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TematicheEuropaI Balcani occidentali fra Nato ed Unione europea

I Balcani occidentali fra Nato ed Unione europea

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Dal 19 al 22 novembre il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha visitato la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, la Serbia e la Macedonia del Nord, quest’ultima membro dal 2022. Una visita che si è svolta in un momento di rinnovata tensione che caratterizza la regione. 

La Bosnia-Erzegovina fa parte del Piano d’azione per l’adesione alla Nato dal 2010. Tuttavia, non ha compiuto passi concreti verso l’adesione a causa della lentezza delle riforme e dell’opposizione dei leader serbo-bosniaci, che si oppongono all’adesione e hanno anche bloccato i tentativi di aderire alle sanzioni internazionali contro Mosca. Alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e del mutato contesto di sicurezza in Europa, infatti, la Nato ha aumentato il suo sostegno alla Bosnia e nel 2023 ha approvato un nuovo pacchetto di sviluppo delle sue capacità di autodifesa. Allo stesso tempo c’è il problema Kosovo. L’Alleanza nord-atlantica intende fare ogni sforzo per evitare che si ripetano i disordini e le violenze registratesi lo scorso maggio a Zvecan e a fine settembre a Banjska, motivo per cui il contingente della Kfor, passato di recente a guida turca, è cresciuto di mille unità, l’aumento militare più rilevante dell’Alleanza nell’ultimo decennio. L’obiettivo dichiarato è di garantire che la Kfor continui ad adempiere al mandato conferitole dall’Onu, ovvero mantenere un ambiente sicuro e stabile, e garantire la libera circolazione per tutto le persone in Kosovo. “Sicurezza, stabilità, e libertà di movimento per tutti sono una priorità”, ha detto Stoltenberg. 

Nel nord del Kosovo, a maggioranza serba, il clima continua però ad essere teso, e sono tornate le intimidazioni verso i serbi che collaborano con le istituzioni kosovare. Nei giorni scorsi è stata bruciata l’auto della vicesindaca di Leposavic, Dragana Miletic, oppositrice di Aleksandar Vucic e dei suoi alleati locali. A metà novembre, inoltre, ci sono state tre esplosioni a Mitrovica Nord, vicino all’ufficio della motorizzazione civile, dove nelle scorse settimane molti serbi del Kosovo hanno cambiato le vecchie targhe serbe con le nuove emesse dalla Repubblica del Kosovo, in vista della scadenza del periodo transitorio e del rischio di confisca dei veicoli da parte della polizia kosovara. Una questione all’apparenza marginale, che però rappresenta una miccia bella e buona pronta a essere innescata, a volte anche con la complicità inconsapevole di Bruxelles. 

Il 16 novembre, infatti, la Commissione europea ha proposto a Consiglio e Parlamento Ue di rimuovere dal 2024 l’eccezione, in vigore dal 2009, che impedisce l’accesso senza visti Schengen ai cittadini serbi residenti in Kosovo. Come si legge nella proposta della Commissione, “eliminando l’esclusione dall’esenzione dal visto per i titolari di passaporti serbi rilasciati dalla Direzione di Coordinamento serba si garantirebbe che l’intero territorio dei Balcani occidentali sia soggetto allo stesso regime di visti.” Una proposta coerente con gli sforzi dell’Ue per accelerare l’integrazione della regione dei Balcani occidentali. Ma da Pristina si sono alzate voci di protesta. La possibilità di viaggiare visa-free era infatti uno dei principali incentivi per i serbi del Kosovo di prendere un passaporto emesso da Pristina, anche in vista del nuovo regime in base al quale sarà finalmente possibile per i cittadini kosovari viaggiare senza visti nello spazio Schengen dal 1° gennaio 2024. Nel corso del 2023 alcune migliaia di serbi del Kosovo hanno fatto richiesta di un passaporto biometrico kosovaro, ma secondo il ministero degli interni di Pristina sono ancora in molti a non averlo, e si tratterebbe soprattutto di veterani delle guerre degli anni ’90.

Un aspetto questo fondamentale, se non dirimente, anche in un’ottica politica prettamente serba. Con le elezioni anticipate indette da Vucic per il 17 dicembre, il partito di governo a Belgrado potrebbe premere ancora di più sulla narrativa del “terrore” contro i serbi in Kosovo in chiave nazionalista ed elettorale. Una eventuale reazione da parte delle istituzioni di sicurezza kosovare darebbe ancora più spazio all’attuale premier di presentarsi come vittima presso la comunità internazionale e come unico baluardo dei serbi contro Pristina presso l’elettorato serbo.

Per quanto riguarda Bruxelles, dopo le manifestazioni d’intenti generali sull’allargamento, da alcune settimane sono iniziate le discussioni politiche per stringere concretamente i rapporti tra i Ventisette e i sei Paesi balcanici in campi specifici, anche prima della loro adesione formale. Nella recente riunione ministeriale Ue-Balcani Occidentali del 13 novembre, sul tavolo delle discussioni è circolato un documento non ufficiale – non paper – portato da 7 stati membri più aperturisti, fra cui l’Italia, per l’integrazione immediata dei partner per quanto riguarda la politica estera e la sicurezza comuni.  Per Bruxelles è diventata una priorità fornire un forte sostegno politico, tecnico e finanziario a tutti i candidati – con negoziati di adesione già avviati (Albania, Macedonia del Nord, Montenegro, Serbia) o meno (Bosnia ed Erzegovina) – e potenziali tali (Kosovo), per portare avanti le principali riforme politiche, istituzionali, sociali ed economiche. Un’agenda in 14 punti che si connette al Piano di crescita per i Balcani Occidentali e nella visione dell’integrazione graduale e accelerata in campi specifici dei Paesi sul percorso dell’allargamento Ue.

Il meccanismo sembra essersi messo in moto per un allargamento de facto, e il destino europeo della regione ha indubbiamente subito un’accelerata dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Ma il percorso rimane pur sempre tortuoso, più che lungo, e come per ogni altro paese sono sempre le dinamiche di politica interna a dettare passi, tempi e ritmi del futuro – come dimostrano le relazioni fra Serbia e Kosovo, o quelle fra le diverse forze politiche bosniache. 

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