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Henry Kissinger, teoria e pratica della politica estera e dell’ordine mondiale

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Henry Kissinger ha rappresentato parte degli apparati statunitensi, coniugando perfettamente pensiero e azione politica. Eppure viene tacciato, non a torto, di incarnare un modello non pienamente americano, ma importato da oltreoceano, terra di nascita dell’ex Segretario di Stato e Consigliere della Sicurezza Nazionale di Nixon e Ford.  Il suo realismo, votato all’equilibrio tra potenze, è stato criticato da una parte dell’establishment americano perché il suo traguardo verte non sulla vittoria, ma sul mantenimento dell’Ordine e dell’equilibrio assieme ai rivali strategici. 

Parte dei pensatori americani, all’interno del filone delle teorie della relazioni internazioni e della geopolitica, sono nati in territorio europeo, trasferendosi solo in un secondo momento negli Stati Uniti, portando con loro un’eredità europea che li accompagnerà durante la loro riflessione concernente la politica internazionale. Molti di loro hanno scelto il realismo tra le varie scuole di pensiero, ognuno interpretandolo con diverse sfaccettature, allontanandosi dunque dall’afflato missionario americano. Tra questi troviamo Nicholas Spykman, Zbigniew Brzezinski, Hans Morgenthau e Henry Kissinger. 

Già dagli anni ‘50 Kissinger avvia la sua riflessione sul concetto di Ordine attraverso la sua tesi di dottorato, dalla quale trarrà ulteriore spunto per le seguenti riflessioni teoriche. In Peace, Legitimacy and the Equilibrium. A study of the Statesmanship of Castlereagh and Metternich (1954) analizzò il consolidamento del sistema europeo uscente dal Congresso di Vienna, dal quale germinò l’Ordine che riuscì per anni a tenere stabile il sistema europeo dopo le guerre napoleoniche. Sforzo profondamente apprezzato da Kissinger, poiché dal Congresso di Vienna gli attori europei riuscirono a far conciliare due elementi preponderanti nella politica internazionale, legittimità e potere. Kissinger ne trasse dunque la lezione per cui la stabilità del sistema internazionale dipende principalmente, coniugando appunto i due elementi, dalla legittimità che le grandi potenze riconoscono all’ordine internazionale. Nel Congresso di Vienna gli attori del sistema europeo erano costretti a fare i conti con il naufragio dell’ordine pre-napoleonico e ricostruire un sistema stabile in grado di prevenire ulteriori tentativi di espansionismo. I partecipanti al Congresso sentirono la necessità del coinvolgimento di tutti i maggiori attori europei, tra cui la Francia, elemento che squarciò il precedente Ordine. Quest’ultimo è un fattore cardine per Kissinger, da emulare in qualsiasi contingenza storica, perché in grado di legittimare l’assetto internazionale. Se è vero che l’instabilità si sviluppa non solo con l’ascesa di nuove potenze, ma anche dal tentativo di quest’ultime di rimodulare un Ordine che sentono stretto, imperativo di qualsiasi tentativo di stabilizzare il sistema internazionale risiede nell’erigere un’architettura internazionale pienamente riconosciuta da tutti i soggetti geopolitici, perché all’elemento quantitativo del potere si affianca la componente psicologica degli attori. Quest’ultima risiede nella capacità del soggetto geopolitico di riconoscersi all’interno dell’Ordine internazionale. Senza di esso, l’attore tenterà la palingenesi, spostandosi nella schiera dei revisionisti. Urge dunque eliminare ogni elemento che possa rendersi fattore sovversivo.

Kissinger portò con sé tale architettura teorica durante la sua fase più politica, quando negli anni ‘70 entrò negli apparati americani, gestendone la politica estera e la strategia. Il contesto della Guerra Fredda aveva ridimensionato le potenze europee, portando al vertice della gerarchia Stati Uniti e Unione Sovietica. Architettura geopolitica mai sperimentata prima di allora: l’Europa era divenuta la posta in palio tra le due superpotenze che, non riconoscendosi le rispettive sfere di influenza, alimentavano lo stato di tensione. I tentativi di roll-back e di contenimento attivo stavano logorando le capacità strutturali americane, che proprio nella guerra vietnamita raggiunsero un punto critico. Washington necessitava di una distensione con il blocco opposto, al fine di stabilizzare il fronte interno e quello internazionale. Kissinger intendeva a questo proposito stemperare la parte più aggressiva della postura americana ed instaurare un dialogo con Mosca propedeutico alla distensione e al mantenimento dell’Ordine bipolare. Solo tale approccio avrebbe favorito la stabilità internazionale, conducendo al reciproco riconoscimento delle sfere di influenza. Pertanto le due potenze avrebbero dovuto agire quali stabilizzatori dei rispettivi blocchi, impegnandosi in una cogestione del sistema internazionale. A tal proposito l’azione americana in quel periodo si espresse più all’interno del proprio blocco, culminando ad esempio nell’opinabile gestione cilena e nei vari rapporti con gli attori europei. Nel caso italiano, il rapporto con Aldo Moro era profondamente delicato per via dei tentativi del politico pugliese di portare il partito comunista all’interno della maggioranza parlamentare. 

La fine dell’era bipolare, sospinta da un’amministrazione americana più assertiva, è stata interpretata dunque dallo statista come una crisi piuttosto che una “vittoria”. Dopo il tracollo dell’Unione Sovietica emergeva un’arena geopolitica profondamente instabile e difficilmente gestibile da un solo attore. Pertanto nel medesimo periodo si impose un cortocircuito nell’azione estera di Washington: l’impossibilità di ritirarsi dal mondo senza la possibilità di dominarlo. Gli Stati Uniti erano la nazione indispensabile al mantenimento di una qualche forma di Ordine, perché unica potenza rimasta al mondo e unico attore ad avere la possibilità di dedicarsi alle sfide emergenti. Eppure nell’azione americana Kissinger riconosceva anche l’impossibilità di dominare il complesso sistema geopolitico, per via delle differenze culturali e delle peculiarità regionali che non possono essere pienamente assimilate dalla dottrina giuridica e politica di Washington. Se dunque, sostiene il politologo di origini tedesche in Ordine Mondiale, ci fu una certa estroflessione delle tipiche categorie politiche occidentali come democrazia e diritti umani, queste erano d’altra parte interpretate in maniera eterogenea all’interno delle differenti regioni. I diversi quadranti geografici sono stati organizzati storicamente attraverso una particolare forma di Ordine nei secoli passati, confacenti alle necessità e alle peculiarità regionali. Ma il contesto odierno impone una nuova architettura globale che faccia emergere punti in comune tra le diverse esigenze regionali e i nuovi rapporti di forza internazionali. Il modello che è stato imposto dagli europei è il sistema vestfaliano, incentrato sullo stato-nazione. Questo, assieme ai suoi principi cardine, è stato ben accolto globalmente sin dalle rivendicazioni di indipendenza e di non ingerenza negli affari interni delle ormai ex-colonie. Il punto debole del sistema vestfaliano, sosteneva Kissinger, è che non fornisce un percorso verso cui procedere, ma solo l’architettura organizzativa del sistema. Per tale motivo negli anni sono emersi principi attraverso cui stabilizzare i diversi ordini, come appunto l’equilibrio di potenza.

La sfida presente è dunque giungere ad un tipo di Ordine pienamente riconosciuto dalle grandi potenze, poiché solo tale traguardo darà forma a relazioni stabili. L’obiettivo ultimo dell’Ordine non è l’eliminazione della guerra, elemento connaturato alle relazioni internazionali, ma la capacità di gestirne il fenomeno affinché se ne limiti la portata. Qualora non si riuscisse a pervenire a tali propositi – limitazione della guerra, equilibrio tra le grandi potenze, cogestione e legittimazione dell’ordine globale – si potrebbero verificare continui tentativi di sovversione da quelle potenze che rinnegano lo status quo. La sfida si tramuta in un dovere soprattutto per via dell’alta interdipendenza dal punto di vista strategico ed economico tra i vari attori.

Quattro sono le ulteriori complessità da affrontare nell’immediato: le pressioni esogene a cui è soggetto lo Stato; discrasia tra ordine economico e politico – in quanto la struttura politica è organizzata a livello statale mentre quella economica ne corrode i confini, elemento vitale dello Stato; l’assenza di un efficace meccanismo per la consultazione tra le grandi potenze; gestione dell’intelligenza artificiale nella sfida tra le maggiori potenze internazionali.

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