eppure il concetto di migrazione sostiene Thomas Nail nel suo lavoro “The Figure of the Migrant” (Stanford University Press), è il contrario della staticità e dell’immobilità politica: è impossibile limitarne lo spazio nella descrizione dei suoi luoghi, o non luoghi. La figura del migrante, sostiene Nail, lontana dallla marginalità in cui era stata confinata, ha assunto un ruolo politico rilevante, come hanno dimostrato le recenti vicende di molti Paesi europei: dall’implosione Brexit, al referendum in Ungheria. La mobilità intrinseca al fenomeno migratorio, sottolinea Nail, da elemento eccezionale, negazione della staticità tipica della società, è ora costitutivo della realtà politico-sociale. L’ordine gerarchico che ha visto un’importanza crescente dell’immobilità è capovolto: o meglio, ammonisce Nail, non esiste più una gerarchia.