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Hamas-Israele: come cambiano le alleanze globali e gli equilibri regionali

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Mentre già nel sistema mediatico occidentale e italiano si assiste alla solita contrapposizione tra opposte fazioni, che ricalca quanto già osservato per le ultime crisi (sanitaria, bellica, “ambientale”), il conflitto nel contesto israelo-palestinese imperversa, coinvolgendo militari e civili e innescando al contempo un poderoso sistema di crisi locali e regionali che è destinato con ogni probabilità a modificare nel profondo la geografia politica regionale e gli equilibri mondiali.

È stato lo stesso premier israeliano Netanyahu a parlare in proposito di un intervento bellico israeliano volto a “cambiare il Medio Oriente”: una dichiarazione che evoca la trasformazione dei confini riguardanti la Striscia di Gaza e i territori controllati dallo Stato di Israele, ma anche la trama di pesi e contrappesi che coinvolge gli altri attori regionali, complice una certa distrazione delle grandi potenze, come un recente articolo di Foreign Affairs ha bene messo in luce. Le azioni intraprese da Hamas e dallo Stato d’Israele, con i relativi supporti logistici e militari, rischia di creare un pericoloso effetto domino e di far deflagrare la già fragile situazione del Medio e Vicino Oriente.

Israele sta avviando proprio in queste ore una cospicua operazione di terra che fa seguito ai raid aerei dei giorni scorsi come forma di ritorsione per gli attacchi subiti il 7 ottobre, ordinando di fatto l’evacuazione di una considerevole parte di palestinesi che si trovano a nord della Striscia di Gaza. Il confine indicato è quello che taglia la Striscia per circa il 40% del territorio, a nord del fiume Wadi Gaza. Si parla già di oltre 420.000 palestinesi sfollati e di condizioni di vita della popolazione civile insostenibili, visti i tagli ai rifornimenti elettrici, all’acqua e ai beni essenziali e le enormi e volute difficoltà a creare corridoi umanitari. Alla disperazione della condizione dei palestinesi nella Striscia contribuisce, com’è noto, anche la commistione tra apparati paramilitari di Hamas e strutture civili.

Lo stesso premier israeliano è tuttora oggetto di un dibattito interno al paese – e non solo – che lo vede seduto al posto degli imputati, soprattutto per le politiche adottate nei confronti del popolo palestinese. Il giornale Haaretz, all’indomani dell’attacco di Hamas, ha prima pubblicato un editoriale in cui ha accusato esplicitamente il capo del governo dell’attacco subito – considerato il più grave della storia d’Israele – e, negli ultimi giorni, ne ha chiesto le dimissioni. Il premier ha nel frattempo dichiarato lo status di emergenza avallato dalla Knesset invocando un governo di unità nazionale, non placando un certo malcontento interno, che anzi è aumentato a seguito degli attacchi subiti.

La politica che il governo israeliano sta adottando ora nella Striscia di Gaza comporta numerose problematiche: anzitutto, il problema umanitario, relativo sia a oltre un milione di sfollati sia alla restante parte di popolazione della Striscia, che continuerà a vivere in condizioni disperate almeno fino a quando non si sbloccherà la situazione degli ostaggi israeliani. Difficilmente, oltretutto, Israele sarà pronta nei mesi successivi, anche a fronte di un’eventuale de-escalation, a riconoscere diritti sociali e prerogative politiche dopo gli attacchi subiti, facendo sempre più leva sulla mostruosità del nemico e sull’accostamento con l’Isis. Questo comporta il secondo, enorme problema: l’uso massiccio della forza militare via terra e l’occupazione di parte della Striscia non placherà gli istinti di rivalsa del popolo palestinese, ma anzi li fomenterà ulteriormente, innalzando il livello dello scontro, capace di coinvolgere a catena le potenze regionali che solidarizzano con Hamas e la causa palestinese.

Qui subentrano altre due problematiche, che ineriscono alle relazioni internazionali e ai giochi di alleanze. La prima è quella relativa alla capacità dell’opinione pubblica occidentale di sostenere la causa israeliana a lungo termine, mettendo così a rischio il supporto militare che ne deriverebbe. Se certamente i raid di Hamas hanno infatti suscitato una diffusa riprovazione, una certa informazione parziale – con smentite plateali di notizie diffuse poco prima su tutti i media –, la politica di Netanyahu, che fatica a trovare larghi consensi persino in patria, la plateale repressione della controparte palestinese, già vessata da anni di politiche opprimenti e le paventate conseguenze in termini di inflazione e di costo della vita, rischiano di sfiancare le opinioni pubbliche occidentali, che difficilmente troveranno una compattezza nell’appoggio prolungato a Israele. Al tempo stesso, i già fragili equilibri regionali mostrano crepe importanti, dovute per un verso alla “distrazione” delle grandi potenze (Stati Uniti e Russia in primis), per un altro verso alla debolezza dell’impianto unipolare al momento attuale. La posizione statunitense è infatti assai più fragile rispetto a pochi anni fa, incapace com’è di garantire la capacità di un intervento militare immediato ed efficace, prerogativa di una grande potenza globale, così come quella di avviare un decisivo intervento degli alleati.

Visto il sempre minor ruolo rivestito dagli Usa nella regione, dovuto alla concentrazione delle forze in altri scenari (Afghanistan, Iraq, Ucraina) e alla preoccupazione per il controllo dell’Indo-Pacifico, giudicato nei documenti strategici delle ultime amministrazioni americane come il quadrante di riferimento della competizione globale, si è già parlato negli anni scorsi di un Medio Oriente “post-americano”. In questo scollamento americano, molti dei paesi che prima rimanevano inermi o guardavano con distacco alla causa palestinese, rischiano oggi di pendere inesorabile da quest’ultima parte. Complice la veemente risposta israeliana e la debolezza delle alleanze statunitensi nella regione, il rischio è che il fronte anti-israeliano possa trovare nuove fonti di compattezza interna e sganciarsi dai legami con le grandi potenze, rivedendo così gli equilibri regionali.

Gli Stati Uniti negli ultimi mesi hanno infatti visto cambiare la geografia delle proprie alleanze, perdendo talvolta rilevanti pezzi. L’inedito accordo stipulato tra Iran e Arabia Saudita e l’avvicinamento di questa al mondo revisionista dell’ordine unipolare, con l’ingresso nel 2024 nei BRICS, hanno di fatto cadere un importantissimo alleato nel fronte islamico-sunnita. Pur avendo avviato un percorso di distensione con Israele, sulla scia degli accordi di Abramo, l’Arabia Saudita ha mostrato dal 7 ottobre in poi aperta solidarietà alla causa palestinese, puntando de facto il dito contro lo stesso Netanyahu e mettendo in crisi la struttura di dialogo avviata, che il Segretario di Stato Usa Anthony Blinken sta faticosamente cercando di mantenere viva. Occorre per inciso riflette sulla intrinseca debolezza di questa intermediazione, tenuto conto dei non saldi rapporti odierni tra i due storici alleati e dell’interferenza della Cina, paese che ha giocato un ruolo chiave nell’avvicinamento storico tra il polo sciita (Iran) e quello sunnita (Arabia Saudita). Vi è, poi, la posizione costantemente ambivalente della Turchia, membro della Nato poco affidabile e che oscilla tra una fragile lealtà all’alleanza con gli Usa e l’obiettivo di garantirsi un ruolo da protagonista nello scenario vicino orientale e nord africano, di fatto sfruttando a proprio vantaggio ogni controversia internazionale, da quella sulle rotte dei migranti a quella curda, dalla questione Isis al conflitto nel Nagorno-Karabakh.

L’insistenza ossessiva dei media occidentali sulla crisi e sulle sue ripercussioni, l’incessante ricorrere all’elemento emergenziale, un certo doppio standard nell’osservazione dei fatti e il ricorrere a questioni retoriche che spesso non trovano conferma nei fatti, così come il far leva sulla contrapposizione tra visioni opposte piuttosto che sull’analisi della realtà, sono tutti elementi che rischiano di sfiancare un’opinione pubblica già stremata dai costi dell’inflazione e da un assedio emergenziale che da troppi anni affligge i contesti occidentali ed europeo in particolare.

Nel quadro delle fragili intese vicino-orientali, del cambiamento sistemico al quale stiamo assistendo, in gran parte innescato dalla guerra in Ucraina, delle crisi regionali favorite enormemente dalla contrapposizione tra grandi potenze nel contesto eurasiatico e infine della volontà di strafare da parte di Netanyahu nella Striscia di Gaza, si rischia di vedere rinascere vecchie conflittualità, far deflagrare ostilità sopite e altre nuove e assistere a una modificazione profonda degli assetti amico-nemico nel quadro regionale e in quello globale.

Alessandro Ricci

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