L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi.

Anche in Italia si insinua il dubbio sul provider cinese Huawei. Fin’ora a parlarne in modo critico è stato solo il quotidiano La Stampa, subito smentito in una nota dal MISE. Il Governo italiano  sbaglia a non dedicare la giusta attenzione al caso che da mesi sta interessando le agenzie di intelligence occidentali, preoccupate che Huawei possa rappresentare una minaccia alla sicurezza occidentale.

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Secondo il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono le prove oggi che la sicurezza nazionale possa essere messa in discussione, né per quanto riguarda la partecipazione di Huawei né di ZTE, l’altra azienda di tecnologia cinese, in vista dell’adozione del 5G in Italia. Secondo il MISE l’utilizzo di Huawei al momento non è considerato rischioso ma voci del Ministero della Difesa e degli Esteri sosterrebbero il contrario. Un caso che necessiterebbe una adeguata discussione a livello governativo e parlamentare.

L’azienda cinese Huawei in Italia è già in gran parte presente sul territorio nazionale, dal momento che si è già aggiudicata la fornitura dei sistemi di monitoraggio O&M (Operations and Maintenance di Open Fiber azienda leader nella fibra ottica, per mezzo del quale gestirà e monitorerà la rete di almeno dieci città italiane. Dal 2014 ha avviato poli di innovazione tecnologica a Roma, Milano, Torino e in Sardegna, su tecnologie chiave con un certo numero di università italiane: Padova, Pavia, Trento, Perugia, Bologna e il Politecnico di Milano. Ha instaurato rapporti a lungo termine con tutti i principali operatori in Italia, tra cui Telecom Italia, Vodafone, Wind-3 e Fastweb. ZTE, altra azienda cinese nel mirino delle agenzie di intelligence per la sicurezza occidentali, è già provider di sviluppo di Wind-3 ed è impegnata nella realizzazione delle reti 5G. Se di esclusione dovesse trattarsi, implicherebbe una decisione collegiale di disimpegno, presa dal Governo, con conseguenze economiche rilevanti. Una decisione tuttavia possibile attraverso l’esercizio dei poteri speciali esercitabili (secondo decreto-legge 15 marzo 2012) nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Come spesso accade il dibattito arriva con un consistente ritardo ma è lecito sollevare preoccupazioni riguardo alla salvaguardia degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno messo in guardia l’Europa dai possibili rischi legati alle attività di spionaggio cinese attraverso infrastrutture sensibili come quelle internet di nuova generazione.  Risale ad agosto, un disegno di legge firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vieta al governo degli Stati Uniti di utilizzare apparecchiature Huawei. Ad oggi anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dalla costruzione delle reti 5G, a causa dei suoi possibili legami diretti con Pechino.

Le agenzie europee si sono mostrate concordi sulle preoccupazioni: pochi giorni fa il servizio di sicurezza norvegese PST ha lanciato un avvertimento sul gigante cinese, i cui legami con il Governo troppo poco liberale di Pechino risultano tali da sollevare serie considerazioni. “Bisogna stare attenti agli stretti legami tra un attore commerciale come Huawei e il regime cinese”, ha detto il capo dell’intelligence nazionale norvegese PST, Benedicte Bjornland, presentando un rapporto di valutazione del rischio nazionale per 2019. “Un attore come Huawei potrebbe essere soggetto ad influenza dal suo paese d’origine fino a quando la Cina avrà una legge sull’intelligence che impone a privati, enti e società di cooperare con la Cina”, ha affermato.

Nel 2017 la Cina infatti ha approvato una nuova legge sull’intelligence investendo, dopo un insolito breve giro di discussioni, di ulteriori poteri le agenzie di sicurezza cinesi, non solo all’interno ma anche all’esterno della Cina, verso gruppi stranieri e persone che presumibilmente danneggerebbero la sicurezza nazionale. La legge permette alle autorità deputate alla sicurezza cinese, solide basi legali per monitorare e indagare individui e organismi sia stranieri che nazionali –  dichiara Reuter, in un’intensificazione della sorveglianza statale oltre confine. Secondo la legge, i veicoli, i dispositivi di comunicazione e persino gli immobili, come gli edifici, possono essere usati o sequestrati dalle autorità durante la raccolta di informazioni.

In Europa la Polonia è l’unico paese che si è detto favorevole a limitare l’uso dei prodotti della compagnia cinese da parte di enti pubblici in seguito ad una grave accusa di spionaggio e all’arresto di un dipendente di Huawei. Il ministro degli affari interni, Joachim Brudzinski, ha invitato l’Unione europea e la NATO a lavorare su una posizione comune per escludere Huawei dai loro mercati.

In Germania la cancelliera Angela Merkel ha escluso un divieto assoluto contro il fornitore cinese per la gara sul 5G di Marzo, il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha segnalato che qualsiasi restrizione legata al passaggio della Germania alla tecnologia di prossima generazione non implicherà il targeting di società specifiche, ma piuttosto una comune legislazione che sottoponga tutti i potenziali fornitori di servizi a standard di sicurezza rigorosi. Eppure le agenzie di sicurezza tedesche hanno votato all’unanimità a gennaio per il divieto. Il dilemma tedesco si gioca probabilmente in seguito alle dichiarazioni dell’influente associazione dell’industria BDI che il 6 febbraio scorso avvertiva che una tale mossa avrebbe indotto Pechino a rappresaglia contro le aziende tedesche in Cina. Anche in Francia, il senato ha appena respinto una proposta di legge volta a rafforzare i controlli sulle apparecchiature di telecomunicazione Huawei, ma solamente perché, come diversi senatori hanno sottolineato, il governo non ha offerto loro il tempo sufficiente per discutere adeguatamente la questione, che hanno riconosciuto come cruciale e strategica. Lo sviluppo futuro della tecnologia mobile di quinta generazione ha sollevato preoccupazioni in Francia, poiché due dei principali operatori di telecomunicazioni della Francia, Bouygues Telecom e Gruppo SFR di Altice Europe, stanno già utilizzando le apparecchiature Huawei per la loro rete.

Il Regno Unito vive ore decisive, con il termometro politico che si surriscalda attorno al ruolo di Huawei nel paese, gli operatori di telefonia mobile attendono una decisione del governo in merito alla possibilità di continuare a operare con il provider cinese: come riporta la BBC i principali operatori inglesi sono a conoscenza della necessità di tenere Huawei al di fuori dalle parti più sensibili delle reti, ma un divieto generalizzato sarebbe un disastro per il lancio del 5G nel Regno Unito, perché considerata una tecnologia vitale.

A quanto pare le resistenze europee sono soprattuto economiche, laddove già numerosi operatori hanno avviato con Huawei partnership e iniziative congiunte, stesse motivazioni che portano presumibilmente l’Italia a respingere l’ipotesi di una messa al bando dell’azienda cinese.  Alcuni analisti hanno suggerito che vietare Huawei potrebbe un vuoto che nessun altro operatore è in grado riempire tempestivamente, e potrebbe compromettere le implementazioni 5G in tutto il mondo. Ma il dilemma di sicurezza sollevato dalle agenzie di intelligence e in alcuni casi dai governi europei non può e non deve restare lettera morta, ed è auspicabile che si continui a parlarne nelle giuste sedi, ne va del futuro della nostra sicurezza.

 

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