I Democratici pensano ad una nuova filosofia per una nuova politica estera americana

Quando si pensa alla candidatura di Biden per le presidenziali americane del 2020 e a come sarebbe il suo mandato se venisse eletto, viene naturale immaginarlo come una prosecuzione degli otto anni di presidenza Obama. In un recente articolo sul The Atlantic, Thomas Wright sostiene, invece, che il candidato democratico alla presidenza metterà in campo una moderata riforma della politica estera rispetto al suo predecessore e collega di partito.

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A questa riforma sta lavorando un gruppo di esperti, politici, accademici e membri dello staff del Congresso chiamato informalmente “Democrats 2021”, che comprende anche attuali membri della campagna di Biden ed ex consiglieri della presidenza Obama. Tra le convinzioni di questi esperti vi è la consapevolezza che una Grand Strategy per la politica estera americana non possa prescindere da una nuova filosofia economica. Oggi la competizione geopolitica dipende fortemente dal grado di successo nel plasmare l’economia globale e la Cina in questo campo è diventata un’avversaria molto insidiosa. Poiché, quindi, la sicurezza nazionale è sempre più intrecciata con gli interessi economici del paese, i “Democrats 2021” ritengono indispensabile un maggiore interventismo economico americano e invocano un maggior coinvolgimento degli esperti di politica estera nel formulare l’approccio economico del paese.

La maggioranza del gruppo dei democratici parte da un presupposto: l’ordine liberale internazionale – verso cui Obama nutriva grande fiducia – ha fallito nell’idea di poter trasformare in senso democratico e liberale la Cina solamente integrandola nelle istituzioni internazionali. Il maggior benessere economico dei cittadini cinesi derivante dall’accesso al mercato globale – con l’ingresso nel 2001 nella World Trade Organization – e dal rafforzamento degli scambi commerciali e del dialogo economico con gli USA – anche attraverso il Bilateral Investment Treaty firmato da Obama – invece di rendere l’economia cinese più aperta e liberale, ha legittimato il Partito Comunista ad aumentare il controllo sulle imprese e a portare avanti politiche protezioniste e stataliste più aggressive.  

Per vincere la sfida economica col gigante cinese l’America deve ripensare alcuni suoi dogmi. In un importante contributo per Foreign Policy, Jennifer Harris e Jake Sullivan, entrambi impiegati al Dipartimento di Stato durante la presidenza Obama, e il secondo anche National Security Advisor di Joe Biden, ne elencano principalmente quattro. 

Innanzitutto, bisogna smettere di continuare a considerare l’alto livello del debito americano come la principale preoccupazione per la sicurezza nazionale, e concentrarsi invece maggiormente sulla continua stagnazione dell’economia dovuta a un tasso di investimenti inadeguato. In tal senso, alcuni esperti di sicurezza nazionale fanno bene a insistere che solo una crescita degli investimenti in infrastrutture, tecnologia, innovazione ed istruzione renderà gli USA più competitivi con la Cina. Nell’articolo si sostiene che le politiche di austerity degli ultimi dieci anni hanno favorito l’emergere di varie forme di autoritarismi nel mondo (come quella di Bolsonaro in Brasile e Orban in Ungheria). È, però, importante discernere tra un buono e un cattivo debito: in tal senso viene giudicato negativo l’impatto economico della riforma del 2018 di Trump che ha tagliato circa 2 mila miliardi di tasse.

In secondo luogo, gli Stati Uniti devono tornare ad avere una politica industriale: cuore pulsante della storia americana, secondo Harris e Sullivan è stata abbandonata dagli anni 80. La futura amministrazione dovrà essere capace di orientare l’economia verso grandi mission come quella della lotta al cambiamento climatico e della transizione energetica. Ciò richiederà un massiccio numero di investimenti di lungo termine che solo lo Stato può mettere in campo nel momento in cui i privati continuano a preferire investimenti che portano profitti solo nel breve termine. La politica industriale assume inoltre un valore geopolitico visto il ruolo della Cina, che con la strategia “Made in China 2025” punta a diventare leader mondiale nel campo tecnologico e del manifatturiero avanzato.

Il terzo dogma che va superato è quello secondo cui ogni accordo commerciale è un buon accordo e che più commercio sia la risposta a tutto. Paul Krugman ha recentemente ammesso di aver sottovalutato,a suo tempo, gli effetti che l’entrata della Cina nel WTO avrebbe avuto sull’occupazione americana. Ecco perché nuovi accordi commerciali dovrebbero tenere maggiormente conto degli spillovers in termini di salari e di posti di lavoro prodotti all’interno del paese e non solamente delle opportunità di investimento estero delle grandi corporations americane. Un’altra priorità è quella di colpire le pratiche commerciali scorrette: non solo la localizzazione dei profitti nei paradisi fiscali ma anche la manipolazione delle valute. Questa pratica è stata molto utilizzata dalla Cina per influenzare deliberatamente il tasso di cambio del renminbi con il dollaro, svalutando la valuta cinese per rendere più competitivo il proprio export e accumulare un’ingente riserva di valuta estera. Colpire questa pratica significa per gli USA colpire il progetto della Via della Seta finanziato con queste riserve. 

Infine, è importante acquisire la consapevolezza che gli interessi degli Stati Uniti e dei cittadini americani non corrispondono con quelli delle grandi aziende multinazionali statunitensi. Troppo spesso i diplomatici americani girano il mondo negoziando i migliori accordi economici a favore delle corporationssenza che l’economia interna americana ottenga benefici rilevanti: gli investitori aumentano i profitti ma i posti di lavoro vengono creati fuori dal paese. Inoltre, secondo lo studio di Gabriel Zucman dell’Università della California, le aziende americane ogni anno evadono 70 miliardi di dollari di tasse grazie alle giurisdizioni fiscali favorevoli di paesi come l’Irlanda e la Svizzera. Tra le aziende che possono contare su un grosso supporto statale vi sono quelle dell’industria farmaceutica, considerate un vanto dell’export americano: in verità gli Stati Uniti possiedono la proprietà intellettuale ma la maggior parte della lavorazione si svolge all’estero. In futuro quindi la funzione di advocacy che il governo svolge per le aziende americane all’estero dovrà essere più oculata, perché essa costituisce un privilegio e non un diritto.  

Queste idee potrebbero andare a comporre la nuova strategia economica statunitense nel caso Joe Biden vincesse le elezioni a novembre. Il dibattito continuerà fino ad allora ma una cosa è certa: la politica estera americana non sarà efficace senza una nuova filosofia economica che sappia difendere realmente gli interessi americani nel mondo.