Armi di migrazione di massa: i casi di Turchia e Libia

Ehy Unione Europea, se definirai le nostre operazioni come un’invasione, dopo sarà semplice: noi apriremo i porti e manderemo 3,6 milioni di rifugiati nella vostra direzione” (Erdogan, 2019).

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Il 28 febbraio del 2020 l’Unione Europea assistette impotente al fallimento dell’accordo sulla migrazione stipulato con la Turchia nel 2016. Il governo turco, venendo meno alle obbligazioni stabilite con l’accordo, aprì i suoi confini, lasciando che migliaia di rifugiati si riversassero sulle coste greche. Questo evento destò subito le preoccupazioni dell’UE la quale, temendo una nuova crisi migratoria come quella avvenuta nel 2015, ricorse immediatamente ad una fortificazione delle “difese greche”. La conseguenza fu che migliaia di profughi si ritrovarono respinti dall’Europa, nella terra di nessuno. Questo avvenimento accentuò la disastrosa condizione umanitaria in cui riversano tutt’ora i rifugiati presenti sulle isole greche ed andò a risvegliare le critiche mosse all’accordo UE-Turchia, fra le quali la decisione europea di stringere patti con un governo non democratico quale quello di Racep Tayyip Erdogan.

Gli stati membri dell’UE si sono mostrati sorpresi dall’accaduto tanto da farsi trovare completamente impreparati nell’affrontare la situazione. Tuttavia, se l’Europa avesse rivolto lo sguardo agli eventi del passato questa circostanza si sarebbe potuta prevedere e prevenire, ma il proverbio latino “Historia magistra vitae” (la storia è maestra di vita) sembra non si applichi all’Unione Europea.

Secondo quanto evidenziato dallo studio di Kelly M. Greenhill “Weapons of Mass Migration” durante il corso della storia si è assistito più volte all’utilizzo dei migranti come arma. Si tratta di una forma di coercizione utilizzata maggiormente da organismi più deboli, statali e non, i quali non riscontrerebbero lo stesso successo impiegando i mezzi tradizionali di influenza -ad esempio la forza militare- per raggiungere determinati obiettivi politici. Lo studio di Greenhill evidenzia come le democrazie liberali siano molto più vulnerabili a questa forma di manipolazione proprio perché, avendo degli impegni giuridici codificati riguardo migrazione e diritti umani, sono più restii ad infrangerli. A causa di queste ragioni, durante il corso del tempo, l’Europa è stata spesso vittima di questa forma di coercizione, tuttavia, sembra non averne imparato la lezione.

Un caso similare a quello della Turchia dal quale si sarebbe dovuto trarre insegnamento è quello della Libia. L’ex governatore della Libia, Muammar al-Gaddafi era spesso ricorso all’utilizzo dei migranti come armi per minacciare l’Europa. Come si evince dalla figura sottostante, i suoi tentativi di coercizione hanno sempre riscontrato un notevole successo, portando all’esaudimento (anche se a volte parziale) delle sue richieste.

Nel 2004 i ministri degli esteri dell’Unione Europea si accordarono per un allentamento delle sanzioni verso la Libia in cambio della promessa da parte di Gaddafi, di interrompere il flusso di migranti. Questa decisione venne presa dopo che l’Italia, avendo visto sbarcare sull’isola di Lampedusa più di 9.000 migranti solo nel 2004, aveva annunciato che avrebbe unilateralmente diminuito le sanzioni se l’UE non lo avesse fatto in maniera unificata. Ma queste non fu un evento isolato. Negli anni successivi, rispettivamente nel 2006 e nel 2008, Gaddafi aumentò nuovamente il flusso di migranti verso l’Europa (specialmente verso l’Italia) riuscendo ad estorcere all’UE un ulteriore aiuto economico e ad ottenere delle scuse da Silvio Berlusconi, ex Presidente del consiglio italiano, per il colonialismo in Libia.

Nel 2011, anno della sua morte, Gaddafi rivolge nuove minacce all’Europa, con lo scopo di fermare gli attacchi aerei NATO contro il suo regime in Libia: “Questo popolo (i libici) avrà la loro battaglia un giorno. Europa, prenderemo le vostre case, i vostri uffici, le vostre famiglie. Se lo decidiamo, siamo capaci di muoverci verso l’Europa come locuste, come api. Vi avvisiamo prima che avvenga un disastro” (Muammar al-Gaddafi, 2011).


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Consapevole dell’inferiorità militare della Libia rispetto all’Unione Europea e quindi all’impossibilità di vincita in caso di scontro diretto, Muammar al-Gaddafi ha manipolato il comportamento dell’Europa, sapendo che quest’ultima non sarebbe potuta rimanere indifferente davanti alla possibilità di un disastro umanitario. Questa forma di coercizione ha fatto in modo che il governatore della Libia raggiungesse i suoi obiettivi politici nonostante la debolezza del suo regime.

Sembra incredibile pensare che a distanza di quasi dieci anni gli attori siano cambiati, ma le dinamiche siano sempre le stesse. L’Europa si ritrova nuovamente sotto scacco, in un gioco a cui lei stessa ha dato inizio.