L’acqua dell’Himalaya e la proiezione di potenza della Cina

La disponibilità di acqua dolce pro capite colloca la Cina al 162esimo posto mondiale, secondo l’indicatore redatto dalla Banca Mondiale (dati 2014). Tale disponibilità è inficiata dalle conseguenze del recente ed impetuoso sviluppo economico, che hanno reso inadatte per alcuni usi umani il 70% delle acque interne a causa dell’inquinamento.

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Nel dettaglio, a fronte di un’abbondanza di acque dolci nella zona sud orientale, vaste aree della Cina molto popolate (nord est) o aride, quali le zone occidentali che sono candidate ad un più vigoroso sviluppo economico, soffrono di una scarsità acuta della risorsa. Allo stesso tempo, in territorio cinese principiano i bacini dei maggiori fiumi asiatici. Tale posizione ha fornito alla Cina una condizione di vantaggio per lo sfruttamento delle risorse idriche di alta quota, specie per la produzione idroelettrica. In alcuni casi, come nella gestione del bacino del Mekong, la Cina ha impostato un’intensa e fattiva collaborazione con gli stati confinanti. Il plateau tibetano è invece al centro di numerose contese e tensioni internazionali. La principale riguarda la gestione delle acque del fiume Brahmaputra, che in territorio cinese è denominato Yarlung Tsangpo. Il bacino del Brahmaputra serve 4 Stati, Cina, India, Nepal e Bangladesh, e coinvolge aree contese: esiste un esteso fronte nello stato indiano dell’Arunachal Pradesh con territori rivendicati dalla Cina come “Tibet meridionale” e oggetto di alcuni conflitti e contrapposizioni anche recenti, laddove si sviluppa il tratto iniziale del bacino del Brahmaputra. Alle contese territoriali si sono aggiunti contrasti sulla realizzazione di dighe per la produzione di energia elettrica, sulla corretta condivisione dei dati meteo al fine di evitare alluvioni e polemiche sulle possibili deviazioni da parte della Cina dei flussi idrici.

La contesa nel bacino del Brahmaputra

La posizione della Cina come primo stato nella corsa del Brahmaputra verso il mare ha alimentato diffuse preoccupazioni. Vengono contestati alla Cina numerosi progetti di dighe, alcune delle quali già realizzate, e la possibilità che tali impianti possano servire per limitare i flussi di acqua verso valle. Il Governo cinese ha sottolineato come i progetti non abbiano questo fine, e in alcuni casi la funzione non sia di trattenere la risorsa trattandosi di centrali idroelettriche ad acqua fluente. L’India si trova in condizioni non dissimili: numerose dighe sono state progettate e realizzate nello Stato dell’Arunachal Pradesh, suscitando diverse proteste. La Cina contesta che tali opere abbiano il principale scopo di instaurare dei diritti reali sui territori, rafforzando la propria posizione nella disputa di confine. Il Bangladesh, trovandosi a chiusura di bacino, contesta alle due controparti gli effetti sul proprio territorio; infatti l’effetto cumulativo delle opere di sbarramento o parziale deviazione si traduce in una forte diminuzione del trasporto solido fluviale. Il delta del Bengala è soggetto a sommersione ed incursioni saline e, a causa dei cambiamenti climatici, i fenomeni catastrofici che rendono inabitabili intere aree potrebbero assumere una tale frequenza da determinare crisi umanitarie irreversibili.

Le posture dei contendenti e la mancanza di una gestione

La Cina ha storicamente perseguito una strategia di disarticolazione della proiezione di potenza indiana, sfruttando il non allineamento nelle relazioni internazionali dell’India. Oltre alla citata contesa sui confini hymalaiani, la Cina ha stretto rapporti privilegiati con Pakistan e Bangladesh, con una visibile funzione di contenimento nei confronti di Nuova Delhi. D’altro canto l’India non ha mai rinunciato alle rivendicazioni territoriali, sfruttando la difesa della propria posizione come rinvigorente per il nazionalismo interno. Il quadro è completato da uno sviluppo economico, tecnologico, militare e demografico che consentono all’India di sostenere la postura nei confronti del gigante cinese. Le polemiche sulla gestione delle acque del Brahmaputra hanno confermato le tendenze delle due potenze, complicando i rapporti bilaterali che entrambi gli Stati mantengono con il Bangladesh. Alcuni elementi appaiono di difficile controllo da parte delle autorità centrali: tra questi le pressanti esigenze dell’apparato economico, per la domanda di energia elettrica; sul fronte indiano, il protagonismo degli amministratori degli stati di confine, in virtù della propria autonomia, e le proteste delle comunità locali minacciate dai progetti delle dighe. La mancanza di coordinamento tra gli Stati ha ispirato diverse ipotesi di soluzione, tra cui quello di sfruttare tavoli di confronto esistenti come il Bangladesh-China-India-Myanmar Initiative. Tuttavia le implicazioni tecniche ed ecologiche suggeriscono, da più parti, la necessità di adottare strutture di confronto più articolate.

Prospettive

Le dispute transfrontaliere sulle risorse idriche sono state considerate difficilmente foriere di conflitti armati, soprattutto per la natura dell’acqua come bene poco concentrato e difficilmente trasportabile. Tuttavia alcune recenti analisi mettono in discussione tale interpretazione, soprattutto di fronte alle conseguenze dei cambiamenti climatici. La tendenza della Cina e dell’India ad evitare consessi multilaterali privilegiando i rapporti bilaterali appare inadeguata di fronte al problema del Brahmaputra. Cina e India condividono importanti iniziative, come quella dei BRICS, che si pongono obiettivi ambiziosi di revisione delle relazioni finanziarie internazionali. Eventuali forzature cinesi potrebbero spingere l’India sulle posizioni degli Stati Uniti in alcuni dossier strategici. Infine, nella lettura per cui l’affermazione di una potenza egemone regionale richiede un esteso riconoscimento da parte degli altri Stati, appare imprudente stimolare in Nuova Delhi una postura eccessivamente assertiva sulla gestione delle acque del Brahmaputra, bene vitale per vaste aree del Paese. Le numerose dichiarazioni concilianti di Pechino e gli accordi per la condivisione dei dati meteorologici dimostrano la volontà di evitare incidenti dalle conseguenze imprevedibili. Circa la gestione del bacino del Brahmaputra vengono da più parti suggeriti esempi regionali, come quello del Mekong o come il Trattato dell’Indo tra India e Pakistan. Tuttavia, è ipotizzabile che il modello della Convenzione delle Alpi o dell’ACTO amazzonico possa essere il più adatto per la vastità degli argomenti da sottoporre a trattative e per spostare l’attenzione dalla contesa delle acque alla cooperazione scientifica, tecnica ed economica.

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