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TematicheStati Uniti e Nord AmericaIl secolo di Henry Kissinger

Il secolo di Henry Kissinger

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Il 27 maggio scorso, Henry Kissinger, ha compiuto cento anni, molti dei quali, vissuti come protagonista nei rapporti internazionali, come garante di equilibri fra potenze e dell’ordine globale negli anni della “guerra fredda”.

Cresciuto in Germania, in una famiglia della piccola borghesia ebraica, durante l’ascesa del regime nazista, ne ha potuto constatare direttamente la brutalità, sfuggendo alle persecuzioni razziali nel 1938, prima in esilio a Londra e successivamente negli USA. Nel 1943, acquisendo la cittadinanza statunitense, partecipò alla Seconda Guerra Mondiale, operando nell’esercito USA come interprete e traduttore di lingua tedesca, anche al servizio dei nuclei di sicurezza e controspionaggio. Dopo aver intrapreso la carriera accademica ad Harward nell’area delle relazioni internazionali, dove elaborò saggi di geopolitica e geostrategia ancora molto studiati, iniziò dapprima il suo impegno politico nel Partito Repubblicano e, acquisendo autorevolezza e un riconoscimento trasversale, collaborò anche con le Amministrazioni democratiche, a partire dalla Presidenza Kennedy (in un rapporto controverso) e a seguire con il Presidente Lyndon Johnson. Erano gli anni della guerra in Vietnam, delle progressive tensioni nel mondo arabo e africano con l’uscita definitiva dai sistemi coloniali, del tentativo cinese di riproporsi negli scenari internazionali e dei vari conflitti locali, alimentati dalla divisione del mondo in aree di influenza. Inoltre, sempre in quello spazio temporale tra la metà degli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta, si affermarono fenomeni contrastanti sia nel “mondo libero”, con la crescita dei movimenti di contestazione giovanile e di forze politiche della sinistra radicale, che nei Paesi del Socialismo “reale”, dove il dissenso e la richiesta di libertà erano divenuti elementi caratterizzanti in alcune comunità nazionali. Le tensioni derivanti dal riassetto complessivo dell’equilibrio internazionale, fecero emergere contraddizioni proprie delle caratteristiche dei due sistemi politici dominanti la scena globale: se da una parte cresceva la richiesta di pace e di giustizia sociale, che comunque trovava spazio e possibilità di emergere dove erano consolidate istituzioni liberali e democratiche, dall’altra il dissenso e la richiesta di libertà, venivano tacitate con violente repressioni e azioni di restaurazione da parte dei regimi comunisti. A questo assetto consolidato di divisione del mondo, ad inizio anni Sessanta trovò spazio anche la presenza del Movimento dei Paesi Non Allineati, un tentativo di aggregare Stati decisi a non sentirsi “subalterni” alle due grandi Potenze di USA e URSS; il progetto si mostrò fragile e molto condizionato dalla presenza di Governi vicini al blocco sovietico.

In questo contesto in costante effervescenza si affermò definitivamente nella politica estera USA e nelle dinamiche globali, la figura di Henry Kissinger; dapprima nel 1969, nominato dal Presidente Nixon come capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, funzione che lui stesso riprogettò e rese più influente nei processi decisionali dell’Amministrazione USA. Successivamente, nel 1973, sempre il Presidente Nixon lo nominò Segretario di Stato, rimanendo in carica fino al termine del mandato presidenziale di Gerald Ford (vicepresidente succeduto a Nixon a valle dello scandalo Watergate), nel gennaio 1977. 

Kissinger finalizzò la sua azione politica e diplomatica a garanzia della stabilità delle aree di “controllo” in continuità con gli equilibri raggiunti dopo gli accordi di Yalta. Un crudo realismo, che per i critici rappresentò una forma di cinismo e di inaccettabile disprezzo per le dinamiche democratiche interne ai singoli Paesi, per altri esponenti della politica e della storia fu invece il maggiore interprete degli equilibri che hanno impedito la catastrofe globale di una guerra nucleare fra potenze mondiali. La chiave di lettura delle scelte politiche e relazionali di Kissinger va coniugata nella logica di assicurare il primato politico ed economico degli USA, anche attraverso l’obiettivo costante di scongiurare lo scontro “finale”, evento che avrebbe compromesso definitivamente anche la stessa leadership statunitense.

Kissinger considerò pertanto inutile continuare a sostenere la guerra in Vietnam e fu protagonista con il diplomatico del Vietnam del Nord, Le Duc Tho, degli accordi di pace di Parigi del 1973, che misero fine alla lunga guerra e che valsero ai due protagonisti il Premio Nobel per la Pace. Negli anni di presidenza di Nixon e in parte in quella Ford, Kissinger sostenne il ritorno alle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese di Mao Tse Tung e al costante dialogo con la stessa Unione Sovietica, con la quale crebbe il confronto sul disarmo bilaterale. Obiettivi che portarono gli USA a scelte selettive e dolorose sul piano politico. La “realpolitik” kissingeriana, ad esempio, per consolidare il ritorno ai rapporti con la Cina comunista, portò Washington a sostenere il governo militare del Pakistan, alleato cinese e che avrebbe dovuto avere una funzione di anello di congiunzione con Pechino, anche mentre stava realizzando una feroce repressione in quello che oggi è il Bangladesh.

Nel contempo, nei Paesi dell’area di influenza occidentale, Kissinger fu un attento e freddo “controllore” della strutturalità dell’alleanza, non ammettendo nessun tipo di distonia politica, a garanzia del “perimetro di competenza” degli USA. Il sostegno indiretto al golpe di Pinochet ai danni del governo di sinistra di Allende e ad altri governi militari in altri Paesi sudamericani; la vigilanza sui contenuti del ritorno alla democrazia in Portogallo, Grecia e Spagna, al fine di evitare improvvisi progetti egemonici della sinistra filocomunista; l’ostilità nei confronti delle teorie di evoluzione della democrazia italiana ipotizzate dal pensiero di Aldo Moro, sono alcuni esempi di determinazione di Kissinger nel riaffermare la titolarità del primato statunitense nell’alleanza occidentale.

Nei decenni successivi, l’ex Segretario di Stato USA, pur non avendo più ricoperto incarichi di governo, ha continuato ad essere fonte di ispirazione per generazioni di politici, di diplomatici e Capi di Stato. La sua lezione geopolitica, le sue teorie strategiche e il suo spietato realismo potranno più o meno essere condivisi, ma rimarranno comunque un punto di riferimento per gli studiosi di relazioni internazionali. Significativo in tal senso è quanto scritto dall’ex Presidente e Primo Ministro dell’Armenia, Armen Sarkissian, in un suo recente articolo celebrativo dei cento anni di Henry Kissinger, “La sua diplomazia, radicata in una valutazione implacabilmente realistica del mondo e di tutte le sue non belle complessità, non è solo applicabile alle sfide che dobbiamo affrontare oggi, ma potrebbe anche salvarci da un conflitto disastroso come quello che l’ex Segretario di Stato si impegnò a respingere. Ora che Henry Kissinger compie 100 anni, è tempo che il mondo, per il suo bene, lo riscopra.”

Non sappiamo se negli equilibri nascenti nella complessa globalità odierna, qualche governo o istituzione internazionale possa riscoprire e attualizzare le teorie geopolitiche e diplomatiche di Henry Kissinger; una cosa è certa, la sua azione politica ha caratterizzato significativamente il contesto internazionale negli anni del mondo diviso in due blocchi. Ancora non sappiamo come si consolideranno nel breve medio termine le nascenti aree di influenza (dualismo USA-Repubblica Popolare Cinese; possibile protagonismo dell’Unione Europea; affermazione delle nuove potenze demografiche come l’India); auspichiamo comunque che nel nuovo ordine mondiale l’ordine liberale recuperi spazi e motivazioni per riaffermare il valore della democrazia nella storia dell’umanità.

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